“Una Medea mittleuropea con suggestioni primo Novecento”

La protagonista, Valentina Banci: “La lettura di Magelli è molto mitteleuropea e notevoli sono le suggestioni primonovecentesche”, “Nel rapporto con il personaggio il coro è fisico, oppressivo, una proiezione delle voci di Medea, che pur nei monologhi dialoga sempre

 

La Medea di Lucio Anneo Seneca, ispirata a quella di Euripide e alla tragedia perduta di Ovidio che porta lo stesso nome, approda a Siracusa: è infatti uno dei titoli in scena al Teatro greco per il cinquantunesimo ciclo di spettacoli classici della Fondazione Inda.

Le differenze più grandi sono innanzitutto due: gli eventi delittuosi nel teatro antico rientravano nell’ambito dell’obscaenum – avvenivano, appunto, fuori scena –, mentre Seneca pone l’uccisione dei figli da parte di Medea proprio davanti agli occhi degli spettatori senza farla raccontare dal personaggio del Nunzio; la Medea di Euripide, nonostante la fine introspezione e lo scavo nell’interiorità del personaggio, risulta inoltre più “politica” rispetto a quella di Seneca, perché insiste molto sul contrasto fra la protagonista e la figura tirannica di Creonte.

Una Medea molto Medea-centrica, potremmo dire, sia testualmente che dal punto di vista registico: piuttosto sbiaditi appaiono sia il Giàsone di Filippo Dini, incerto e angosciato, incapace di rapportarsi con una fiammeggiante Medea, che il Creonte di Daniele Griggio, un leone dagli artigli spuntati che non riesce ad avere ragione della protagonista, sebbene straniera ed esiliata.

Riassumiamo brevemente la trama: Pelia ha spodestato il fratello Esone, re di Iolco in Tessaglia. Temendo la vendetta di Giàsone, figlio di Esone, gli affida il compito di trovare il mitico vello d’oro, sperando che rimanga ucciso durante la rischiosa impresa. Giàsone, a bordo della nave Argo e insieme agli Argonauti, riesce a recuperare la pelle di montone nella Colchide, ai piedi del Caucaso; il re della Colchide, Eete, insieme a un drago proteggono il vello, che potrà essere conquistato dopo una serie di prove: Giàsone ci riuscirà grazie alla maga Medea, figlia del re Eete, con la quale fuggirà dalle ire di Eete. Per ritardare l’inseguimento ad opera del padre, Medea non esita ad uccidere il fratello Absirto, gettandone i pezzi in mare.

Giunti a Corinto, Medea e Giasone avranno due figli maschi, Fere e Mermero, ma Giàsone si innamora di Creùsa, figlia di Creonte. La furia di Medea si scatenerà in una vendetta terribile: il dono di un bracciale e di un mantello stregati ucciderà la sposa e il padre, vittime delle fiamme; i figli di Medea troveranno la morte per mano della madre.

Il testo di Seneca, tradotto da Giusto Picone, è stato interpolato dal regista Paolo Magelli con dei brani di Heiner Muller, le scene – un inquietante piano inclinato, volumi da scenario postindustriale quasi a significare lo sfascio della discesa agli inferi dell’anima di Medea – e i costumi, molto primonovecenteschi, sono di Ezio Toffolutti, le musiche – straniate e stranianti – sono di Arturo Annecchino.

Di notevole presenza attoriale e vocale la Nutrice Francesca Benedetti, i piccoli Francesco Bertrand e Gabriele Briante interpretano i figli di Medea, mentre il coro – che ha occupato lo spazio scenico con energia e colore – è formato da Elisabetta Arosio, Simonetta Cartia, Gulia Diomede, Lucia Fossi, Clara Galante, Ilaria Genatiempo, Carmelinda Gentile, Viola Graziosi, Doriana La Fauci, Enzo Curcurù, Lorenzo Falletti, Diego Florio – che è anche il Messaggero –, Sergio Mancinelli e Francesco Mirabella.

La Civetta ha incontrato per voi la protagonista, una Valentina Banci padrona della scena, furiosa e loica, maga e maestra di vendetta insieme.

Che Medea è quella che emerge dal testo di Seneca e dalla regia di Magelli?

Una Medea molto contemporanea. Come tutti i classici, che sono atemporali e perennemente validi.

La Medea di Seneca, più di quella di Euripide, ha ispirato letture freudiane e postfreudiane: c’è meno attenzione alla politica e più all’interiorità della protagonista. Pensiamo ad autrici come Christa Wolf, che ha lavorato sulla Medea senechiana e non su quella euripidea: c’è tutto un filone che si richiama alla grande modernità e contemporaneità di Seneca.

Una Medea scissa, dunque.

Sì. È interessante vedere come si evolva il coro nel rapporto – molto fisico, oppressivo – con Medea: alla fine è come se il coro fosse la proiezione delle “voci” di Medea, che anche nei suoi lunghi monologhi dialoga, dialoga sempre.

Che tipo di lavoro avete fatto sul testo con Magelli?

La sua lettura – che mirava anche a liberarsi di certe sovrastrutture incrostate sui testi e l’interpretazione – è molto mitteleuropea e notevoli sono le suggestioni primonovecentesche: abbiamo puntato a rendere la verità del personaggio.

 

Una nota: la Fondazione Inda ha aderito all’iniziativa “Posto occupato” contro il femminicidio e le violenze contro le donne. Il teatro antico è anche questo: riflettere su figure come quella di Medea, Ifigenia, delle Supplici, è un modo per indagare l’animo femminile, le ragioni della violenza e la violenza contro la ragione, con il linguaggio eterno dei classici. La sedia di “Posto occupato” ce lo ricorda.

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