Ne scrive Concetto Rizza nei “Mezzi di trasporto per terra e per mare”. Conserva tutt’ora “i fregi dell’antica tradizione siculo-greca e i colori di quella medioevale. Ai lati della prua è disegnato un occhio, un delfino, una sirena, un nome di donna o della mitologia”
La Civetta di Minerva, 10 febbraio 2017
Prima che la motorizzazione invadesse le nostre strade, i siracusani utilizzavano le barche che traghettavano senza tregua dallo sbarcadero S. Lucia della Borgata fino al piazzale delle Poste in Ortigia nei pressi del Ponte Umbertino.
Se ne rammenta anche lo scrittore Demetrio Vittorini (figlio di Elio) in alcuni suoi libri in cui rievoca amorosamente i suoi anni di studente ginnasiale vissuti a Siracusa presso il nonno Sebastiano. Così come se ne ricorda Concetto Rizza nel suo libro “Mezzi di trasporto per terra e per mare” sugli usi e costumi siciliani nelle tradizioni di carretti da lavoro, carrozze signorili, e barche.
Rizza compie una attenta e minuziosa panoramica in quello che è un autentico spaccato di storia siracusana, portando alla ribalta, tra gli altri, personaggi come suo padre Turiddu Rizza “maestro d’arte, unico carrozziere a Siracusa che sapesse verniciare, decorare, abbellire carrozze, carrozzini e calessi”. Chiude il suo libro, interessante per molti versi sia storici che sociali, con un excursus dedicato alle barche e ai barcaioli, soffermandosi inoltre sulla tecnica di cattura di “vuccùni”, “patèddi”, granchi, e su quella della lampara per infiocinare “purpi e purpiteddi”.
Nelle pagine e nelle foto trova il dovuto risalto la celebre barca “sarausàna”, un autentico capolavoro di carpenteria, frutto della maestria dei “calafatari” locali. Una barca lunga circa cinque metri e mezzo, la cui “snellezza consentiva di scivolare meglio sull’acqua con un minore impiego di forza fisica sui remi”.
Caratteristiche, inoltre, della barca “sarausàna” sono ancora oggi lo sperone, sulla prua, e un tronchetto verticale che in cima termina a palla. La gestione del trasporto apparteneva al signor Scarfi “il quale possedeva un buon numero di barche affidate alla prestanza fisica dei barcaioli che coprivano dalla mattina alla sera lo stesso tragitto. I barcaioli erano stati pescatori, ma quel lavoro permetteva loro una sicura copertura finanziaria anche se misera”. Rizza rievoca, dai suoi ricordi di bambino, quelle facce arse dal sole e dalla salsedine.
Le barche conservano tutt’ora “i fregi dell’antica tradizione siculo-greca e i colori di quella medioevale. In ambedue i lati della prua è disegnato un occhio, un cornicino di corallo, un delfino, una sirena, un nome di donna o della mitologia”. Barche che vengono ancora adoperate, in modo speciale, nel rituale “Palio del Mare”. E sembra di vederli ancora curvi sui remi Emanuele Moscuzza, Tullio Moncada, u Zu Cicciu, Francesco Celeste, e il mitico Zu Natali, entrati nella leggenda…
È auspicabile ora che Concetto Rizza, con la solerzia e la tenerezza descrittiva che lo contraddistingue, dedichi una sua prossima fatica letteraria proprio ai “calafatàri” e alla rievocazione storica di quei maestri.

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