Si è tenuta giovedì l’assemblea generale della Cgil, apertasi con la relazione del segretario Franco Nardi. Il suo resoconto partiva da un documento predisposto dall’Area Politiche per lo Sviluppo della Cgil nazionale. Tutti i contributi che perverranno da ogni provincia e regione verranno sintetizzati a Roma in una documentazione da presentare al prossimo congresso nazionale.
Il titolo del documento è abbastanza eloquente: “Una e indivisibile. L’Italia riparte dal Mezzogiorno”.
La relazione del segretario, infatti, non poteva partire se non con l’evidenza della lotta al “lavoro povero” e la necessità di un nuovo modello di sviluppo sostenibile e dignitoso per Siracusa, conducendo un’analisi critica delle attuali condizioni di lavoro e di vita, citando la sanità sempre più privatizzata, con tanti lavoratori che non possono permettersi cure adeguate e sottolineando la necessità di una forte valorizzazione delle risorse locali che non mancano in vari settori come l’agricoltura. Una parte significativa del dibattito che ne è seguito ha riguardato vari aspetti della contrattazione, oggi in crisi per l’unità sindacale con Cisl e Uil, venuta meno perché queste si volgono a favore di posizioni filogovernative, tanto che è da tempo che alcune categorie della Cgil non firmano accordi perché giudicati troppo inadeguati rispetto a quelli sottoscritti dalle altre due organizzazioni.
Una discussione accesa è stata quella sulla transizione ecologica, con il quesito se la Cgil abbia effettivamente peso su ciò che decidono le imprese in zona industriale. Sappiamo che la direttiva europea sulle emissioni industriali (Ied) è il punto di partenza per il controllo delle emissioni inquinanti, imponendo a tutti gli impianti di raffinazione di operare in base ad autorizzazioni fondate sull’uso delle migliori tecniche disponibili (Bat). Così le raffinerie devono costantemente aggiornare i propri processi per ridurre al minimo l’impatto ambientale. Su ciò il sindacato ha piena conoscenza tecnica e continua, vigila?
Un esempio emblematico è stato quello di febbraio del 2020 del Simage. Questo Sistema Integrato di Monitoraggio Ambientale e Gestione delle Emergenze era stato approvato dall’Ars (fatto unico perché partito dal deputato Cinque Stelle Giorgio Pasqua trovò il consenso della maggioranza). Era già stato introdotto con ottimi risultati anni prima al sito di Porto Marghera, accettato anche dagli industriali. Il sistema mirava a creare una rete integrata di controllo della qualità dell’aria, raccogliendo in un unico centro gestito dall’Arpa i dati di tutti i sensori pubblici e privati (alle fonti come camini, vasche, ecc.) per risalire in tempo reale a “chi, con cosa e da dove stava inquinando” (da non confondere con il sistema delle esistenti centraline che informano su alcuni parametri in aria). Ma allora ci fu una levata di scudi da parte di amministratori insieme a Confindustria, con ragioni fuorvianti. Si oppose il sindaco Gianni dichiarando: “non basta conoscere il momento e il luogo delle emissioni, occorre intervenire con azioni concrete, come le bonifiche.” (?)
Ora ci si chiede: cosa abbia fatto allora la Cgil? Perché non osò schierarsi?
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Un altro tema attuale e discusso è stato il cambiamento climatico, di cui soffrono tutti, oltre ai lavoratori e ai pensionati. Si è parlato anche della creazione, con lavoratori immigrati, di un coordinamento sull’immigrazione, una grande novità richiesta dal nazionale, e su questa questione non si può pensare a un collegamento con l’esistente No Cap (ente del Terzo Settore nato su iniziativa di Yvan Sagnet per contrastare il caporalato e promuovere una filiera agricola etica, sostenibile e libera dallo sfruttamento)?
Ciò significherebbe un aiuto nel favorire collegamenti tra imprese agricole aderenti a No Cap e cooperative commerciali nel resto d’Italia, facendo partire un volano di giustizia.
Il tutto si è concluso con l’intervento di Francesco Lucchesi della segreteria regionale. Egli è partito da un dato principale: la Cgil sta cambiando la sua organizzazione; ciò spiega il dibattito sui documenti diversi regione per regione, legati al territorio dove si vive. Egli ha ammesso che “l’organizzazione è stanca, stressata e sola” perché ha speso tante energie nella raccolta firme sui vari referendum (autonomia differenziata, ecc.).
Il segretario ha ampiamente ragione, un’ultima notizia lo conferma. Ci riferiamo al congresso che sta svolgendo la Uil.
Qui la Meloni ha ottenuto un grande e lungo applauso al suo ingresso che è continuato nella sua relazione quando ha dichiarato che chi organizza scioperi generali contro le leggi di bilancio del suo governo e altre decisioni governative antepone posizioni ideologiche ai veri interessi dei lavoratori (stoccata contro la Cgil di Landini).
Noi ci chiediamo: chi decide quali sono gli interessi dei lavoratori? Non c’è forse un pensiero all’idea del sindacato fascista (quando quelli esistenti erano organi dello Stato)?
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La Meloni, a quel congresso, ribadendo la posizione contraria al salario minimo legale e ad altro su cui la Uil aveva lottato insieme alla Cgil, ottenendo un nuovo applauso, ha dimostrato platealmente la posizione supina della Uil al suo governo certamente contrario ai lavoratori, pensionati.
Infatti, se passiamo al Pnrr, troviamo un’altra circostanza negativa per il sud. Difatti, il 40% delle risorse era destinato al mezzogiorno, ma in tanti settori ciò non è avvenuto: ad esempio, per le politiche attive del lavoro, al Sud è andato solo il 32% dei fondi, e la Corte dei Conti ha rilevato che il Mezzogiorno ha subito tagli per 1,28 miliardi di euro, pari al 28,4% del totale dei definanziamenti nazionali, mentre considerando anche Sicilia e Sardegna i tagli superano i 2 miliardi di euro e il rischio paventato è che, se il trend continuerà, il Sud potrebbe perdere complessivamente fino a 18 miliardi di euro entro il 2026.
Due sono le narrative principali: da un lato, il governo nega qualsiasi intenzione di penalizzare il Mezzogiorno, attribuendo i tagli a problemi tecnici, sostenendo che il rispetto della quota del 40% è stato mantenuto e che i maggiori definanziamenti sarebbero dovuti ai ritardi nella capacità di spesa degli enti locali meridionali; dall’altro, l’opposizione e la Cgil contestano questa versione, indicando precisi atti normativi del governo come i tagli a fondi specifici (il fondo per la perequazione infrastrutturale ridotto da 4,4 miliardi a 891 milioni di euro, la decontribuzione con un taglio di oltre 5 miliardi, il fondo per lo Sviluppo e la Coesione tagliato di 2,4 miliardi), la critica alla decisione di una ZES unica che comporta rallentamenti burocratici e i tagli a progetti infrastrutturali strategici come l’Alta Velocità. Si sostiene così che questi non sono episodi isolati, ma la prova di un governo “anti-meridionalista”, come ha affermato il presidente della Svimez parlando di un governo che frena il Sud in una logica leghista.
Concludiamo che, davanti a questa oscura realtà, l’unico sindacato indipendente con tutti i suoi limiti rimane la Cgil. Essa, rispetto ad altre organizzazioni d’opposizione (partiti, associazioni), riesce a mobilitare e a riempire grandi piazze.
La Cgil in questa critica al “lavoro povero” e alle grandi diseguaglianze di condizioni a Siracusa dovrà dare seguito a un’ampia proposta per costruire un nuovo modello di sviluppo sostenibile basato su investimenti mirati, una transizione ecologica giusta, la valorizzazione integrata delle risorse territoriali, ecc.
È un compito gravoso. Riuscirà a rappresentare le fasce sempre più deboli della società?
La risposta ovvia è: o la Cgil riesce, anche se parzialmente nei suoi propositi, o verrà cambiata, fagocitata e sparirà come quel sindacato di lotta nato nel 1906 e le grandi manifestazioni rimarranno uno storico ricordo.

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