Il terremoto del 1693 sconquassò mezza Sicilia provocando 60 mila morti

Il successivo maremoto, con onde alte dieci metri, devastò campagne e città. Lungo il versante orientale dell’isola altri ne sono accaduti fino al 1990 e altri ancora, secondo gli scienziati, ne verranno. La scelta sciagurata del polo petrolchimico in questa zona

 

La Civetta di Minerva, 20 agosto 2019

Ermanno Adorno, con l’aiuto di altre persone come Antonio Randazzo, ha promosso l’iniziativa di far restaurare una lapide sul portone di via Cavour 52 che ricorda il tremendo terremoto del 1693. Ma questo terremoto cosa fu concretamente?

Il terremoto del Val di Noto del 9 e dell’11 gennaio 1693 rappresentò uno fra gli eventi più catastrofici che abbia colpito la Sicilia orientale, ma anche l’Italia, con una magnitudo pari a 7,4. Inoltre, risulta essere il ventitreesimo terremoto più disastroso della storia dell’umanità, quello dello Stretto è al 12° posto. Questo evento sismico provocò la distruzione totale di quasi 70 centri abitati, interessando una superficie di circa 5.600 km2 e causando un numero complessivo di circa 60.000 vittime. Poi, fatto terribile, fu il seguito con un maremoto che colpì le coste ioniche della Sicilia e lo Stretto di Messina.

La prima forte scossa sismica arrivò improvvisamente la sera del venerdì 9 gennaio 1693 alle ore 21 con epicentro tra Melilli e Sortino. Crollarono numerosi edifici un po’ dappertutto e vi furono vittime. Dato che il giorno dopo, il sabato, passò senza forti scosse, la gente si illuse che tutto fosse finito. La domenica mattina, 11 gennaio, alle ore 9 si ebbe una nuova forte scossa e un’altra circa un’ora dopo. Ma l’evento principale scoccò alle 13:30 provocando l’immane distruzione e l’innesco del successivo maremoto le cui onde arrivarono fino in Grecia. Da considerare che la zona di Augusta, con la conformazione della baia e le condizioni geomorfologiche locali amplificò il fenomeno portando a un’altezza massima l’onda, stimata intorno ai 10 metri e con le acque che penetrarono per circa 200 metri nell’entroterra. L’evento fu talmente forte che portò lesioni e crolli parziali sino a Palermo, Agrigento, Reggio Calabria e, più gravi, a Malta. Lo sciame sismico, con le scosse di assestamento, anche forti, si protrasse per circa due anni con un numero elevatissimo di repliche (circa 1.500 eventi).

Alla fine si contarono i morti che a Catania furono 16.000 su una popolazione di circa 20.000; a Ragusa circa 5.000 su 9.950; a Lentini 4.000 su 10.000 abitanti; a Siracusa circa 4.000 su 15.339 abitanti; in altri centri si ebbero dal 15% al 35% di morti rispetto alla popolazione residente, mentre a Palazzolo Acreide venne sterminato il 41% degli abitanti.

Inestimabili furono i danni per il patrimonio artistico e culturale della parte orientale dell’isola. Il vescovo Francesco Fortezza riporta che dei 64 monasteri della diocesi di Siracusa solo i tre di Butera, Mazzarino e Terranova erano in piedi, tutti gli altri erano stati distrutti. Inoltre, secondo una stima dei Senatori di Siracusa al Consiglio Supremo d’Italia a Madrid, erano “rovinati e demoliti in tutto: 2 vescovadi, 700 chiese, 22 collegiate, 250 monasteri, 49 città e morte 93.000 persone”.

Le caratteristiche dell’evento suggeriscono che la struttura sismogenetica fu a mare, non lontano dalla costa tra Catania e Siracusa. La profondità stimata a circa 20 km di profondità. Nella cultura di massa si incentrò la leggenda di don Arcaloro, secondo la quale la mattina del 10 gennaio 1693 una strega disse al barone Arcaloro Scamaccache che l’indomani la città di Catania avrebbe “ballato senza musica”, ovvero che aveva sognato Sant’Agata la quale aveva tentato di implorare il Signore di salvare la città dal terremoto, tuttavia Gesù aveva negato la grazia per punire i peccati dei catanesi. Don Arcaloro si rifugiò allora nella sua residenza di campagna, salvandosi. Un’altra leggenda è relativa a Francesco Antonio Carafa, vescovo di Catania dal 1687 al 1692, che grazie alle sue preghiere avrebbe salvato Catania dal terremoto per due volte. Tuttavia, proprio dopo la sua morte avvenuta nel 1692, nulla poté evitare il terremoto dell’anno seguente. Come indicato sull’iscrizione scolpita sulla sua tomba situata nel Duomo di Catania: «Don Francesco Carafa, già Arcivescovo di Lanciano poi Vescovo di Catania, vigilantissimo, pio, sapiente, umilissimo, padre dei poveri, pastore così amante delle sue pecorelle che poté allontanare da Catania due sventure da parte dell’Etna, prima del terremoto del 1693. Dopo di che morì. Giace in questo luogo. Fosse vissuto ancora, così non sarebbe caduta Catania».

Questa sintetica descrizione ci porta a considerare dov’è situata la Sicilia orientale. Difatti, secondo i geologi in appena 200 anni si sono verificati ben 177 terremoti che hanno provocato danni, cioè in media quasi uno ogni anno, causando ogni 15 anni distruzioni con perdite di vite umane. L’ultimo è stato quello del 13 dicembre 1990. La scossa fu di magnitudo 5,7 molto più debole di quello del 1693. Il sisma, con epicentro nel Golfo di Augusta, provocò gravi danni in molti paesi del Siracusano, dove morirono 17 persone. I feriti furono centinaia, i senzatetto oltre 15 mila. Le vittime furono tutte a Carlentini, dove gli edifici erano costruiti in tufo. I maggiori danni, però, furono ad Augusta dove oltre 7.000 persone rimasero senza una casa.

Oramai si sa che tutto dipende dalla faglia Ibleo-Maltese che negli ultimi anni s’è dimostrata molto vitale e pur non potendo prevedere la data esatta di un nuovo cataclisma e la sua scossa tellurica, si sa che altri se ne verificheranno, come prevedono gli scienziati del CNR. Allora possiamo affermare che fu una scelta scellerata quella di costruire un polo petrolchimico proprio in questa zona, la più alta a rischio sismico d’Italia. E non si dica che non era conosciuto tutto questo nel 1949, anno d’inizio della costruzione della Rasiom.

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