BBCC: UNA GESTIONE NON BASATA SULLE COMPETENZE SIAMO SUCCUBI DI STAR COME SGARBI E ZICHICHI

Santalucia: “Evidentemente la mia azione si è rivelata troppo incisiva contro certi interessi. Si è assistito ad una lenta erosione di competenze, spazi, beni”

 

 

La Civetta di minerva 13 luglio 2018

Nell’ultimo corposo lavoro dell’architetto Francesco SantaluciaIl patrimonio degli equivoci“, scritto in collaborazione con il giornalista Antonio Gerbino, che documenta e analizza le condizioni, gravi, in cui versa il patrimonio culturale della Sicilia, con l’attenzione rivolta in particolare all’investimento economico regionale finalizzato alla tutela e alla valorizzazione dei beni storico artistici, si segnala, quale via di uscita dal degrado politico istituzionale, e culturale, la necessità di ritornare a un uso sociale del patrimonio comune, soprattutto mirando a una partecipazione ampia della società e insieme alla formazione di una nuova classe dirigente, più competente e propositiva.

Rilievo viene pertanto dato anche al “perenne equivoco” in cui è impaludata la Regione siciliana e l’Assessorato Beni Culturali in relazione alle politiche gestionali del personale. Su questo abbiamo chiesto un approfondimento all’architetto Santalucia, anche sulla scorta della personale esperienza. Così ci ha risposto.

“Sì, un perenne equivoco. Non si tratta solo dell’avere avuto una funzione di serbatoio di mano d’opera o meglio di una fabbrica di consensi. Specificatamente la legge istitutiva del sistema regionale prevedeva organici complessi ricavati dalle tabelle nazionali di musei e soprintendenze. Ma la realtà organizzativa e concettuale era assolutamente diversa e non bastava integrare a storici dell’arte, architetti e archeologi, le nuove figure di biblioteconomisti, archivisti, antropologi, naturalisti in senso lato.

Invece si fece semplicemente una addizione a cui non seguì alcuna integrazione e formazione specifica per i nuovi compiti di fruizione e valorizzazione del patrimonio, sino alle più recenti confusioni con la unificazione delle figure professionali nella convinzione che i manager dovessero essere solo tali, e non specialisti della materia. Come se in chirurgia si potesse avere un primario laureato in economia e non un chirurgo.

Oggi non esiste più un organico dei Beni Culturali. E la amministrazione non investe più nulla ma non solo quella di settore: è una questione generale e i dirigenti vengono trasferiti da un settore all’altro senza alcuna discrezione e si aspetta l’esaurimento per pensionamento per poter dire che abbiamo risparmiato.

È così che non ci sono più confronti, idee e progetti validi, accettabili e i tanti fondi a disposizione si perdono.

Sul piano personale la mia esperienza è stata un poco anomala perché ho goduto di una certa libertà dovuta alla distanza da Palermo e a un rapporto di fiducia con Giuseppe Voza che mi ha permesso di spaziare a trecentosessanta gradi nei settori della conservazione e della tutela.

Ma evidentemente l’azione si è rivelata troppo incisiva contro certi interessi e che non si trattasse da parte nostra di soprusi lo dimostra il fatto che, dopo venti anni, le questioni urbanistiche e di valorizzazione sono ancora le stesse e nulla di quelle grandiose e progressive “speculazioni” che avrebbero dovuto portare “benessere” alla città, è stato fatto: si è assistito ad una lenta erosione di competenze, spazi, beni.

In questi frangenti l’amministrazione centrale si è comportata in maniera contraddittoria lasciandoci quanto più soli possibile e spesso, dopo il 2000, aggredendo i dirigenti rei di rispettare e far rispettare le regole.

È questa forse la questione più rilevante: l’amministrazione non ha più indirizzo ed è spesso succube di star come Zichichi o Sgarbi; non guida la compagine amministrativa, non si rinnova. Un futuro ci potrà essere solo se si inverte la rotta varando programmi di formazione, specializzazione e diversificazione del personale, oltre che di assunzione anche a contratto delle moltissime professionalità che faticosamente sono cresciute fuori dal pubblico, sulla scia della speranza che i beni culturali potessero diventare veramente fonte di occupazione a tutti i livelli.

Tecnici di alto livello, operatori di restauro, guide, esperti di didattica ce ne sono dovunque ma non nell’amministrazione. Occorre rivolgersi a quelli prima che siano troppo vecchi anche loro e dopo non ci sarà alternativa perché, vista l’inesistenza di sbocchi lavorativi, le poche facoltà che si sono occupate di queste tematiche vanno man mano scomparendo.

Ma alla base di tutto occorre che la Regione decida di spendere nella gestione ordinaria, risparmiando altrove, certo non nella sanità e nell’istruzione, e abbia la capacità di vedere lontano, e non limitarsi a distribuire come fa da sempre, contributi sotto forma di denaro o di assunzioni.

 

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