Circa le “sudicie” dicerie sul suo rapporto con Marta Abba: “Il mio sdegno è al colmo”, “Tanto io quanto questa povera figliuola siamo in mezzo alla vita teatrale italiana come il famoso asino al mercato”
La Civetta di Minerva, 13 aprile 2018
A margine della conferenza di Sarah Zappulla Muscarà e di Enzo Zappulla al Centro Studi Pirandelliani di Siracusa presieduto dalla prof. Carmela Pace, pubblichiamo due lettere di un Pirandello inedito che, smessa l’aura delle glorie letterarie, disvela il volto di una umanità alle prese con i conti da pagare, le traversie professionali, il paterno affetto per i figli, le arrabbiature (anche i Grandi perdono le staffe), per le maldicenze, l’acredine per le invidiuzze dell’ambiente che lo circonda. E la “verità” su Marta Abba.
Così, grazie al Centro Studi Pirandelliani, il nostro rispetto per l’Agrigentino si è intriso di tenerezza per l’uomo.
* * *
Venezia, 3 novembre 1926
Mio caro Stefano,
il pettegolezzo del nome di Marta Abba in grande è uno dei soliti, messo in giro dalla solita masnada (leggi sig.na Aillaud e compagnia). Si trattava della serata d’onore; invece di usare quest’espressione volgare, si pensò di mettere semplicemente Marta Abba nella Donna del mare di Enrico Ibsen, per esprimere il particolare impegno che avrebbe messo l’attrice nell’interpretare quella parte. E questo è tutto. Ma ormai, tanto io quanto questa povera figliuola, siamo in mezzo alla vita teatrale italiana come il famoso asino al mercato. Il mio sdegno è arrivato al colmo. Se vedi il Liberati digli che per carità non si faccia portavoce di simili sudice miserie e rompa in faccia sdegnosamente a chi gliele riferisce, se veramente è amico mio. O altrimenti io rompo in faccia a lui, in malo modo. Nessuna attrice italiana ha così poca vanità e maggiore rispetto per l’arte di Marta Abba, e per questo io la stimo e le voglio bene.
E qualche tempo dopo da Berlino.
Parliamoci chiaro, Stenù. A che vuoi alludere? Vuoi alludere alla mia relazione con la Signorina Marta Abba? lo ti dissi una volta di che natura è questa relazione: e tu, non – ostanti tutte le infamie con cui s’è voluta insudiciarla, mostrasti di comprenderla e di credere a quanto io ti dissi. Dimmi ora francamente: non lo credi più? Hai torto, Stenù. lo sento per la signorina Abba un affetto purissimo e vivissimo, per le cure filiali che ha avuto per me, per il conforto che m’ha dato della sua compagnia in tre anni di vita raminga, per l’amore fervidissimo e l’intelligenza che ha dimostrato sempre d’avere per la mia arte, la difesa che n’ha sempre fatta, le lotte al mio fianco combattute, per la superiorità vera di spirito e l’abnegazione con cui, sfidando il vilipendio, m’è durata accanto, paga soltanto delia sua coscienza pura e onesta. Vedi? Ti dico questo ora che ella non è più con me. Stava con la sorella nell’appartamento accanto al mio; è venuto il padre a riprendersele e se le è riportate a Milano, perché Marta ora riprenda da sé la sua vita nell’arte. Era venuta con me a Berlino credendo in un contratto che quel venditore di fumo di Bernstil ci aveva assicurato di dover concludere con l’Ufa; è stata circa sei mesi ad aspettare che arrivassero a una conclusione le trattative per il film dei Sei personaggi; e alla fine, visto che le trattative vanno ancora per le lunghe e che lei aveva bisogno di farsi viva a Milano per le prossime formazioni, è partita. Ora io sono qua solo e molto triste per la sua partenza; la fine d’una compagnia cara a cui m’ero già abituato mi è molto dolorosa; ma ho capito ch’era giusto ch’ella partisse, e che non poteva rimanere qua attaccata a me per non lasciarmi solo, avendo il suo cammino da fare e la sua vita da vivere.
Io resto qui, trattenuto dalle molte probabilità che ho di concludere qualche grosso affare; ma non bisogna aver fretta di concludere, e bisogna invece avere molta pazienza. Certo, se il grosso affare si concludesse sollecitamente, non ci sarebbe bisogno di vendere il villino. Ma questa probabilità non la vedo. E allora dimmi tu come si può fare a uscire dalla situazione in cui mi trovo. Non si tratta che di dati di fatto. Cifre. Debiti da saldare. Tasse da pagare. Assegni da corrispondere. Con quali mezzi? Dal teatro, ch’era il mio maggior cespite, non c’è nulla da sperare per ora. Ho Lazzaro che non riesco a far rappresentare; ho finito ora una nuova commedia, che forse potrà avere un grande successo; ma aspetta cavallo che l’erba cresce. I bisogni incalzano, il tempo di pagare i debiti stringe, il fisco non sente ragione né concede dilazione, gli assegni bisogna pur darli. Come si rimedia? Di ritornare in Italia in queste condizioni io non me la sento. Eppoi, parliamoci ancora una volta chiari, Stenù. Ritornare dove e a far che? Tu parli d’animo, parli di volontà.
L’animo, sì. Io sono con l’animo esacerbato e senza pace, gonfio di disperatissima vita, che
debbo e tante volte non so come frenare. Ho bisogno di fuggire e di fuggirmi. L’idea di dover star fermo mi spaventa. Lo so, Stenù, il grande amore che tu hai per me, lo so, ne sono certo, e sono certo che di questo amore, se io stessi con te, tu non ti stancheresti mai di darmi la prova; ma vedi, Stenù, io non dubito di te, io dubito di me, di guastare la tua pace, con quest’animo mio che non ne può avere, e penso e sento che nella vita che tu ti sei formata attorno e di cui ti gridi così felice, in questa vita che più che tua è dei tuoi perché gliel’hai data e fatta tu, io sarei di più, sarei di più per forza; ho avuto anch’io con me mio padre vecchio, e so ch’è così.
Eppoi, che farei? Vuoi che a sessantadue anni, mi rimetta a tirar la carretta? Il lavoro alla giornata non mi è più possibile; i figli, non parlo tanto dì te quanto di Fausto e Lietta, non possono pretendere ch’io, a sessantadue anni, seguiti a lavorare giorno per giorno per mantenerli come quand’erano bambini e io avevo trent’anni; trent’anni ora li hanno loro. Finché il danaro affluiva in quantità da tutte le parti, potevo darne a tutti, e l’ho dato, tanto che ora non ne ho più niente per me: c’è nel villino tutto quello che s’era potuto mettere da parte; ebbene lo do a voi figli come avevo promesso; Lietta aspetta la dote, e voi avrete altrettanto. Questo sì posso farlo, e lo faccio.
Baciami tutti i tuoi. Ninni mia che ora sa scrivere, l’ometto responsabile che sa portare con dignità le sue ferite, Giorgino dal ciuffo espressivo, e un bacio abbiti tu con Olinda dal tuo Papà.

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