Manuela Ciunna: “Il mio futuro, lo so, è scritto nelle note”

Intervista, dopo il concerto di Rio De Janeiro, alla musicista augustana vincitrice del Bettinardi 2018: Lavoro a un disco mio: è un pensiero fisso, una dolce ossessione

 

La Civetta di Minerva, 9 febbraio 2019

Si chiama Manuela Ciunna, ha 30 anni ed è una musicista augustana che ora vive a Roma. Raccontare la sua storia, fatta di impegno e dedizione, può essere uno sprone per i giovani che, magari per paura, perdono i loro sogni per strada.

Quando è arrivata la musica nella tua vita?

Mi verrebbe da dirti da sempre e in effetti così è stato. A casa mia si ascoltava sempre musica, dai grandi cantautori italiani alle canzoni del momento. Ho ricevuto tanti stimoli. Prima del canto però è arrivata la chitarra, a otto anni ho iniziato a prendere lezioni dal maestro Gabriello. Anche la scelta della scuola media fu funzionale al mio percorso, scelsi un istituto ad indirizzo musicale. Poi a 15 anni ho iniziato con le lezioni di canto, già all’epoca scrivevo canzoni.

Hai mai avuto un modello o un idolo magari pensando: da grande voglio essere come lui?

Nessuno in particolare, ascoltavo di tutto e ammiravo cose diverse in ognuno. Ero sempre alla ricerca di cose nuove e di sperimentazioni. Ho passato anni a nutrirmi di musica sotto ogni forma.

Quando hai imbracciato per la prima volta una chitarra davanti ad un pubblico?

Pensare a quei momenti mi fa sorridere, sono davvero ricordi piacevoli. Ho iniziato con Giancarlo Paci (il fratello del famoso Roy), Dario Casarotti e Cristiano Nuovo. Provavamo in un garage, tra quelle pareti ci preparavamo ai live. È stato un modo per crescere, ognuno portava in sala prove qualcosa di sé. Il primo spettacolo l’ho fatto nell’aula magna del liceo classico, oggi di nuovo fruibile dopo anni di assenza. Dopo questa band è stata la volta di una tutta al femminile, le Eken.

Nella tua vita c’è stata solo la musica?

In realtà ho avuto una parentesi universitaria, ho iniziato con Economia a Trieste e poi Scienze Politiche a Roma. Ma gli studi veri sono iniziati quando ho deciso di ritornare nella mia terra e di riprendere da dove avevo lasciato, quindi le lezioni di canto jazz con Antonella Leotta e di pianoforte e armonia con Seby Burgio.

Ti sei laureata?

Ma quando mai, non era quella la mia strada! Forse ho pensato che una cosa così bella come l’arte non potesse diventare un lavoro. Pensavo di dover fare per forza altro, mi sbagliavo. Ho continuato gli studi al Conservatorio di Catania. Attualmente frequento il Biennio Jazz al Morlacchi di Perugia.

Diceva Guccini ne l’Avvelenata: “Un laureato vale più di un cantante”. Ti hanno sostenuta i tuoi genitori in questo percorso?

Mamma Lina e papà Giovanni hanno fatto di più, mi hanno lasciata libera. Li ho anche rimproverati perché dovevano farmi studiare di più musica. Ma forse se mi avessero obbligata oggi non sarei dove sono.

Parliamo della tua esperienza in Brasile, era la prima volta?

Sono stata tre volte in Brasile, ho una passione per la Bossa Nova e la Musica Brasiliana in generale. È molto nelle mie corde. Durante il mio primo viaggio ho incontrato Gianfranco, un signore milanese, che conosce molti cantanti carioca. Grazie a lui ho conosciuto Ana Costa.

Chi è Ana Costa?

È una delle maggiori cantanti di Samba a Rio. Ha collaborato con artisti pop come Zelia Duncan. Io e Seby l’abbiamo invitata a casa nostra. Una serata di musica, buon vino e cucina. Proprio da queste sensazioni è nato il titolo del nostro spettacolo a Rio “Pra gente saborear”, diciamo che il senso è “per la gente che assapora”. Quella sera le cantai “O que è, o que è?” di Gonzaguinha, cantante scomparso nei primi anni novanta. “Vivere e non avere vergogna di essere felici, cantare e cantare e cantare, la bellezza di essere un eterno apprendista.” Il 10 e il 24 gennaio, io e Seby Burgio, con il quale ho un progetto in duo oramai da anni, eravamo a Rio per suonare insieme ad Ana Costa. 

Raccontami del concerto

Abbiamo unito le musiche brasiliane e quelle italiane. Insieme abbiamo cantato una canzone di Chico Buarque “Gente humilde”, letteralmente gente umile. Parla delle persone più povere del Brasile, le persone più semplici. “E po’ che fa’” di Pino Daniele, io in italiano/napoletano e lei in brasiliano nella versione di Marisa Monte. A seguire un brano mio intitolato “Stay” e poi la sicilianissima “E vui durmiti ancora”. Quindi una canzone che è come un inno di speranza per la situazione politica di crisi che vive il Brasile “O Que sarà que serà”.

Come mai E vui durmiti ancora?

È stata una scommessa, ho temuto che potessero non capirla. L’arrangiamento però in chiave jazz era particolarmente suggestivo, il pianoforte ha improvvisato sulle parole. Abbiamo aggiunto con la loopstation una parte ritmica con un battito di mani e un’armonizzazione vocale. È stato il brano che hanno apprezzato di più. Ci sono vibrazioni che superano i limiti linguistici e arrivano al cuore.

Progetti futuri? Sogni nel cassetto?

Sto cercando di scrivere un disco mio, ci lavoro spesso. È un pensiero fisso, una dolce ossessione. Non so quando sarà pronto ma so che ci sarà. Un’altra bella soddisfazione è che Ana Costa inciderà un disco ed ha chiesto a noi di registrare dei brani con lei. L’anno scorso ho vinto il premio Bettinardi e il 2 marzo torno al Piacenza Jazz Festival. Una soddisfazione grande.  La musica mi riempie, non mi annoia. I miei progetti futuri sono nella musica e per la musica. Il futuro è scritto nelle note. L’ho capito tempo fa. Non inseguo il successo – per carità a chi non farebbe piacere – ma non è la chiave di tutto. Nei sogni e nell’arte sta l’essenza dell’uomo e di questo faccio la mia filosofia di vita.

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