“Insieme, noi di Emergency possiamo raggiungere obiettivi incredibili”

La coordinatrice Donatella Crucitti: “Garantiamo l’assistenza medica di base presso l’ex scuola Umberto I di Siracusa, dove sono ospitati 300 migranti, due nostri ambulatori mobili lavorano ai porti di Augusta e Catania e poi c’è il Polibus itinerante…”

 

Il 18 aprile del 1998 Moni Ovadia, nella sua prefazione al libro Pappagalli verdi del chirurgo di guerra Gino Strada, scriveva: “I tempi delle palingenesi rivoluzionarie assolute e totalizzanti sono finiti, ma ci sono luoghi di rivoluzione nei posti più impensati: uno di questi luoghi è sicuramente il bisturi di Gino Strada”.

Erano trascorsi appena quattro anni dalla nascita di Emergency, associazione umanitaria destinata a portare aiuto alle vittime civili delle guerre e della povertà e già Ovadia ne coglieva la portata rivoluzionaria così come coglieva l’incarnazione nel suo fondatore dei principi dell’antropologia ebraica, secondo la quale ciascun uomo nella sua unicità contiene in sé l’umanità tutta e dunque “chi salva una vita salva l’intero universo e così progetta la salvezza di tutti noi”.

Il lavoro di Emergency, si legge nel manifesto dell’associazione “Il Mondo che vogliamo”, è “una pratica di rapporti umani, giusti e solidali, ispirati ai principi di eguaglianza di qualità delle cure, di gratuità per tutti i feriti e gli ammalati, nella convinzione che esista una sola umanità”.

Un’etica della coerenza e della solidarietà ancora più rivoluzionaria in un tempo in cui i falsi miti del potere, del mercato, del profitto invitano tutti ad una riflessione sulla necessità di un nuovo umanesimo che impedisca all’uomo l’autodistruzione.

Approfondiamo la conoscenza delle attività dell’associazione umanitaria nella nostra città con Donatella Crucitti, coordinatrice di Emergency Siracusa.

L’opinione pubblica nella nostra città è sensibile all’operato di Emergency e alle situazioni che affronta? Siracusa è una città solidale?

I nostri concittadini hanno in vari modi dimostrato grande apprezzamento per l’operato dell’associazione nel nostro territorio, sia partecipando attivamente come volontari sia sostenendo economicamente il progetto attraverso le donazioni. La partecipazione così straordinariamente numerosa alla tombolata del 5 gennaio all’Antico Mercato di Ortigia (in occasione della quale sono stati raccolti2.600 euro destinati a finanziare il Progetto Italia di Emergency a Siracusa), così come il sostegno spontaneamente offerto da più di 70 esercizi commerciali che hanno messo in palio i premi della tombola, ne sono la riprova.

Io credo che Siracusa sia una città autenticamente solidale, molto più di quello che parrebbe essere, perché in questi anni sono tante le persone che si sono spese in prima persona non solo per sostenere Emergency, ma anche per dar vita a meravigliose associazioni come AccoglieRete.

Ci illustri l’impegno di Emergency nell’assistenza medica di base prestata ai migranti sbarcati sulle nostre coste?

I nostri medici e infermieri garantiscono l’assistenza medica di base presso l’ex scuola Umberto I di Siracusa, dove sono ospitate circa 300 persone che provengono soprattutto dall’Africa subsahariana (Gambia, Mali, Senegal) e dal Corno d’Africa. Dall’estate 2015, inoltre, due nostri ambulatori mobili lavorano al porto di Augusta e al porto di Catania, offrendo assistenza sanitaria durante gli sbarchi. Fanno parte del team anche dei mediatori, che si occupano del lavoro di rilevamento dei bisogni socio-sanitari durante gli sbarchi e forniscono ai migranti in arrivo informazioni sui percorsi amministrativi-legali da intraprendere. Al Centro Umberto I i nostri mediatori aiutano i migranti ad accedere ai servizi socio sanitari già disponibili nella provincia di Siracusa, grazie a un servizio di orientamento e di accompagnamento per la concessione del codice Stp (Straniero temporaneamente presente).

Il nostro ambulatorio mobile, che noi chiamiamo polibus, è un pullman granturismo, allestito con una sala d’aspetto centrale con il bagno, due sale per la mediazione e due sale visita. La cura inizia con l’intervista che i nostri mediatori fanno ai pazienti: è una fase molto importante, perché rappresenta la prima vera accoglienza per chi è arrivato stremato sulle nostre coste, a volte senza neanche sapere dove si trova e cosa sarà di lui. 

Sul nostro ambulatorio mobile vediamo bambini, uomini, donne arrivati in Italia dopo lunghi viaggi in mare, sentiamo i loro racconti, le loro storie, li curiamo e li aiutiamo.Persone diverse, provenienze diverse, storie diverse, tutte accomunate da un percorso simile: la traversata in mare per raggiungere l’Italia, stipati su barconi, in condizioni terribili. Poca acqua, poco cibo, nessuno spazio per stendersi o anche solo per sgranchirsi le gambe, servizi igienici inesistenti. Queste sono le cause delle patologie che più frequentemente i nostri medici riscontrano, quali gastriti, malattie della pelle, dolori osteomuscolari, ferite, ustioni, disidratazione. 

Il gruppo Emergency di Siracusa: diamo un’identità ai giovani volontari che ne fanno parte, con particolare riferimento alle scelte etiche e ai valori condivisi.

Domanda difficile! Non c’è un’unica identità che contraddistingue i volontari (non tutti oramai così giovani!). Premetto che in Italia Emergency presenta due rami principali: uno impegnato direttamente nei programmi umanitari e uno che si occupa di sviluppare la conoscenza dell’associazione, di diffondere una cultura di pace e solidarietà e di raccogliere i fondi necessari ai progetti. Il gruppo Emergency di Siracusa è attivo da 14 anni. In questi anni, come tutti gli altri volontari, anche a Siracusa abbiamo organizzato manifestazioni contro la guerra, presentazioni pubbliche, siamo andati nelle scuole raccontando di paesi lontani dove si combattono le guerre o dove uomini, donne e bambini soffrono le conseguenze di conflitti bellici già finiti.

Non pensavamo di certo che presto avremmo parlato dell’accesso alle cure negato qui in Italia, che avremmo raccontato dell’apertura del poliambulatorio di Palermo, di Marghera o di Polistena, che avremmo spiegato il lavoro itinerante dei Polibus o la funzione degli sportelli di orientamento socio-sanitario. Poi, quasi tre anni fa, la guerra e i suoi effetti sono arrivati anche qui a Siracusa e ho ripensato alle parole di Vittorio Arrigoni: «la Palestina può anche essere fuori dall’uscio di casa». Sulle nostre spiagge, alla banchina del porto, per le strade abbiamo iniziato a riconoscere i volti della Palestina, della Siria, dell’Eritrea, della Somalia, dell’Egitto. Uomini, donne e bambini che hanno bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro.

Così è arrivato il polibus Emergency e insieme a lui l’altro pezzo della famiglia Emergency: medici, infermieri, mediatori culturali e logisti. Ancora mi stupisco quando lo vedo sfilare per le strade della città e in quel momento realizzo che Programma Italia siamo tutti noi perché la storia di Emergency insegna che insieme, con coraggio e perseveranza, si possono raggiungere obiettivi incredibili e non c’è niente di meglio che vivere questo nostro duro impegno, fianco a fianco, godendo della gioia di fare ciascuno la propria parte affinché i diritti siano davvero di tutti e non rimangano privilegio di pochi.

Che cosa è l’antiretorica degli aiuti umanitari di cui parla Strada?

Una domanda da girare al Dott. Strada!

Per Emergency, la tragedia delle vittime è la sola verità della guerra?

Sì. L’esperienza di questi oltre 20 anni di attività di Emergency ci dice che l’unica verità della guerra è la distruzione, la negazione di ogni diritto umano, tra cui quello fondamentale a rimanere vivi.

A conclusione dell’intervista, sull’antiretorica degli aiuti umanitari ci sentiamo in dovere di spendere qualche parola, nel rispetto del pensiero di Gino Strada, documentato dalle sue pubblicazioni, dalle sue interviste, dal suo discorso pronunciato nel corso della cerimonia di consegna del Right Livelihood Award 2015 (il premio Nobel alternativo di cui è stato insignito).

Nello stesso istante in cui il mondo continua a fare molto rumore per nulla, un bambino curioso, in Asia, Africa, Medio Oriente, sta giocando con una mina anti-uomo. Ancora qualche minuto e l’esplosione ne trasformerà il corpo in brandelli di carne.

Chi ha potuto guardare negli occhi quel bambino, il nemico per il quale la follia degli uomini ha progettato armi di distruzione di massa, non ha tempo per inutili parole. Solo il silenzio di chi, come affermava Tolstoj nel suo saggio Che fare, riesce a non essere complice.

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