“Abbiamo affrontato il tema dello stupro, della pedofilia, della giustizia, della diversità di credo religioso e dell’omosessualità; temi filtrati attraverso le gesta dei paladini ma che non sfuggono allo spettatore attento”. 15 mila spettatori l’anno, soprattutto turisti
Orlando, armato di spada e corazza lucente, attende dietro il sipario gli spettatori. Lui, l’attore protagonista, la star di racconti secolari di guerre ideologiche e religiose, di quêtes labirintiche e inconcludenti, di amori impossibili e sfortunati, se ne sta in trepidante attesa, come il Riggan Thompson di Inarritu, tormentato da una profonda crisi d’identità, in auscultazione di una voce indomita e profondissima che gli ricorda la grandezza di un tempo e la miseria del presente.
Un senso di struggente nostalgia che nasce dalla consapevolezza di vivere in un secolo immemore della cultura dei padri e del fatto che gli alberi senza radici consumano in fretta la linfa creativa. Perché nulla di ciò che si crea dal nulla sopravvive al proprio creatore. La scrittura nasce sempre da un’altra scrittura. L’opera d’arte si innesta in un cammino di ricerca e di sperimentazione ancorato ad altri simili e differenti viaggi.
In ogni tempo e in ogni luogo gli esseri umani rimangono nani sulle spalle dei giganti. Anche se lo dimenticano.
La stanchezza di Orlando richiama alla nostra memoria quella del puparo protagonista del metafisico romanzo di Gesualdo Bufalino, il Guerrin meschino, che, vedendo nel suo corpo le tracce indelebili del tempo impietoso, afferma “Non si dovrebbe diventar vecchi”. Alle insistenze di chi lo esorta a narrare ancora le mirabolanti imprese della sua marionetta, l’irreversibile rifiuto “Quando una cosa finisce, finisce”. “E quale sarà la sorte del Guerrin Meschino? Si domandano i pochi spettatori che assistono all’ultimo spettacolo. “Morendo io, muore anche lui”.
“Reinventarsi, rielaborare, rispettare il passato e tradirlo al tempo stesso sono le sole strade da percorrere se non vogliamo far morire un’arte che ha nella nostra città radici ataviche”- ci spiega Alfredo Mauceri, esponente della nuova generazione delle grandi famiglie di pupari siracusani, che insieme al fratello Daniel ha dato linfa nuova ad un’arte antichissima.
Eppure quello del puparo è nel nostro tempo un mestiere faticoso, che trova ragion d’essere nell’inscindibile binomio “tradizione familiare e sconfinata passione”: “Il mio amore per l’arte dei pupi – ricorda Mauceri – nasce durante l’infanzia, quando da bambino assistevo dietro le quinte al lavoro dei grandi; da lì a breve avrei avuto un posto di aiutante e poi sarei stato promosso al palco di manovra. Ma è nel 1995 con la morte del nonno che la passione impronta e plasma tutta la mia vita. Attingendo dal passato ciò che serviva e ampliandolo con le nostre peculiarità, io e mio fratello Daniel abbiamo creato i nostri spazi, la nostra dimensione artistica, la nostra nuova favoladi cartapesta e legno”
All’entusiasmo con cui il puparo siracusano ripercorre la propria storia personale subentra l’amarezza di chi è costretto a fare i conti con l’assenza di una volontà politica improntata al recupero e alla difesa della tradizione, le questioni burocratiche, l’indifferenza dei concittadini nei confronti di un’espressione culturale popolare riconosciuta capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’Umanità nel maggio 2001.
Nel saggio El pelerin et en etranger Marguerite Yourcenaur definisce i “pupi sublimi nella loro ingenuità”, manifestando il debito di riconoscenza che la Francia ha nei confronti di questa forma di teatro siciliano, che ne rappresenterebbe l’anima più pura. Il musicista tedesco Hans Werner Henze si innamora dei pupi siciliani a tal punto da ispirarsi a questa forma d’arte nella stesura de La rivolta di Lazzaro.
Una passione non condivisa però da tutti i siracusani, come attesta la disaffezione dei tanti nei confronti di un’arte che conferisce loro prestigio in tutto il mondo: “Da Roma in su il teatro delle figure animate è ammirato e sostenuto; il pubblico paga tre volte tanto il biglietto rispetto all’esiguo prezzo popolare da noi proposto; per non parlare del resto d’Europa dove il teatro di figura ha un ruolo culturale importantissimo. A Salisburgo le marionette sono un’attrattiva culturale molto importante. I marionettisti sono remunerati direttamente dallo stato e tenuti in giusta considerazione”.
Per quanto concerne il riconoscimento attribuito dall’Unesco, alcuni maestri pupari, come il catanese Fiorenzo Napoli, lo hanno definito “una laurea chiusa nel cassetto”, “una patente di legittimità”, che non ha però arrecato particolari vantaggi, dal momento che permane la resistenza da parte degli amministratori comunali a concedere qualche spazio in più e incentivi economici. “Il titolo – conferma Mauceri – non ha portato nessun beneficio. A livello comunale non riceviamo contributi da oltre dieci anni. Con la vecchia Amministrazione ottenemmo un contratto di nove anni per il museo dei pupi di via Giudecca ad un prezzo popolare, a condizione di offrire diversi spettacoli gratuiti al Comune. Se consideriamo che ogni spettacolo avrebbe un costo di millecinquecento euro, possiamo dire che il canone di affitto per il museo è giustamente proporzionato”. Museo che, allestito con fondi privati della famiglia Vaccaro – Mauceri, ha contribuito al rilancio del quartiere Giudecca ed è considerato dai tour operator internazionali uno dei luoghi d’arte che arricchiscono il patrimonio aretuseo.
Quello stesso Orlando che, prima dell’intervista, ha attirato la nostra attenzione con la sua luminosa armatura, ora ci spinge a indagare sulla sua origine: “Ogni pupo nasce da un progetto stilistico ben preciso che lega tradizione, ricerca e contemporaneità. Rispetto agli altri stili, la scuola siracusana è caratterizzata da un pupo alto 80 centimetri con viso in cartapesta e gambe rigide, se si tratta di pupi armati, o snodabili se trattasi di personaggi non cavallereschi. I materiali usati, oggi come un tempo, sono rame, ottone e alpacca. Ogni pezzo dell’armatura viene bordato e sbalzato e successivamente assemblato al resto dell’armatura per mezzo di saldature a stagno o collegando le varie parti con fibbie, legacci di pelle e cerniere, lavoro che rende ogni parte dell’armatura asportabile”.
Ma i pupi, oltre ad intrattenere lo spettatore veicolano messaggi sociali attraverso la messa in scena delle questioni urgenti del nostro tempo, peculiarità che caratterizza il teatro dei fratelli Mauceri rispetto ad altre compagnie siciliane: “Abbiamo affrontato il tema dello stupro, della pedofilia, della giustizia, della diversità di credo religioso e dell’omosessualità; temi filtrati attraverso le gesta dei paladini ma che non sfuggono allo spettatore attento”.
Uno, nessuno, centomila, il puparo che ha infiniti volti e infinite voci tanti quanti sono i personaggi a cui dà vita e che, a loro volta, improntano la sua, come il personaggio di Olimpia, duchessa d’Olanda, la cui vicenda esistenziale riflette i grandi interrogativi dell’umanità destinati a non avere risposta: “Olimpia che ha perso il padre e i fratelli per amore – ci spiega Mauceri – sposa l’amato che l’abbandona dopo aver consumato la prima notte di nozze. Rapita per essere data in pasto ad un mostro marino, viene salvata e ricondotta regina nel suo regno, usurpato dal fedifrago marito. Trova l’amore, che però le viene strappato dal destino e attraverso un dialogo con la sorte si pone mille domande sul perché della sua sofferenza. Tra le battute di questa trilogia una emerge a senso profondo di tutta la vicenda: “Non c’è luce senza oscurità, non c’è redenzione senza sofferenza”. Anche Olimpia alla fine capirà il senso di tutta la sua esistenza. Chi di noi non vorrebbe avere un dialogo con la sorte, per porre domande ed ottenere risposte? Su questo verte l’intera trilogia di Olimpia, che ad oggi rimane per me l’opera più profonda della mia carriera di scrittore”.
“Ma chi darà voce e vita ad Orlando, dopo di voi?”, domandiamo, suggestionati dal nichilismo del puparo di Bufalino. Ci rassicura con il privilegio di una confidenza sull’immortalità della “sua arte”: “Io e Daniel abbiamo numerosi progetti che intendiamo realizzare nei prossimi anni, ma, soprattutto, abbiamo trasmesso questa passione alle nostre figlie che si stanno affacciando pian piano a questo mondo. Mia figlia, che ha solo dieci anni, ha debuttato con un suo spettacolo nel mese di luglio animando baby-pupi e recitando dal vivo in occasione delle “feste archimedee”.
La secolare favola di legno e di cartapesta salvata (parafrasiamo Elsa Morante che all’innocenza infantile delegava la salvezza del mondo) dai ragazzini.
Un’arte, quella dei pupi, che ha influenzato l’opera dei Grandi Siciliani, da Pirandello, che ne Il Fu Mattia Pascal attraverso la metafora delle marionette e del loro teatrino allude alla costruzione fittizia della personalità e della stessa realtà che ci circonda, a Camilleri, che, riducendo per la scena Il birraio di Preston, ha dichiarato di avere creato, nella trasposizione dal romanzo alla scrittura teatrale, una struttura drammaturgica che “localizza scenicamente il tutto in un luogo che è ad un tempo un teatro e il luogo dell’azione del racconto”, trasformando i personaggi in “una folla di pupi nelle mani ironiche di un puparo”.
E proprio alle parole del pirandelliano Ciampa, protagonista de “Il berretto a sonagli”, ci ispiriamo per immaginare una risposta differente da quella del puparo del Guerrin meschino all’interrogativo iniziale:“Siamo tutti pupi! Siamo un Gano di Maganza quando facciamo gli infami, i traditori; un Carlomagno se ricchi e avari ci lasciamo ingannare dai malvagi; un Orlando se poco fortunati con le donne. L’uomo invecchia e muore, il pupo diventa antico e non muore mai”.

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