“Aiutiamo meglio i senzatetto, puntando all’anima più che ai soldi”. I suoi incontri, a Siracusa, con tre uomini diversi l’uno dall’altro
La Civetta di Minerva, 26 ottobre 2019
Michelle Vaid è nata e cresciuta a Londra, sebbene le sue origini si perdano nelle lontane isole Figi come tradisce il colore scuro della sua carnagione, ma di fatto è cittadina del mondo: tantissimi i Paesi che ha visitato e almeno sette quelli in cui si è trattenuta più a lungo, integrandosi nelle diverse culture. Tra questi l’Italia, in particolare la Sicilia, Siracusa, dove è arrivata per la prima volta nel 2012 con un primo soggiorno di soli 5 mesi e dove ritorna quasi ogni anno, anche più volte. Alloggia, da ospite, all’Algilà dove dà il suo aiuto da consulente aziendale e supporto ai turisti. Un luogo “altro” rispetto a quelli che hanno contrassegnato una difficilissima infanzia e adolescenza vissuta per strada, arrangiandosi alla meglio, fuori dalle regole, con esperienze (quelle familiari sono state segnate da violenza, dipendenza da alcol e droghe, gioco d’azzardo e prigione) che però costituiscono oggi la sua vera forza e la base su cui ha nel tempo fondato una vita di molti successi e soddisfazioni. Una vicenda umana di riscatto quindi, che tutta riemerge in un blog, da lei stessa curato, come in un percorso terapeutico.
Ma noi non di questo vogliamo parlare.
Quello che ci ha raccontato in un bizzarro bilinguismo e che potrebbe costituire un elemento di interesse, un insegnamento per tanti, sono stati i suoi incontri, a Siracusa, con tre uomini diversi l’uno dall’altro per età, situazione familiare, stato di bisogno: Andrea, un giovane senzatetto della Repubblica ceca, l’austriaco Sasha con problemi di droga dovuti alle difficoltà dell’infanzia, Michael, un siciliano, più anziano degli altri due personaggi, travolto da un’improvvisa inversione drammatica del destino.
Quella di Andrea è una storia a lieto fine. “L’ho visto la prima volta, e poi sempre, seduto a terra in corso Matteotti o dietro il bar Viola – racconta Michelle -. Per sei mesi ogni giorno, senza fermarmi, sono passata davanti a lui solo guardandolo. E, quando ho capito che la mia presenza era diventata per lui quasi familiare, l’ho salutato e mi sono fermata per parlargli. Non gli ho mai chiesto però di raccontarmi di sé, dei suoi problemi, del perché avesse scelto quella vita. Chi pensa che sia questo l’approccio con gli homeless sbaglia: aprirsi con un estraneo è per loro impossibile, genera paura, fa ritrarre.
“È stato lui a scegliere il momento per dirmi della sua fuga da casa, del suo silenzio con la famiglia. Un genio: leggeva un libro al giorno, indifferentemente in italiano o in inglese. E così, migliorando il suo aspetto, ha anche iniziato a insegnare in modo informale inglese in Ortigia a soli 5 euro. Mai gli ho offerto cibo o soldi, e se prendevamo un caffè, lasciavo che fosse lui a pagare per il suo. C’è una grande differenza tra l’aiuto economico e quello per l’anima: ed è su questo che bisognerebbe sempre puntare. Restituire il senso del proprio io, della fiducia in se stessi, nel credere di valere comunque. Si è molto stupito, emozionato, quando ho preparato per lui dei biglietti da visita a suo nome: Mister Andrea, insegnante di inglese. Semplici parole possono trascinare un uomo dalla profondità del fallimento a una sorta di speranza e fiducia nel mondo. Sono più potenti del denaro.
“L’ho invece aiutato a curare la sua salute: era diabetico e aveva bisogno di un dentista. Alcuni amici si sono prestati con grande disponibilità. Ho lasciato che la sua sofferenza arrivasse al massimo, che stesse sotto la pioggia per ore e che provasse il desiderio di una vita “normale”, poi gli ho dato le chiavi del mio appartamento per 24 ore: avevo capito che in lui c’era il desiderio di stabilità, di una casa, di una famiglia. E infatti così è stato: ha finalmente telefonato alla nonna e abbiamo quindi organizzato la partenza. Era il giorno di Pasqua, si sentiva eccitato e devastato per non poter portare con sé il suo cane, il suo migliore amico, Benjie. Ci siamo separati alla stazione degli autobus di Siracusa: sono rientrata a casa in lacrime dopo aver perso un buon amico, 18 mesi di vita insieme, ma soddisfatta perché sapevo che sarebbe tornato a credere in se stesso, nella vita. L’amicizia continua ancora e ci sentiamo spesso. Vive da solo e lavora. Ha giorni buoni e giorni cattivi come tutti noi”.
Qual è il messaggio che vuoi trasmettere con questa vicenda?
“Che i senzatetto non hanno fatto una “scelta” e che i soldi non possono aiutarli. La maggior parte di loro, nell’infanzia, ha avuto problemi e ha quindi una bassa autostima che porta a droga, alcol, suicidio o depressione. Non si fidano di nessuno e se anche si desse loro una casa, non saprebbero viverci: sarebbe per loro una forma di prigione come quella da cui, da bambini, avrebbero voluto fuggire. Certo, alcuni diventano senzatetto per motivi economici ma i più hanno avuto traumi, vissuto abusi e abbandono. Aiutarli con cibo e soldi è sicuramente un atto di gentilezza, di empatia, ma non risolve il problema; è invece importante aiutarli con sensibilità a ricostruire la fiducia in se stessi, il senso del proprio valore, l’autostima. Tuttavia, non tutti i senzatetto possono essere aiutati: anzi secondo me è possibile solo per una piccola percentuale”.
Ne è un esempio Sasha, a cui Michelle, per far sì che guadagnasse qualcosa, faceva tradurre in tedesco i suoi scritti. “Con lui passavamo il tempo a parlare di vita, ma alla fine si è trasferito a Catania e si è “perso” di nuovo con droghe e alcol. Ci incontravamo in un bar, e anche questo è importante: avere la possibilità di sostituire alla casa un luogo in cui ritrovarsi, spazi pubblici dove poter incontrarsi, parlarsi, condividere, anche restare in silenzio. Questi luoghi sono fondamentali per sostenere il benessere emotivo di persone come noi che non hanno famiglia o stabilità nel mondo esterno. Grazie a un amico a Vienna dove ho vissuto, un professore d’arte, un membro di quella che io chiamo la mia “famiglia globale”, sono riuscita a rintracciare la zia di Sasha, colei che l’ha cresciuto, per farle sapere che stava bene. Spesso mi ritrovo a cercare di riunire i fili spezzati con le famiglie di altri senzatetto ma non sempre è possibile. Alcuni rifiutano ogni contatto, persi nella loro disperazione”.
E infine Michael, 60 anni: la storia di un’esistenza “normale” che inaspettatamente cambia direzione e lascia macerie. Lavorava in un bar qui a Siracusa frequentando però l’università di Catania per diventare un medico. Poi l’incidente della giovane moglie e la necessità di lasciare gli studi e occuparsi di tutto, soprattutto del figlio.
Uomo sensibile, intelligente, grande lavoratore. “Una bella amicizia. Ogni giorno lo andavo a trovare al bar. Parlavamo per ore, per allontanare le preoccupazioni, il dolore. Poi il bar è stato chiuso e la moglie, la donna per cui lui aveva rinunciato a tutto, lo ha lasciato. Sembrava impazzito. Incontrandolo in Piazza Archimede lo spronavo a non darsi per vinto, a cercare un’altra occupazione, chiedevo ai suoi amici, a chi lo conosceva, di non lasciarlo solo, di aiutarlo, ma non capivano che la depressione lo stava imprigionando. E mentre ero a New York gli telefonavo sempre. Un giorno di dicembre, poco prima che rientrassi in Italia, mi ha detto: “È finita per me. Riesco a far fronte alla perdita del lavoro, delle amicizie, ma non a quella di mia moglie”. Non sono più riuscito a contattarlo per giorni e poi ho ricevuto una chiamata: si era suicidato, a Catania. Quando sono tornata, ho voluto celebrare per lui una messa. “Amicizia e amore è un’azione” e non solo parole, ho detto nel mio stentato italiano. Sono riuscita anche a contattare su facebook il figlio che, superando l’iniziale diffidenza, ha poi accettato la mia amicizia. Mi sembra così di aver restituito qualcosa a Michael che adorava questo ragazzo tenuto lontano da lui.
Bene. Sono contenta di questa intervista. Volevo proprio ricordare questi tre uomini coraggiosi, le loro vicende. Sulla panchina davanti alla Prefettura, come a Londra, avevo messo tre targhe con i loro nomi, ma qualcuno le ha rimosse. Ora sono al Biblios Cafe di Ortigia. E ho regalato a Siracusa un libro per bambini sulla città in cui sono citati questi personaggi. Ho sostenuto altri due uomini nel Regno Unito per recuperare le loro vite, non usando soldi e non ricevendoli neanche. Credo che sia stato il mio percorso di vita unico a portarmi a vivere una vita pacifica e diversa da quella della maggior parte delle persone, con la passione per le riforme sociali nella direzione di uno sviluppo del mondo interiore di ognuno, in modo che tutti possano avere gli strumenti per aiutare se stessi e comprendere come interagire con gli altri per far loro apprezzare la vita e vivere più pacificamente con gratitudine, rendendo uguali le opportunità per se stessi, i ricchi e i poveri”.

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