“Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”: parole profetiche come visionaria è sempre la letteratura, che stende il suo sguardo sulla distesa apparente del tempo per far risuonare la sua parola di verità.
La citazione è naturalmente tratta da “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, di cui il 7 marzo ricorre l’anniversario della nascita (1785), e si riferisce all’epidemia di peste del 1630: occorre proprio ripetere che basta dare un’occhiata ai capitoli XXXI-XXXII per comprendere la psicosi di questi giorni? Untori, monatti, lazzaretti… ospedali, virologi e immunologi, influencer, paura del contagio. Parole come influenza, virus e virale, viralità (pensiamo ai post, alle fake news bufale false notizie più o meno dolose che si diffondono come e peggio dei morbi) ci rimandano ad un’umanità che ha sempre dovuto combattere con le epidemie e le loro nefaste conseguenze sulle comunità e sul senso stesso dell’umanità (influenza viene da “influere”, scorrere dentro, e si riferisce anche all’agire dei corpi celesti sulla salute umana; virus invece in latino significa “morbo, malattia” e soprattutto “veleno”): quanto veleno in tanti gesti contro presunti infettatori, quanto malata certa informazione distorta o certa sciagurata condivisione di contenuti falsi o tendenziosi.
Oltre al Manzoni del romanzo, c’è un altro suo scritto che andrebbe riletto, cioè la “Storia della colonna infame”, saggio che originariamente accompagnava “I Promessi Sposi”: l’autore infatti desiderava che il lettore, avvinto dal suo componimento misto di storia e di invenzione, leggesse poi la vicenda giudiziaria di Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza, che vennero accusati di essere untori e condannati a morte, dopo che le confessioni erano state estorte loro con la tortura.
Se dovessimo consigliare altre letture per una quarantena da coronavirus, immancabile il riferimento a Boccaccio e al suo Decameron: il senso di coralità ritrovata, di umanità coltivata nel senso della speranza e della parola, il racconto come ri-creazione, la comunità rinovellata come tessuto ricucito dopo lo strappo della peste del 1348, sono il vero “sugo” delle cento novelle e della loro drammatica cornice.
Boom di vendite in Francia per “La peste” di Camus: evidentemente i libri del passato sono la lente che ci permette di vedere meglio il presente.
«Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono»: Saramago nel suo “Cecità” narra il morbo dell’indifferenza che appanna e spegne ogni barlume di humanitas.
Niccolò Ammaniti e il suo “Anna” ci prospettano invece una Sicilia devastata da “La Rossa”, un misterioso male che annienta gli adulti e risparmia i bambini.
Tanta altra narrativa storica e distopica potrebbe essere riportata a quanto stiamo vivendo, ma non sarebbe male ripensare alla nostra storia recente: l’epidemia di febbre spagnola, quelle di tifo, vaiolo, morbillo, difterite, tubercolosi, poliomielite…
La nostra Siracusa – e certi tragici fatti dovrebbero ammonirci – ha vissuto varie epidemie: pensiamo alla peste che ci descrive Tito Livio nel libro XXVI della sua opera storica “Ab urbe condita” (“Postremo ita adsuetudine mali efferaverant animos, ut non modo lacrimis iustoque comploratu prosequerentur mortuos sed ne efferrent quidem aut sepelirent, iacerentque strata exanima corpora in conspectu similem mortem exspectantium, mortuique aegros, aegri validos cum metu, tum tabe ac pestifero odore corporum conficerent; et ut ferro potius morerentur, quidam invadebant soli hostium stationes”: “infine i mali per l’abitudine rendevano insensibili gli animi così che non solo con le lacrime e un giusto pianto non seguivano i morti, ma neppure li prendevano e li seppellivano, e i cadaveri sdraiati giacevano sotto la vista di quelli che aspettavano una simile sorte, e i morti infettavano i deboli e i deboli i sani sia con la paura, sia con l’epidemia e con il pestifero odore dei corpi; e per morire piuttosto per mezzo della spada alcuni da soli assalivano le stazioni dei nemici”) e a quelle del 1524 e 1575.
Pensiamo anche alle ondate di colera, di cui quella del 1837 provocò addirittura l’invio dell’esercito comandato dal generale Del Carretto per via della rivolta popolare e delle violenze.
Si credette, ancora una volta, a presunti untori prezzolati dal governo, voce artatamente rafforzata dai liberali che speravano in un rivolgimento politico. Vennero così trucidati l’intendente Vaccaro, l’ispettore Li Greci e suo figlio che era “percettore” delle imposte, il commissario Vico, nonché innocui viandanti e forestieri, incorsi casualmente nella cieca furia popolare. Altri, come “il cosmorama” Francesco Giuseppe Schweitzer e la di lui giovane e bella moglie Maria Lepyck, a stento in un primo tempo vengono sottratti al linciaggio e rinchiusi in carcere (saranno poi massacrati, insieme ad altri infelici, il 5 agosto al piano del Duomo), mentre si svolge l’incredibile parodia dell’istruttoria pubblica e degli esami chimici, durante i quali salterà fuori, in circostanze mai del tutto chiarite, una piccola quantità di arsenico, ritrovata, si dice, tra gli oggetti sequestrati in casa del defunto intendente Vaccaro”, come ci narra il De Benedictis. La repressione borbonica declassò Siracusa (definita “città scellerata”), che perdette a favore di Noto il capoluogo.
Concludiamo con le parole di Edgar Allan Poe – da rileggere i suoi racconti in cui mistero, incubo e terrore si fondono: “La morte rossa” farebbe al caso nostro – su Manzoni, il cui capolavoro recensì sul “Southern Literary Messenger”: “Le scene descritte dal Manzoni ci danno cognizione di vera vita vissuta […] saggio della potenza espressiva di questo scrittore”.

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