Siracusa, la paralisi di una generazione: viaggio tra declino demografico, record di scoraggiamento ed esodo dei giovani laureati

1. Le fonti della crisi

Questo viaggio nei numeri della condizione giovanile a Siracusa è partito dalla semplice impressione di una profonda crisi del mondo giovanile siracusano, che mi ha spinto a cercare una verifica attraverso un lavoro di analisi sulle fonti, conclusosi con la conferma dell’impressione iniziale. In questo breve scritto mi limiterò a descrivere quanto ho trovato sulla Provincia, con qualche approfondimento, laddove i dati lo permettevano, sulla città capoluogo, lasciando ad altre occasioni la possibilità di una riflessione più ampia. I dati analizzati sono stati infatti elaborati incrociando i dati storici e congiunturali dell’ISTAT, i report macroeconomici dello Svimez, le indagini territoriali della CGIL Sicilia e gli indicatori degli indici generazionali del Il Sole 24 Ore Lab. Un quadro di fonti parziale ma credo abbastanza significativo. Da questo incrocio emerge la fotografia nitida di una crisi di sistema che sta progressivamente bloccando il ricambio generazionale del territorio.

2. Il declino demografico e la “bomba previdenziale”

Concentriamoci sul capoluogo. La parabola demografica di Siracusa descrive un progressivo e inesorabile svuotamento. La città ha toccato il suo picco storico nel 1991 con 125.941 residenti. Da quella data è iniziato un declino costante e mai arrestatosi: i residenti sono scesi a 123.657 nel 2001, a 118.385 nel 2011, fino a toccare gli attuali 115.435 abitanti, con una contrazione continua della popolazione.

Questo crollo si accompagna a un invecchiamento della popolazione che sta alterando gli equilibri sociali ed economici della città. Oggi, gli anziani dai 65 anni in su rappresentano il 24% della popolazione, mentre la fascia giovanile tra i 20 e i 39 anni è ridotta ad appena il 21,8%. I giovani e minori (da 0 a 19 anni) sono il 17,05 %, di cui i giovanissimi fino a 14 anni sono circa il 12 %. Gli adulti in età lavorativa (40-64 anni ) sono il 36,7%.

Dal punto di vista socio-demografico, Siracusa si trova oggi con il doppio degli anziani rispetto ai giovanissimi fino ai 14 anni. Ancora nel 1991 c’erano più giovanissimi che anziani. Se il dato di invecchiamento di Siracusa è in linea con quello nazionale è invece più accentuato rispetto a quello regionale, il che significa che la città ha azzerato il vantaggio demografico che storicamente caratterizzava il Sud Italia.

Le radici di questa inversione di tendenza affondano negli ultimi trent’anni e configurano una vera e propria “bomba demografica previdenziale”. A livello provinciale l’indice di ricambio (ovvero il rapporto tra i lavoratori over 45 e i giovani occupati tra i 15 e i 29 anni) è letteralmente esploso: è passato dal 153,7% del 1991 al 278,2% del 2011 ed è andato continuamente ad aumentare soprattutto nel capoluogo. Questo significa che oggi in città, per ogni giovane che entra nel mercato del lavoro locale, almeno tre lavoratori si apprestano a uscirne. Una contrazione della coorte attiva che mette a serissimo rischio la tenuta del welfare locale e la trasmissione stessa delle competenze professionali sul territorio.

3. L’universo dei NEET e lo spaccato provinciale

In questo contesto si inserisce la crescita del bacino dei NEET (Not in Education, Employment, or Training), termine che definisce la percentuale di giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non sono inseriti in alcun percorso di formazione. Questo indicatore non misura solo l’inattività economica, ma certifica l’erosione del capitale psicologico di un’intera generazione.

Il confronto territoriale è impietoso:

  • In Europa il tasso medio di NEET è fermo al 13,1%.

  • In Italia la media nazionale si attesta al 23,1%.

  • La Sicilia maglia nera registra un drammatico 32,1%.

All’interno di questo scenario, Siracusa si colloca in una posizione di profonda sofferenza, occupando il 100° posto su 107 nella graduatoria nazionale della condizione giovanile. Già nel 2012 la provincia registrava 16.185 giovani NEET in termini assoluti. Nel 2019, il dato della sola città di Siracusa si è attestato tra il 31% e il 32% (collocandosi tra i 15 capoluoghi peggiori d’Italia), il che significa che circa 1 giovane siracusano su 3 vive in uno stato di inattività totale.

La mappa provinciale dei NEET rivela una profonda spaccatura geografica in tre macro-aree:

  1. Il Polo Industriale (Nord): Comuni come Augusta, Melilli e Priolo Gargallo riescono storicamente a mitigare il fenomeno. Qui la presenza del petrolchimico e dell’indotto portuale offre un bacino d’impiego tecnico che trattiene e assorbe una quota maggiore di diplomati.

  2. Il Polo Agricolo e Turistico (Sud): Centri come Noto, Pachino e Rosolini registrano tassi NEET superiori a quelli del capoluogo. In queste aree l’abbandono scolastico precoce è più marcato e l’economia si regge su lavori fortemente stagionali, gonfiando il numero di giovani inattivi per ampi periodi dell’anno.

  3. Il Capoluogo (Siracusa Città): Si colloca esattamente nel mezzo. Essendo una realtà prevalentemente di servizi e commercio, risente dell’altissima instabilità dei contratti legati al turismo culturale, in particolare nel centro storico di Ortigia.

Ma il dato in assoluto più allarmante per Siracusa è il suo “indice di scoraggiamento”, che raggiunge il valore del 58,6%: il più alto d’Italia. Più della metà dei giovani inattivi siracusani ha smesso persino di cercare un impiego, convinta che il territorio non abbia nulla da offrire. Una rinuncia collettiva di fronte alla quale la macchina pubblica arranca: i Centri per l’Impiego (CPI) siracusani registrano un carico insostenibile di 147 NEET per singolo addetto, rendendo di fatto impossibile l’erogazione di percorsi personalizzati.

4. Disoccupazione e la trappola del precariato

Il lavoro non c’è, e quel poco che c’è è precario. La disoccupazione giovanile (15-34 anni) a Siracusa tocca il 24,9%, collocando la provincia al 103° posto in Italia (a fronte di una media nazionale dell’11,7%).

Questo dramma si lega a doppio filo a un mercato del lavoro locale caratterizzato da una cronica assenza di stabilità. Le trasformazioni contrattuali a tempo indeterminato (i passaggi da un rapporto a termine a uno stabile) sono ridotte al lumicino: appena lo 0,3 per mille maggiorenni (43° posto in Italia).

Senza contratti duraturi, l’indice di soddisfazione per il proprio lavoro tra i giovani occupati (20-34 anni) scivola a 7,5 (95° posto nazionale). La mancanza di tutele reali spegne l’entusiasmo e impedisce qualsiasi pianificazione di vita indipendente, cronicizzando lo stato di inattività totale.

5. Il paradosso dei laureati: dalla terza media alla fuga preventiva

A Siracusa l’istruzione vive un paradosso drammatico. La provincia è all’ultimo posto in Italia (107° su 107) per tasso di laureati (25-39 anni), fermo ad appena il 15,2% rispetto al target europeo del 45% e alla media nazionale del 28,7%.

La crisi dell’apprendimento, tuttavia, affonda le radici in tempi precoci. Già alla terza media, i dati denunciano livelli di povertà educativa tra i peggiori d’Italia: il 52,2% degli studenti presenta competenze alfabetiche inadeguate (99° posto nazionale) e il 63,2% mostra competenze numeriche non adeguate (103° posto). Questo gap è fortemente influenzato dallo status economico familiare: meno della metà degli studenti provenienti da contesti urbani svantaggiati aspira all’Università, contro i due terzi dei giovani benestanti.

Questo deserto formativo alimenta un’emorragia selettiva del capitale umano, il cosiddetto brain drain. Anche se Siracusa non è la provincia da cui si emigra di più in assoluto in Sicilia, essa soffre di una fuga selettiva letale: chi decide di studiare lascia la provincia a 18 anni (fuga preventiva verso gli atenei del Centro-Nord) e non vi fa più ritorno, poiché il mercato locale non offre sbocchi per figure qualificate al di fuori del settore petrolchimico-manifatturiero.

I numeri di questo esodo sono spaventosi: tra il 2019 e il 2026, la provincia ha registrato una perdita netta di 7.160 residenti nella sola fascia d’età tra i 18 e i 35 anni, di cui è possibile stimare che circa un terzo migri dal solo capoluogo. E’ come se l’intero comune di Solarino si fosse svuotato. Tra chi parte, la percentuale di laureati è triplicata nell’ultimo ventennio, passando dal 20% del 2002 a circa il 60% attuale.

Nel capoluogo si consuma il paradosso più grande: la percentuale di esodo dei giovani laureati residenti nel solo Comune di Siracusa supera il 65%. Chi si laurea cancella Siracusa dal proprio futuro.

Questa dinamica presenta una forte connotazione di genere. Le giovani donne siracusane ottengono diplomi e lauree con voti più alti e in tempi più rapidi rispetto ai maschi. Tuttavia, il tasso di disoccupazione femminile giovanile (15-34 anni) è più alto di quello maschile. Più di 3 giovani donne su 4 non hanno un lavoro regolare. Questa barriera spinge le ragazze a emigrare in massa: il 54% dei flussi migratori in uscita dal Comune di Siracusa ( tra i 24-30 anni) è composto da donne.

Chi migra è dunque giovane, altamente istruito, e per lo più donna. E chi parte non torna quasi mai: la quota di rientro si attesta ad appena 1 giovane su 5. Quei pochissimi che rientrano lo fanno quasi esclusivamente grazie alla Pubblica Amministrazione nel capoluogo (concorsi in sanità, scuola, uffici locali) o per i vantaggi dello smart working (South working) con aziende settentrionali, mentre il rientro nel settore privato avanzato locale è praticamente pari a zero.

La frammentazione urbana: quartieri a confronto nel capoluogo

Le medie statistiche nascondono profonde disuguaglianze interne alla città:

  • Grottasanta e Tiche sono le aree a maggiore presenza giovanile, ma sono anche i quartieri che soffrono il più alto disagio economico e una prevalenza di occupazione medio-bassa.

  • Al contrario, Neapolis, Acradina ed Epipoli registrano una minore presenza giovanile ma concentrano le professioni a media e alta specializzazione.

  • Ortigia e la Borgata si caratterizzano invece per un’occupazione medio-bassa, una forte presenza di residenti stranieri e il minor accesso alla proprietà della casa (con un mercato dominato dagli affitti brevi turistici a Ortigia).

6. Il peso del deserto culturale e ricreativo

A trattenere i giovani non contribuiscono neanche le infrastrutture materiali e l’offerta per il tempo libero, ridotte ai minimi termini storici.

La provincia offre appena 1,2 mq di aree sportive per abitante (nella fascia 18-35 anni), posizionandosi al 94° posto in Italia (la media nazionale è di 12,1 mq). L’offerta culturale è ugualmente asfittica: si registrano solo 105,8 spettacoli ogni mille giovani under 35 (92° posto in Italia) e appena 25,6 concerti ogni 10mila abitanti (100° posto nazionale). Anche la partecipazione civile nel terzo settore è ridottissima, con soli 6,6 dipendenti non-profit per mille residenti (91° posto).

Senza spazi per lo sport, senza eventi culturali e senza tutele lavorative, Siracusa si conferma una città straordinariamente bella da visitare, ma incredibilmente difficile in cui restare a progettare il proprio futuro. La situazione dei giovani nel capoluogo e in provincia appare dunque sofferente perché priva di prospettive. Chi è fornito di laurea (pochi) migra con poca speranza e volontà di ritorno, chi ha un titolo di studio medio basso (i più) si rifugia nella colonia dei NEET alimentando lo scoramento e l’immobilismo. Non tutti ovviamente si trovano in questa situazione, ma questa situazione detta la cifra del sentire giovanile

7. Per concludere

Mentre la popolazione giovanile autoctona vive una drammatica emorragia (con la provincia che ha perso 7.160 residenti under 35 tra il 2019 e il 2026 a causa del brain drain, e con una città capoluogo in declino demografico costante dal 1991), la componente straniera under 18 è l’unico indicatore in crescita verticale (+271%). Senza questo apporto, la contrazione della scuola dell’obbligo e delle coorti di futuri lavoratori sarebbe già insostenibile. Gli stranieri non sono più un fenomeno “emergenziale” o di transito, ma una presenza stabilizzata: oltre la metà degli studenti stranieri in Sicilia è ormai nata in Italia (seconde generazioni), con una crescita record del 121,3% nell’ultimo decennio.

Il paradosso risiede nel destino lavorativo e formativo di questa nuova linfa. Da un lato, il sistema produttivo siracusano incanala quasi interamente i lavoratori immigrati in segmenti a bassa qualifica (come l’agricoltura e i servizi domestici e di cura), spesso caratterizzati da forte precarietà e infiltrazioni di lavoro sommerso.

Dall’altro, questa stessa dinamica rischia di riprodursi sulle seconde generazioni: nelle scuole superiori siciliane, ben il 64,9% degli studenti di origine straniera viene indirizzato verso istituti tecnici e professionali (contro il 47,5% degli italiani). Si assiste a una “canalizzazione precoce” basata sulla nazionalità che rischia di tarpare le ali a ragazzi nati in Italia, impedendo loro l’accesso all’istruzione universitaria in un territorio che è già il fanalino di coda nazionale per quota di laureati.

In una provincia dove, come abbiamo visto, l’indice di ricambio occupazionale è letteralmente saltato, l’esclusione o la sotto-qualificazione dei giovani stranieri è un suicidio economico. Se la nuova forza lavoro giovanile rimane intrappolata in impieghi a basso salario o nel lavoro nero, il suo contributo al fisco e alla previdenza locale rimarrà minimo, accelerando l’esplosione della bomba previdenziale e assistenziale. Inoltre, la frustrazione delle aspettative spinge anche i giovani stranieri a cadere nella trappola dell’inattività (il tasso NEET degli stranieri in Sicilia è al 35,6%, superiore a quello degli italiani al 32,1%) o a fuggire a loro volta verso il Nord Europa.

Oggi i giovani stranieri rappresentano l’unico, vitale “polmone demografico” di Siracusa. Tuttavia, finché il territorio li tratterà solo come manodopera sostitutiva a basso costo nei campi o nell’assistenza agli anziani, senza valorizzarne i percorsi educativi e l’integrazione professionale, Siracusa continuerà a sprecare il proprio futuro, disperdendo l’unica risorsa giovanile rimasta a presidiare il territorio.

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