Lo storico siracusano Salvatore Santuccio: “Sono più le linee di continuità che le fratture: l’utilizzo dei beni culturali come retaggio storico senza una pianificazione, una classe dirigente che non pensa al “bene pubblico” ma anche slanci positivi di persone che si battono per le loro idee”
Cento anni ci separano dalla prima guerra mondiale. E non dimentichiamo che la nostra nazione è giovane: 150 più una manciata d’anni ci separano da quel Risorgimento su cui ancora molto si dibatte. Anche l’arte – letteratura e cinema, basti pensare a “Noi credevamo” di Martone – non cessa di interrogare carte d’archivi per restituire il senso della costruzione di una nazione che proprio nelle lotte risorgimentali e partigiane trova i suoi miti fondanti e nel primo conflitto mondiale una sorta di prosecuzione “con altri mezzi” del processo di unificazione nazionale e una delle tappe del suo Bildungsroman di nazione.
“Siracusa nel Risorgimento: ceti politici e trasformazioni urbane”: questo il titolo dell’incontro tenuto dallo storico siracusano Salvatore Santuccio presso il liceo Quintiliano di Siracusa e promosso dalla professoressa Anna Di Carlo – convinta della necessità di recuperare la memoria individuale e collettiva –, coadiuvata dalla professoressa Ida Toscano: le microstorie sono spesso la chiave di volta per comprendere le dinamiche della macrostoria, permettono di avvicinare lo studio di tematiche complesse alla realtà vissuta dagli alunni, oltre a permettere un approccio meno accademico agli eventi storici.
“La Civetta” ha incontrato Salvatore Santuccio per voi.
Com’è stato approcciarsi a ragazzi di Liceo su un argomento così apparentemente distante dalle loro vite, spesso schiacciate su un presente sradicato e liquido?
“Grande storia” e “micro storia” sono elementi che oggi godono di un dibattito continuo. Io credo che tale differenza sia abbastanza sterile, poiché la storia è l’insieme delle vicissitudini di uomini, donne, luoghi, ma anche di idee che attraversano localismi e internazionalismi. Zumare su alcune realtà non vuol dire perdere il senso dell’insieme ma affermare che l’insieme è il rapporto tra piccole realtà: un esempio per tutti è il rapporto del decentramento amministrativo che innesca spesso conflitti giurisdizionali tra centro e periferia. Se partissimo da questo assunto a mio parere si riuscirebbe a instaurare con i ragazzi un più attento insegnamento che prescinde da “massimi sistemi” e che partendo dalla loro realtà, gradualmente, li porta a capire come i fatti storici spiegano la loro quotidianità fatta di leggi, principi e ideali che altri hanno pensato prima di loro. Ed anche qui, questi “altri” non sono lontani dalla loro storia, non sono supereroi ma donne e uomini che con i loro limiti e le loro illusioni si sono battuti per idee.Forse ripartire dalle idee dei giovani dai loro ideali potrebbe essere la chiave per coinvolgerli nell’apprendimento del passato che molte volte risulta stantio.
La Siracusa risorgimentale e quella odierna: ci sono più fratture o linee di continuità? E poi: la Siracusa borbonica. Davvero possiamo rivalutare positivamente la dominazione del Regno delle Due Sicilie come oggi si tende a fare in ambito nazionale?
Direi che sono più le linee di continuità che le fratture: l’utilizzo dei beni culturali come retaggio storico senza una vera pianificazione, una classe dirigente che non pensa al “bene pubblico” ma ad affari privati, ma tra doppiogiochisti politico-rivoluzionari notiamo sicuramente slanci positivi fatti di persone che si battono per le loro idee e che difendono gli interessi anche delle classi più umili. Forse la discontinuità è nella fattività delle opere pubbliche: paradossalmente i Borbone avevano una più imponente pianificazione in tal senso. In non sono per i revisionismi storici, ma per la necessità di un approccio scientifico delle fonti che eviti ogni ideologia applicata agli eventi.
Qual è il suo metodo storiografico?
Il mio metodo storiografico è rivolto ad una visione politico-economica degli eventi anche se oggi a livello “alto” si parla della storia attraverso i processi sociologici e addirittura affettivi, vedi Banti, io mi sento ancorato a quella storiografia gramsciana (che si esplica in successive elaborazioni con le recenti riflessioni di Barone, Benigno, Adorno e altri) che vede nello scorrere degli eventi le matrici della lotta di classe, del lavoro, dei processi politico-economici. Vorrei aggiungere che a mio parere non dovremmo avere paura delle ideologie: questa affermazione non vuole essere un nostalgico ritorno al passato, ma l’idea di trovare nel nostro percorso formativo idee guida facendo attenzione però a non avere dei cliché indubitabili. Per far ciò un’attenta lettura delle fonti può aiutare lo storico alla narrazione dei fatti, consapevoli che difficilmente possiamo parlare di oggettività nel racconto degli eventi. Mi sembra opportuno ricordare che la storia non è nient’altro che ermeneutica e come tale vive di approssimazioni. Se il ricercatore, consapevole delle idee che inevitabilmente possiede, riuscisse a leggere i documenti senza tesi precostituite ma attraverso una severa analisi, si avrebbero di certo utili considerazioni del procedere degli eventi.
A cosa sta lavorando? Ricordiamo ai lettori che Salvatore Santuccio è autore, tra l’altro, di lavori sulla formazione delle intendenze borboniche (Archivio storico siracusano 2008), sui rapporti tra territorio, amministrazione e politica nella Siracusa degli anni 1830-1865 (Ed. Franco Angeli, Milano 2010) e sull’ambigua personalità del barone Emanuele Francica di Pancali (VerbaVolant Edizioni, 2012).
In questo momento sto lavorando alla pianificazione di questo ciclo di conferenze che la Società Siracusana di Storia Patria effettuerà per il centenario della Prima Guerra Mondiale. Proporremo diversi incontri che ci porteranno alla fine dell’anno avendo trattato sia la storia del conflitto ma anche e soprattutto degli uomini che lo combatterono dando loro un volto, descrivendo i loro ideali, il loro coraggio ma anche la loro paura e la loro consapevolezza.
Ritiene che la storia sia “magistra vitae”? Che cosa può insegnarci la lezione del passato?
Anche se la percezione del tempo sembra oggi notevolmente modificata ed il futuro sempre più presente credo che il concetto di passato rimanga indispensabile per la pianificazione della nostra stessa esistenza. Evitando dotte citazioni la storia rimane a mio avviso una guida sicura a cui aggrapparsi per conoscere se stessi.

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