Stereotipi culturali marginalizzano il fenomeno della criminalità femminile

L’ambivalenza dell’amore materno in un dibattito all’Isisc con Michele Lo Magro ed Ezechia Reale. Giustificare col raptus della follia il gesto omicida delle moderne Medee impedisce di scrutare nell’abisso più profondo dell’animo umano

 

“Tieni lontano il più possibile i figli, non lasciarli avvicinare alla madre. L’ho vista mentre li guardava con occhio feroce, come se avesse in mente qualcosa”. Un monito tremendo con cui Euripide fa vacillare, in pochi istanti, tutte le nostre certezze sul mito dell’amore materno rivelando la tragicità della non coincidenza tra donna e madre: Medea, rifiutata come donna, rifiuta se stessa come madre nell’annullamento dell’esistenza dei figli. Un tema, quello dell’ambivalenza dell’amore materno, la cui trattazione richiede delicatezza e coraggio, per sottrarlo alla spettacolarizzazione a cui siamo ormai assuefatti dalla ricostruzione mediatica.

È stata questa la finalità della conferenza Le moderne Medee, promossa dalla Fidapa e dall’AMMI di Siracusa, rappresentate rispettivamente dalle presidentesse Itria Peluso e Mariannella Valenti, che si è tenuta presso l’istituto superiore internazionale di Scienze criminali. Moderatrice dell’incontro è stata la professoressa Loredana Faraci, la quale, attraverso un affascinante excursus sulle più significative interpretazioni che dello scomodo personaggio sono state fatte nel tempo, ha introdotto il tema, i cui risvolti giuridici e clinici sono stati affrontati dall’avvocato Paolo Ezechia Reale e dal dottor Michele Lo Magro.

“Stereotipi culturali e malintese realtà rendono marginale il fenomeno della criminalità femminile nell’ambito degli studi criminali – ha affermato l’avvocato Reale – eppure la sua crescita esponenziale deve essere posta in relazione con le mutate dinamiche sociali”. La parità di genere, consolidata nel nostro tempo, renderebbe talora la donna vicaria di un uomo assente delegandole nuove responsabilità. Numerose le tipologie di reato femminile, tra cui la sindrome di Munchhausen per procura, conosciuta anche come sindrome di Polle (Polle era il figlio del barone di Münchhausen, morto infante in circostanze misteriose), un disturbo mentale che affligge per lo più donne madri e le spinge ad arrecare un danno fisico al figlio per farlo credere malato e attirare l’attenzione su di sé. La madre viene così a godere della stima e dell’affetto delle altre persone perché, apparentemente, si preoccupa della salute del proprio figlio.

Il dottor Lo Magro ha, invece, affrontato la vexata quaestio attraverso un approccio mutidisciplinare e una sintesi incisiva ed esaustiva della storia della follia. Rimane, al termine dell’incontro, la sensazione che si sarebbe potuto osare di più, evitando di confinare l’evento del figlicidio nell’ambito della  psicosi acuta e della schizofrenia, le quali confermano la nostra rassicurante persuasione che le madri amano per istinto naturale gli esseri a cui danno la vita.

Nel 1975 scandalizzò i benpensanti Oriana Fallaci, che con l’autobiografico monologo Lettera a un bambino mai nato sembrò avere scoperchiato un nuovo vaso di Pandora non riconoscendo la maternità come un fatto biologico ma come un atto di responsabilità e, al tempo stesso, come una possibile minaccia per l’identità della donna. Ha scandalizzato di recente Maternity Blues, il film di Fabrizio Cattani che affronta il tema dell’infanticidio attraverso un’angolazione diversa: la fragilità della donna in quanto essere umano e la corresponsabilità dell’uomo e della società nell’attraversamento della linea d’ombra che spinge al gesto estremo e disperato.

Giustificare attraverso il raptus della follia il gesto omicida delle moderne Medee impedisce di scrutare nell’abisso più profondo dell’animo umano e di comprenderne i meccanismi di difesa inconsci e inafferrabili. La madre di Cogne non può essere assunta a modello paradigmatico. “Dovevo farlo perché era giusto, io ho salvato le mie figlie da una sorte crudele, le ho salvate dai cattivi, sennò sarebbero diventate prostitute. Ero sola e loro non potevano vivere in questa disperazione”. Così ha dichiarato Eldira Copa, la donna albanese che la notte fra l’8 e il 9 marzo ha ucciso a coltellate le sue tre figlie.

Condannare la cultura dell’indifferenza sociale non equivale a giustificare il gesto infanticida: la sindrome di Medea, “proiezione di una maternità che sfoga frustrazioni, solitudini e ansia da prestazione nell’uccisione del proprio sangue” è un fenomeno complesso, dalle molteplici sfaccettature, di cui lo squilibrio mentale può costituire una delle possibili cause; un fenomeno, dunque, che richiede più che una erudita trattazione, una riflessione critica, da parte della società, sul ruolo imposto oggi alla madre, che, nella sua inumana perfezione, sembra non contemplare l’umana debolezza, l’insicurezza, la fragilità.

Da leggere

CASTELLI IN ARIA, AL TEATRO GRECO

“Io veramente volevo nascere  scogghiu re ru frati” disse la sacra pietra. Per me che …

COLLABORA CON NOI

SIRACUSA DIFFERENZIA

IL BAR SOTTO IL MARE

Migranti

homepage

Lavoro

I Diari della Quarantena

La Civetta in gabbia

La parola ai lettori

Articoli recenti

VIDEO

Commenti recenti