Vincenzo Pennone, della Società dei Radicali Elio Vittorini, appassionato cultore di sport, promotore di eventi culturali (ricordiamo almeno gli incontri dedicati a Sciascia e Vittorini, le mostre d’arte, le pubblicazioni e gli articoli sugli sportivi di ieri e di oggi legati a Siracusa), ci narra il suo ricordo personale di Enzo Tortora a 32 anni dalla sua scomparsa.
Parole su cui riflettere, parole che ancora adesso fanno male e dovrebbero costituire un monito, un memento per un paese che voglia definirsi democratico e garante dei diritti dei cittadini.
Parole che ci rimandano a stagioni politiche, sociali e culturali che a torto ci sembrano lontane.
“Ho conosciuto Enzo Tortora nel 1986, quando venne a Siracusa accompagnato da un bastone e da Marco Pannella, che lo aiutavano – entrambi – nella difficile opera di divulgazione della sua dolorosa vicenda giudiziaria. I siracusani risposero a quell’invito come c’era da attendersi dai siracusani, cioè da una comunità sorda ad ogni stimolo esterno, culturale politico economico sociale, che ambisca ad alterare il loro eterno immodificabile status quo. Non un politico, non un giornalista, non uno studente, non un operaio infatti ritenne utile ascoltarli lì dove essi avevano pensato di attendarsi, all’aperto nonostante l’inclemenza del tempo, con un tavolino e una sedia in Piazza Archimede tra il Bar Centrale e il portone del notaio Pantano, con la sola eccezione di Roberto Baglieri, all’epoca unico rappresentante del movimento radicale in città, del sottoscritto e di un pugnetto di anziani, quattro gatti, che oziavano ai tavoli dei caffè della piazza. Essi parlarono soprattutto della ‘malagiustizia’ italica che aveva partorito quello sgorbio del processo e della condanna a Tortora e della necessità di riformare il sistema giudiziario, poi insieme si soffermarono sulle altre battaglie radicali passate e presenti, infine, visto che i gatti quattro erano e quattro restavano, decisero signorilmente di togliere il disturbo.
Oggi, nel 32° anniversario della partenza di Tortora, vi sottopongo l’intero suo intervento del 18 Ottobre del 1986.
Dal sermone di Enzo Tortora ai siracusani:
“Alle compagne e compagni di Siracusa, pochi, come pochi sono le compagne e i compagni siciliani, ai miei amici e al mio pubblico agli spettatori che forse oggi per i motivi più diversi, e che comprendo profondamente, che sono qui per rivedere l’ex mostro, per rivedere il cinico spacciatore di morte, per rivedere il capo della camorra napoletana, per rivedere l’uomo che per mesi anni la televisione di Stato ha infamato infangato crocifisso e servito coperto di fango alla opinione di milioni di italiani, devo dire che io rispetto profondamente le vostre liti, le liti che saranno avvenute nei bar come spesso capita in Italia, le discussioni anche rabbiose, per me è un mascalzone, per me ha la faccia del galantuomo, per me è impossibile che in Italia mettano dentro qualcheduno se qualche cosa non c’è sotto, per me è impossibile se lo tengono in galera per tanto tempo che qualche cosa non abbia fatto, per me è impossibile che nel mondo dello spettacolo, il mondo dello spettacolo, la droga non circoli come la neve a Cortina la notte di Natale. Questi sono stati i discorsi degli italiani, e non potevano essere diversi i discorsi dal momento che la televisione di Stato, con ostinata volgare cinica protervia, ogni sera parlava della moltiplicazione dei pentiti quasi si fosse trattato del miracolo del pane e dei pesci, nella certezza indiscutibile e indissolubile con cui le prove erano state attentamente cercate, e gli italiani ancora una volta, presi, presi per i fondelli, questo è il momento di dirlo chiaro alto e forte, da questo tipo di informazione. Che spacciava certezze spacciando infamie, che spacciava sicurezze spacciando semplicemente la paura che la verità affiorasse, e la riconquista della verità, amiche ed amici di Siracusa, non dico compagne e compagni, perché i compagni questa vicenda l’hanno vissuta in modo diverso dagli altri, una diversità che non ci rende fieri ma ci rende soltanto un poco più sofferenti, perché aver compreso quale strazio, per noi radicali, abbia costituito il risalire la corrente, il battere la protervia e il pregiudizio, e l’ostinatamente continuare nella strada della verità, della giustizia e del diritto, ha significato da parte di quasi tutta la totalità dei partiti italiani un attacco concentrico e rabbioso, i radicali si diceva, attaccano la magistratura, i radicali si diceva, per salvare Tortora stanno togliendo indipendenza alla magistratura; non di Tortora si trattava, non di Tortora si è mai trattato, ma si è trattato di sollevare un problema che riguardava, riguarda, e se non facciamo qualche cosa riguarderà, migliaia e migliaia di cittadini italiani. Io ricordo, nel lungo elenco di infamie che sono stato costretto a subire, quando per aver deciso di spezzare il silenzio, non sono uomo purtroppo nato servo, e questa credo che in Italia sia da qualcuno considerata una grave responsabilità, non sono nato servo, questo mi ha insegnato mio padre, insieme ad altre poche indispensabili cose, non sono uomo abituato a ricevere gli schiaffi o le bastonate inginocchiandomi e baciando ancora la mano di chi con tanta arroganza e schiaffi e bastonate distribuisce; mi alzo e come posso dibatto e resisto. Guardo e guarderò sempre in faccia i miei interlocutori, so che oggi c’è una specie di commovente marcia indietro, la gente, e non parlo della semplice buona gente che il venerdì sera mi guardava in una trasmissione largamente diffusa, parlo di certo ceto giornalistico, parlo di certo ceto politico, parlo di certo ceto partitocratico che oggi avrebbe, a battaglia conclusa, battaglia condotta sulla nostra pelle, dopo averci fatto tanti insulti dice… beh vedete, c’è… i cattolici direbbero la Provvidenza, i magistrati direbbero c’è la possibilità in appello di capovolgere una situazione, e quindi dal momento che siamo nella terra di Pirandello, dicono usando il titolo di una commedia di Pirandello “Tutto per bene”. Noi radicali prendiamo sì Pirandello, ma scegliamo il titolo di un’altra sua commedia “Ma non è una cosa seria”, e non lo è affatto, è una cosa tragica, il processo di appello che oggi viene salutato come esempio di incredibile coraggio, è stato non soltanto un processo non semplicemente giusto, ma il primo vero processo che centinaia e centinaia di cittadini italiani abbiano subito dopo quell’infame notte del 17 giugno 1983, nella quale tra gli strombazzamenti del telegiornale veniva annunciata l’impresa storica della vittoria sulla camorra. 1200 arresti in una notte, 1200 arresti in una notte, molti di voi hanno i capelli grigi, molti di voi ricorderanno anni bui, anni neri, anni che tutti abbiamo il diritto di dimenticare, mai, in una notte, nemmeno nelle più tracotanti imprese di provolone o del suo socio tedesco, 1200 persone, cittadini di una nazione furono scaraventati in galera, mai, e poi parliamo di Teheran, e poi parliamo con distacco di Khomeini o delle follie coraniche degli integralisti. Su 1200 oltre 200 furono rilasciati per omonimia, omonimia, avevano commesso l’imperdonabile delitto di chiamarsi come degli altri, alcuni furono rilasciati dopo undici mesi, undici mesi di galera, e i cittadini italiani hanno il diritto, il diritto sacrosanto, perché i cittadini non intendono essere trasformati in letame, e non undici mesi, ma undici minuti in galera sono ferita intollerabile per ogni Paese che voglia dirsi Stato di diritto e fondato sulla democrazia pienamente compiuta. Alcuni rilasciati stroncati dopo undici mesi, ce n’era uno, di questo la televisione non ne ha parlato, l’importante era trasmettere Tortora in manette, in questa oscena passerella riproposta addirittura alla moviola. Io fui il carosello vivente della camorra, arrestato all’alba, obbligato ad attendere cinque ore, cinque ore, perché scattasse evidentemente l’orario sindacale degli operatori della televisione e arrivasse il pullman e mi riprendesse in questa specie di vergognosa Via Crucis, in una livida alba romana appunto del giugno 1983. Non fu un’impresa storica, fu la più colossale operazione di macelleria giudiziaria all’ingrosso che il nostro Paese abbia probabilmente offerto dallo sbarco dei turchi ai nostri giorni. Questo dissi fin dal primo momento, questo mi fu imputato come bestemmia, questo mi fu ritorto come proterva arroganza. Non ho mai avuto paura, anche se i motivi per averla da parte dei miei interlocutori napoletani crescevano giorno dopo giorno. Indiscutibilmente, dopo aver provato ogni genere di accusa, questi boomerang lanciati con tanta protervia ritornavano loro in faccia, come è doveroso ritornino se l’uomo che lor signori hanno scelto era purtroppo per lor signori sbagliato, quello sbagliato. Mi accusarono di aver truffato i soldi dei terremotati, lo ricorderete, non funzionò nemmeno quello, mi accusarono di essere l’angelo nero delle notti milanesi, io che alle otto e mezza, quando non avevo impegni di lavoro andavo a letto, possibilmente non solo, ammetto volentieri questo reato; io, che come unico, unici compagni, ho avuto per tutto il resto della mia vita i libri, e anche di questo mi sono reso conto occorre vergognarsi, in questa Italia retta da analfabeti tesi unicamente al furto del danaro pubblico. Non gliene andava bene una a questi signori, e quando finalmente Marco Pannella una notte, ma io ero già in galera da un anno e mezzo, così per ridere, mi telefonò, e Marco mi conosce da quando insieme studenti, io liberale, lui radicale, facemmo insieme la battaglia, la grande battaglia civile per i diritti delle coppie, per il diritto di amare chi si ama spontaneamente senza costrizioni, la grande battaglia del divorzio, quando mi telefonò e mi disse noi ti candidiamo, io compresi immediatamente che ancora una volta i radicali, solo i radicali avevano la visione chiara, precisa, che per sollevare un grande problema nel nostro Paese, occorre realmente fare quello che i nostri avversari definiscono scandalo! Ma scandalo in senso evangelico, in questo Paese che si dice cristiano e spesso è soltanto democristiano, queste cose bisognerebbe ricordarle, e allora cominciò questa incredibile campagna elettorale, credo la sola che mai detenuto abbia fatto dal chiuso della propria detenzione domiciliare. E arrivarono gli insulti, alle pugnalate si sommarono gli insulti dagli altri partiti che io ho stimato sempre più come punture di pidocchi rispetto alle coltellate vere che i giudici di Napoli sapevano con tanta protervia infliggere. Cinquecentomila voti di preferenza, cinquecentomila voti di preferenza, la maggior parte di questi dalla Sicilia, e io sono qui per dirvi grazie, dalla Sardegna che è un’altra terra che ha profondo il senso della giustizia e dell’ingiustizia, diventai deputato e dissi “continuerò la mia battaglia”, andai in quell’aula dove si recitava questa farsa, farsa che resterà nelle cronache giudiziarie, e quando quel processo lascerà la cronaca e entrerà nella storia sarà l’esempio di quello che i magistrati non devono fare, l’esempio di quello che i cittadini non devono subire, l’esempio di quello che viene gabellato per diritto ed è soltanto barbarie. “Lei è stato eletto con i voti della camorra” mi disse un nobile pubblico ministero, dando praticamente con questo insulto atroce, vergognoso, immotivato, la più dura delle offese a chi mi ha eletto, al mio Parlamento, alla missione che mi era stata affidata. Lo denunciai il giorno dopo, corsi a denunciarlo, non ho mai più saputo nulla di quella mia denuncia, in compenso l’altro giorno, ero ancora detenuto, i carabinieri mi hanno accompagnato in manette a Milano dove un giudice mi ha interrogato per rogatoria perché io devo rispondere di offese alla Corte per aver detto al Pubblico Ministero “è una indecenza”. Questo è il diritto nel nostro Paese, questa è la giustizia nel nostro Paese, mi dimisi dopo una condanna talmente assurda che quello stesso tribunale in dieci anni avrebbe potuto chiedere con maggior legittimità contro sé stesso, mi dimisi da deputato europeo, vorrei ricordare senza orgoglio, anzi con profonda malinconia che in quarant’anni di Repubblica mai un deputato italiano, a qualunque partito appartenesse, mai ha rinunciato a quello scudo protettivo che noi chiamiamo impunità parlamentare. Lo dissi, ed essendo noi uomini abituati a dire quello che facciamo e a pensare quello che diciamo, mi dimisi. Mi dimisi, e rientrai per altri nove mesi, potendo rimanere tranquillamente deputato fino al 1989, potendo essere libero di respirare l’aria, che è cosa insostituibile, rientrai agli arresti domiciliari tra l’imbarazzato silenzio della classe politica che ci propone esempi come quelli dell’onorevole Andreotti, che per ventisette volte è stato assolto per alzata di mano dalla commissione inquirente. Tra di loro lor signori si assolvono, si condannano, che è cosa egualmente barbara, alzando la mano o non alzando la mano, questa è la giustizia per chi non è cittadino comune. Io ho scelto la strada dei cittadini comuni, e a chi dice Tortora, Tortora è stato privilegiato, perché tra le altre assurdità anche questo ho dovuto sentire, io vorrei rispondere bel privilegio, bel privilegio, ho subito la sorte di voi tutti, perché se al posto di Andreotti ci fosse stata lei, lei o lui, ventisette volte sareste andati in galera, non una, ma ventisette volte, e allora questa grande battaglia sulla giustizia che non è ancora finita perché voi vedete come ora tutto tende ad essere cancellato rimosso dimenticato, noi abbiamo intenzione di continuarla, a un patto, che questo partito che realmente ha le mani pulite, oltre che il cuore netto e gli occhi limpidi, possa vivere, ma ho la sensazione, che è molto più che una sensazione, ho la certezza, che l’assedio contro il Partito Radicale, l’assedio del silenzio, l’assedio della disinformazione, l’assedio contro ogni nostra iniziativa, che quanto meno è iniziativa di pazzi, anche se questi pazzi hanno detto alcune cose sulla giustizia, anche se alcuni pazzi hanno detto alcune cose sul nucleare, voi vedete come oggi perfino il pachiderma comunista, dopo averci scomunicati quando dicevamo che la scelta nucleare era morte, era scelta di morte, non di vita, lentamente, con quei movimenti un po’ imbarazzati che sono classici di ogni pachiderma, sta avviandosi a dare ragione, a questo piccolo partito che ha soltanto 3500 iscritti in tutta Italia, e in 3500 iscritti abbiamo nella storia di questo Paese operato la sola vera rivoluzione del costume, della dignità del cittadino, e non ho bisogno qui di ricordare tutte le grandi battaglie che i radicali hanno fatto. Siamo alla viglia della chiusura, amici, siamo alla vigilia dell’estinzione o della cessazione del nostro partito, io non mi vergogno di essere qui, anzi ne ho una gioia profonda perché di Siracusa ho sempre avuto un’immagine splendida e magica. È la prima terra colonizzata o colonia dei greci, so che l’uomo qui riflette, so che l’uomo qui per definizione è filosofo, so che l’uomo qui pensa e ragiona, e allora proprio per questo non mi vergogno di dirvi “noi abbiamo bisogno di voi”, se voi credete nelle nostre battaglie, e vorrei ringraziare la gente semplice, che ho visto, che mi ha stretto la mano, che mi ha detto “noi abbiamo giudicato Lei innocente fin dal primo momento”, forse è sbagliato, forse è profondamente sbagliato, giudicare la gente fin dal primo momento, seppure accade per quel fenomeno misterioso che si chiami emozione o simpatia, ebbene i semplici amici che hanno scommesso su di me come si può scommettere su un cavallo, hanno diritto a sentirsi dire da questo cavallo che hanno fatto diventare un mulo, che hanno fatto diventare un somaro tanto l’hanno tempestato di legnate, hanno diritto di sentirsi dire “grazie per questa fiducia”, ma io ho il dovere di dirvi “voi dovete proprio perché siete siracusani, abituati a pensare, allargare il problema e da me trasferirlo alle leggi, alle leggi, e alla necessità di una battaglia perché questa vergognosa vicenda, il caso Gallo, voi ricorderete il caso Gallo, questa infinitamente peggiore, perché qui non ci parlino di errore, noi siamo usciti dall’errore, siamo entrati nel crimine, me ne assumo completamente la responsabilità. E allora voi siracusani, a questo partito che non si batte per i posti, che non vi dice dateci la vostra iscrizione noi vi daremo un posto in questa o quella Saub, un posto in quel, in quell’organo di sottogoverno ma vi dice dateci il vostro aiuto perché noi le battaglie le intendiamo continuare e vincerle, non mi vergogno di dirvi ancora una volta “iscrivetevi, abbiamo bisogno di voi, mai come oggi alla vigilia della chiusura il Partito Radicale ha bisogno di sentire viva palpitante la gente intorno a sé. Ecco, sono nella città della fonte Aretusa, e rileggevo l’altra sera Luciano di Samosata, che non avevo capito da ragazzo quando a scuola studiamo senza amore, cose che poi l’esperienza, gli anni, ci inducono ad amare, a capire profondamente, c’è un punto di Luciano nel dialogo degli Dei, in cui Alfeo parla del suo amore per Aretusa, e Giove risponde “unitevi, e siate una sola acqua”. I Radicali muoiono, per mancanza d’acqua, e mancanza di democrazia, e sistema orrendo di oligarchia partitocratica. Alla città della fonte Aretusa noi diciamo, come Alfeo, “venite a noi e diventiamo una sola acqua”. Grazie e vi abbraccio.

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