Sintesi storica degli avvenimenti ambientali nel Siracusano dagli inizi dell’industrializzazione al 1985
La Civetta di Minerva, 2 settembre 2019
La classe operaia, a fronte dei numerosi infortuni e delle malattie, ha tendenzialmente privilegiato la monetizzazione dei rischi e della salute. Da una prima analisi si può osservare che la lotta contro la nocività nel polo industriale di Siracusa iniziò in sordina e per lo più legata alle vertenze in atto per gli organici e relative indennità. Così, secondo le aziende, la “disintossicazione” poteva avvenire con la distribuzione periodica di un po’ di zucchero, thè o latte. Contemporaneamente, all’interno delle maggiori fabbriche si realizzavano proprie strutture sanitarie, mentre quelle pubbliche rimanevano incapaci di rispondere a specifiche istanze che provenissero dal mondo del lavoro.
È chiaro che le tematiche ambientali investono a monte scelte produttive (qualità e tipo di investimenti) e a volte sono alquanto complesse nei rapporti di potere con le istituzioni. Il sindacato cercò successivamente, nel mutamento di coscienza più rapido, di recuperare facendo dichiarazioni e prendendo posizioni più esplicite sulle situazioni specifiche. Ma spesso, nel tentativo di controllare le condizioni di rischio in modo più diretto e mirato, rimanevano propositi condizionati, limitati e di difficile gestione perché erano argomenti aperti ed insoluti da anni, comunque legati allo sviluppo capitalistico.
In pratica, per il sindacato esisteva il grosso problema dell’occupazione, che si opponeva di solito a quello crescente della nocività e dell’inquinamento, essendo più facile assecondare la “tigre salariale”. Era il cosiddetto “ricatto occupazionale”. Tutto ciò lasciò ampi spazi, anche strumentalizzati, che diventarono cavallo di battaglia di momenti circoscritti e soggetti singoli. Ne approfittavano uomini politici, intellettuali, forze extraparlamentari nel coprire certi vuoti lasciati scoperti dal sindacato e dalla magistratura, nell’evidenza di una potenzialità d’iniziative.
Pertanto, agli occhi della gente, risaltavano meglio certe intraprendenze pretorili di fine anni 70. Ma queste apparivano come la lotta di un uomo “solo”, pur investito d’autorità, che non dava respiro o tregua alle imprese. C’è chi ravvisava in ciò le condizioni di riflusso individuale e collettivo, dal momento che il “Robin Hood” di turno sbrogliava faccende spinose. Certamente la magistratura ha contribuito a scoprire i falsi tecnologici che il profitto nasconde, ma nel contempo ha sottolineato i limiti del sindacato nel condurre sulla vertenza sociale una strategia articolata capace di incidere rispetto alle scelte delle multinazionali, per far rispettare gli accordi e nell’imporre uno sviluppo controllato.
Possiamo registrare come negli anni ’60 ci furono le lotte al reparto AS2 (acido solforico), con accenni alle gravose condizioni nel reparto CX6, chiamato la “fossa dei leoni” per la presenza di polverosità, vapori tossici, insicurezza, amianto, sostanze cancerogene, radioattività (fosforite). Appare evidente che la mentalità diffusa era quella del condizionamento generale e di liquidare fatalmente ogni tipo d’incidente e situazione critica. Così la Rasiom e la Sincat potevano affermare che gli “infortuni anche mortali durante le fasi di costruzione e di esercizio degli impianti erano dovuti soprattutto alla mancanza di esperienza della manodopera, per comprensibili motivi legati alla natura del lavoro e quindi in una realtà che non aveva mai assistito all’insediamento di industrie di così grosse dimensioni”.
Sugli infortuni si disse che “tendevano a stabilizzarsi su certe quote quando gli impianti entrarono in esercizio, in quanto le aziende aumentavano le cautele e la vigilanza, per maggiore coscienza preventiva e moralizzazione dell’attività”. In definitiva, per il grande partito dell’industrializzazione, alla fine degli anni ’50, appare senz’altro ingiustificato il timore dell’insorgere di una lunga serie di malattie professionali determinate dalle lavorazioni. Così alla Rasiom nel 1961, a causa di un incendio in un reparto, “migliaia di tonnellate di petrolio bruciarono con fiamme alte fino a cento metri e solo il coraggio dei Vigili del fuoco evitò che raggiungessero la sala pompaggio” (due lavoratori rimasero feriti).
Un quotidiano, il 30 settembre 1965, riportò che “a causa di una disgrazia vi erano stati morti e feriti gravi per una fuoriuscita di acido solforico da una tubazione di uno stabilimento di Priolo” (cioè la Sincat). In effetti, era avvenuto uno scoppio presso un serbatoio che conteneva tale sostanza. La stampa descrisse il fatto con toni laconici e pietistici. Ma non si faceva cenno alla tensione venutasi a creare, alla rabbia di alcuni e all’isolato sciopero parzialmente riuscito.
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Per quanto riguarda la situazione ambientale in rapporto all’inquinamento, fece “storia” l’inchiesta di Pippo Fava del 1965, da una serie di articoli pubblicati e nel libro “Processo alla Sicilia”. Infatti, insieme alla disamina socio-economica delle varie zone dell’isola, si dava un’immagine del fenomeno quale veniva “maturando” sui mass media e di riflesso sull’opinione pubblica. A Gela, mentre le pubbliche autorità accusavano l’indifferenza dell’Anic per lo smog, i veleni, l’inquinamento apportato, nel contempo si sottolineava che non veniva “compresa” la funzione produttivistica delle fabbriche.
A Siracusa l’industria aveva distrutto l’antico panorama del Sud, ammorbando l’aria, velando il sole con i suoi fumi e vapori, sporcato ed avvelenato l’acqua del mare, ma “liberato” 10 mila famiglie dalla miseria. Questa città era presentata come “modello ed avanguardia del Sud: “…un odore nuovo disperde quello delle alghe putrefatte lungo le scogliere: un sentore di uova marce, di ammoniaca, di petrolio che brucia, di polvere da sparo (zolfo), di concimi, di tutte le scorie che le gigantesche ciminiere di Priolo bruciano giorno e notte. Il buon odore dei soldi moderni”. In queste immagini e descrizioni appariva l’esaltazione del fervore del lavoro pur nelle “brutture” unite al grottesco e simbolico. Ma ancora venivano sottaciute le cose “amare” con i drammi che portano gli incidenti ed i lutti.
Per la prima volta al Convegno Regionale tenuto nel giugno 1967 a Siracusa apparve un esame tecnico di aspetti sanitari ed ecologici. In una delle numerose relazioni si illustrava la risultanza dei rilevamenti riguardanti l’inquinamento atmosferico di Priolo, la concentrazione e la natura degli insediamenti. Si evidenziava l’esigenza di prevenzione e di maggiore attenzione per i riflessi di ordine igienico iniziando dalla fase stessa di programmazione di nuove attività e localizzazioni urbane. Si sottolineava che, nonostante il notevole processo di industrializzazione in atto da un decennio, non era stato finora condotto alcun controllo analitico.
L’indagine aveva carattere preliminare, ma da elementi di primo giudizio si concludeva che le concentrazioni di SO2 nella postazione erano largamente inferiori a quelle di altre aree residenziali. Il netto favore delle condizioni micrometeorologiche consentiva la dispersione degli inquinanti. Comunque si rilevava la necessità di ulteriori approfondimenti ed intensificazioni d’indagini coordinate per chiarire l’importanza degli “inconvenienti qua e là lamentati nella zona, per le molestie segnalate dagli abitanti prossimi agli impianti e per eventuali provvedimenti”.
Nel dibattito tra medici, studiosi, analisti, tecnici, imprenditori, si confrontarono varie tesi ed esperienze sui pericoli temibili e registrabili. Particolarmente si sintetizzarono alcune valutazioni delle imprese. La Sincat riconosceva la necessità di interventi di depurazione, ma confermava che non vi erano particolari motivi d’allarme secondo i dati esposti e comunque ulteriormente studiati e ricercati. Per la Rasiom non vi erano evidenti pericoli di nocività, di danni alle colture vegetali o alle persone provocati dalle industrie. Infatti, portava a testimonianza la “letteratura” in merito agli effetti negativi dell’SO2 producibili solo a livelli superiori ai 3 p.p.m., pertanto con margini individuali anche maggiori. Pur non ritenendo indispensabile intraprendere azioni per ridurre la presenza nelle e-missioni, la Rasiom aveva progettato l’impianto per estrarre lo zolfo dal grezzo. Con questa realizzazione il problema del rischio ambientale dovuto a tale elemento veniva ritenuto praticamente risolto.

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