Agli ebrei il dramma ha insegnato ad essere ciò che non erano
Concetta La Leggia 10 Giugno 2019 Cultura generale 288 Views
Agli studenti del liceo scientifico Corbino di Siracusa Lia Levi ha presentato il suo “Questa sera è già domani”, rispondendo poi alle molte domande dei giovani
La Civetta di Minerva, 1 giugno 2019
Ottantasei anni di età e non sentirli. Carica, energica, pronta a raccontarsi e a raccontare: questo è Lia Levi dinanzi i ragazzi del liceo O.M. Corbino di Siracusa. Due momenti di incontro in un’unica giornata, intervallati da una breve pausa e una sfilza di domande intessute dagli allievi sull’ultimo libro della scrittrice, “Questa sera è già domani” vincitore del premio Strega Giovani 2018.
Narratrice di talento, Lia Levi non si risparmia alle domande ma le affronta tutte, con attenzione e meticolosità, severità storica lì dove necessario e sorriso da ragazza. Un incontro diverso: non la narrazione di un libro, ormai noto e dagli allievi letto, ma lo sviscerare nel profondo aspetti, sensazioni, emozioni che ne hanno caratterizzato la stesura e la diffusione.
Scoprire, attraverso gli occhi sempre attenti e curiosi dell’autrice, come nel periodo fascista vivessero i piccoli ebrei, a volte senza paura o contezza del dramma che si sarebbe a breve presentato tragico nella loro vita e scoprire che l’esistenza, per tutti, era composta da piccoli gesti quotidiani come giocare, frequentare la scuola (ebraica) e sentirsi liberi di sognare; seguire il crescendo della tensione e la decisione dei genitori di portarla nel convento delle suore col nome di Maria Cristina dove si soffre la fame e si insegue il sogno di un piatto di “fettuccine belle”; il non vedersi riconoscere l’anno scolastico, dopo la guerra, perché conseguito con un’altra identità; scoprire con triste meraviglia che per molti ebrei l’essere di altra religione non era poi così vitale e che gli italiani erano solo italiani; apprezzare la gioia e la bellezza del ritorno alla normalità; constatare che la coscienza della diversità l’ha inserita nell’animo di Lia e del suo popolo proprio la guerra e le violenze verso chi era diverso per religione: un olocausto ti spinge a capire qual è la tua origine, la tua appartenenza e divenire più legato a qualcosa a cui, prima, non davi peso.
Molti ebrei neppure seguivano la religione ma la tragedia della persecuzione e dello sterminio sono divenuti strumenti dell’identificazione sociale, dell’appartenenza ad un gruppo. Agli ebrei sopravvissuti, anche non osservanti, l’esperienza del dramma ha insegnato ad essere ciò che non erano. Questa è Lia Levi, scrittrice originale che ama tutti i personaggi del suo ultimo romanzo ma che in nessuno si identifica perché, in fondo, ogni comparsa o protagonista del suo libro siamo noi con le nostre paure, le nostre convinzioni e le nostre inutili certezze.
I vecchi e gli adulti del libro che si sentono saggi di una saggezza che non hanno e i giovani che fiutano meglio dei grandi i rischi di un mondo che, pian piano, viene strappato loro; seguire le vicende e gli incontri del giovane protagonista Alessandro a cui tutto pare chiaro e della sua famiglia sempre, invece, in bilico tra il non voler accettare la realtà delle leggi razziali e la scelta della fuga. Perché ci si chiede lungo il romanzo: perché non fuggite? Perché non capite? Perché non prendete atto che l’Italia non vi vuole? Sono i perché che affiorano nell’animo del lettore che sa quanto è costato al mondo una scelta di intolleranza e feroce violenza. Ma Alessandro, sua madre, suo padre e gli altri, che come comparse segnano l’animo del giovane protagonista, assomigliano a quella fragile umanità che, se non è davvero un pericolo, non abbandonerebbe mai la quiete delle proprie case. E gli adulti, come la madre di Alessandro, con i suoi mille ragionamenti, le sue speranze, le sue fantasie e la pigrizia del non voler capire, hanno il sapore degli uomini di oggi, immobili dinanzi a qualsiasi accadimento.
Tutti siamo la mamma di Alessandro o tutti ne siamo il padre, sveglio ed attento, capace di capire i rischi e le avversità. Tutti siamo il nonno Luigi: il vecchio saggio, pronto a giudicare con gli occhi dell’esperienza sebbene spesso non sappiamo neppure cosa dire e saggi non siamo; pochi siamo Edith, la matriarca, disponibile e pronta ad aiutare anche gli stolti e che, in un mondo in cui siamo facili al giudizio, appare una figura atavica, al di sopra della mediocrità del vivere comune. E poi la salvezza e la Svizzera verso la quale si protende il giovane protagonista.
La vicenda raccontata si riferisce alla storia vera di Luciano Tas, marito di Lia, scomparso nel 2014 ma i personaggi sono universali: siamo noi oggi e ieri. I giovani corbiniani e noi docenti restiamo appesi alle parole di Lia: l’importanza catartica della scrittura, la consapevolezza che il mondo è cambiato e la speranza che mai si torni indietro ma che dalla storia bisogna imparare, le connessioni sull’attualità, il tema dell’immigrazione, le scelte di Israele oggi, la formazione attraverso la lettura, i giovani sempre più attenti ai problemi sociali, la memoria del passato. Lia affronta tutto con sorriso e battute di chi ha davvero guadagnato la saggezza senza mai perdere la curiosità.
Lia ci ha arricchito come uomini e donne col suo romanzo di formazione, docenti ed alunni, ci ha spinto a guardare la storia partendo dalla quotidinianità della vita, ci ha costretto a metterci in gioco e ad assaporare la vita, ad aprirci alla civiltà ed alla storia, al mondo; a capire come i piccoli problemi siano sempre superabili dinanzi alle tragedie del mondo e che la quotidianità e la normalità sono fondamentali nella vita di ciascuno. Un Corbino attento, coinvolto, protagonista che mostra come i giovani, ben guidati, siano sempre il futuro e la speranza.
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