Per partecipare alla gara si dovrà produrre progetto di fattibilità, progetto definitivo e progetto esecutivo. Nell’affidamento di concessioni, il rischio è a carico dell’impresa, massimo rimborso il 30%. Legge snella, dai 660 a 220 articoli
Approvato in Consiglio dei Ministri il Codice attuativo della riforma degli appalti pubblici. Diventerà norma dopo che l’ANAC (agenzia nazionale dell’anticorruzione guidata da Cantone) avrà varato, entro tre mesi, le linee guida attuative. Essa introduce importanti novità che dovrebbero chiudere le vicende dei lavori pubblici senza fine e dai costi infiniti e porre un freno concreto ai fenomeni corruttivi. Il ministro Graziano Del Rio l’ha presentato come “una corposa riforma che mira a rendere il sistema dei lavori pubblici e delle concessioni finalmente all’altezza di un grande Paese europeo. Semplificazione, trasparenza, lotta alla corruzione e qualità sono gli elementi chiave” della riforma.
Si passa dal vecchio codice “da 660 articoli e 1500 commi a 220 articoli, con una scelta di grandissima semplificazione e di recepimento delle direttive europee”. Tra i punti qualificanti c’è lo “stop alle gare al massimo ribasso sopra un milione di euro oltre che per i lavori anche per le gare di progettazione e l’assegnazione di servizi sociali, di ristorazione scolastica e ospedaliera, la scelta che coniuga prezzo e qualità”. Cantone ha commentato positivamente che il nuovo codice “rappresenta una piccola rivoluzione copernicana nel sistema degli appalti nel nostro paese. Da sola una legge non è in grado di risolvere i problemi e anche questa legge non avrà un effetto salvifico, ma alcune novità le porta, anche nel provare a evitare uno dei rischi principale degli appalti, il rischio di corruzione”.
Aumenta la trasparenza poiché è stata ridotta a 150 mila euro la soglia al di sotto della quale è ammessa la procedura negoziata ad inviti, al di sopra bandi di gara e pubblicazione sui giornali. La progettazione assumerà un ruolo fondamentale e si articolerà in tre livelli: progetto di fattibilità, progetto definitivo e progetto esecutivo che verrà posto a base di gara. Questo dovrebbe limitare il numero di varianti e l’aumento di costi e dei tempi di realizzazione. Troppo spesso in Italia si mettono a gara progetti preliminari senza indagini archeologiche, geologiche, sismiche e così via e questo comporta che, un mese dopo l’aggiudicazione di un appalto, cominciano le varianti, si comincia a richiedere il 30%, il 40% in più. Il progetto d’ora in poi è centrale, bisogna metterlo a gara se già assestato e convincente. Avremo così più certezza che le opere vengano fatte coi tempi e coi costi giusti”.
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La progettazione, secondo il codice, dovrà assicurare il soddisfacimento dei fabbisogni della collettività, la qualità architettonica e tecnico-funzionale dell’opera, un limitato consumo del suolo, il rispetto dei vincoli idrogeologici sismici e forestali e l’efficientamento energetico. Il Codice, ha aggiunto il ministro, punta a mettere “al centro la qualità degli operatori economici qualificati, imprese vere e non imprese finte, piene di ingegneri e progettisti e povere di avvocati, esattamente il contrario di quello che avviene oggi. Poi la qualità delle stazioni appaltanti, cioè gli enti che cercano di fare bandi di gara di qualità e proporzionati alle loro capacità, si devono qualificare, devono diventare capaci di giudicare le offerte e di fare buoni bandi di gara”.
Con le nuove norme viene rafforzato il ruolo dell’Anticorruzione: chiamato ad adottare oltre alle linee guida, bandi-tipo, contratti-tipo ed altri strumenti di regolamentazione flessibile, fornendo costante supporto nell’interpretazione e nell’applicazione del Codice. Dal punto di vista normativo, viene prevista una disciplina unitaria per le concessioni di lavori, servizi e forniture, chiarendo che le concessioni sono contratti di durata, caratterizzati dal rischio operativo in capo al concessionario in caso di mancato ritorno economico dell’investimento effettuato fissando al massimo del 30% il contributo pubblico sulle opere da affidare in gestione (rivoluzione assoluta se si tiene conto di come i regimi concessionari sono stati causa di disastri economici, corruttele, clientele smisurate). I titolari delle concessioni sono poi obbligati ad affidare una quota pari all’80% dei contratti di importo superiore a 150mila euro mediante le procedure ad evidenza pubblica. Grande novità a tutela dei lavoratori sono le clausole sociali introdotte per i lavori ad alta intensità di manodopera che promuovono la stabilità occupazionale.
Finisce la stagione della legge obiettivo. Anche le grandi opere rientreranno nella programmazione ordinaria e saranno sottoposte a consultazione pubblica. Finisce un’ era di sprechi e opere faraoniche di dubbia necessità, spesso fonte di corruzione e tangenti ai potenti di turno perché urgenti e indifferibili e quindi, spesso, svolte al di fuori dei normali sistemi di controllo. Si prevede poi la graduale digitalizzazione delle gare, si disciplina il Partenariato pubblico privato (PPP) come disciplina generale autonoma e a sé stante, quale forma di sinergia tra poteri pubblici e privati per il finanziamento, la realizzazione o la gestione delle infrastrutture o dei servizi pubblici, affinché l’amministrazione possa disporre di maggiori risorse e acquisire soluzioni innovative.
Si rivisita profondamente il ruolo del general contractor: per farvi ricorso la stazione appaltante dovrà fornire un’adeguata motivazione, in base a complessità, qualità, sicurezza ed economicità dell’opera. Si vieta al general contractor di esercitare il ruolo di direttore dei lavori. Per ridurre il contenzioso, definito in 30 giorni il termine utile per i ricorsi una volta note le società ammesse a gara; infine, si prevede per le decisioni un rito speciale in camera di consiglio del Tar. L’importanza di questa norma si rivela osservando che questi temi occupano circa il 70% dei contenziosi oggi in essere.
Il subappalto viene limitato al 30% del contratto e viene resa obbligatoria, sopra la soglia comunitaria, l’indicazione di una terna di subappaltatori che materialmente eseguiranno i lavori, norma che aumenterà non poco la trasparenza.
Ovviamente, quando si cambia un equilibrio, si apre il fuoco di sbarramento, così i sindacati sono scesi sul piede di guerra per la norma che limita al 20% gli affidamenti in house per le concessioni autostradali, affermando che c’è il rischio di perdere 2 mila posti di lavoro (su questo punto, tenendo conto dell’indicazione sindacale, il governo ha introdotto una moratoria di due anni per evitare problemi all’occupazione), purtuttavia le società concessionarie dovranno mettere sul mercato l’80% dei lavori, forniture e servizi (oggi era il 60%) limitando così i privilegi dei concessionari; le associazioni di categoria come l’Ance (associazione nazionale costruttori edili), indica come criticità la mancanza di una qualificazione unica tramite Soa obbligatoria per le gare sopra i 150 mila euro e non il milione di euro, il pagamento diretto ai sub-appaltatori e la mancanza di un sistema anti-turbativa per le gare sotto soglia.
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Per gli ingegneri, invece «la centralità del progetto, espressamente valorizzata nella legge di delega, non ha trovato adeguato sviluppo nel codice». Mentre l’associazione delle società di architettura e ingegneria invita a fare molta attenzione «alla disciplina transitoria che, se applicata male, rischia di bloccare il settore». Osservazione fondata poiché l’entrata in vigore del codice avverrà per fasi successive dopo le linee guida dell’anticorruzione ed una quarantina di decreti attuativi.
La velocità impressa dal governo è veramente notevole e come tutte le cose troppo rapide potrà, specie nella prima fase, presentare qualche problema applicativo ma se questo è il prezzo da pagare per velocizzare la spesa nella trasparenza e scardinare un sistema in vigore da troppo tempo, pazienza, l’importante è dare una scossa al paese e distruggere le corruttele e le combriccole che oltre al danno economico lo hanno bloccato e hanno minato le basi della nostra democrazia seminando sfiducia e rassegnazione in molti cittadini.
Cambiare in meglio l’Italia è sempre più un’impresa titanica perché ciascuno si sofferma solo sul proprio particolare senza esprimere contributi in positivo verso ogni tentativo di innovazione, ma solo veti; salvo poi a lamentarsi che il sistema non va, aspettando che il Padreterno intervenga. Del Rio in questa direzione sta lavorando alacremente e con decisione, tanto da meritare, come si legge qua e là, l’attenzione di certa stampa sempre pronta (giornalismo d’inchiesta? O strumenti di diffamazione continuata in cui ogni notizia è infarcita di condizionali, praticando il metodo mafioso storicamente sintetizzato in una famosa aria: “la calunnia è un venticello” dalle nostre parti più brutalmente rappresentato dall’espressione “u panaru se nun si inchi si vagna”) a costruire dossier più o meno concreti sulle personalità che loro malgrado sono protagonisti di tentativi di cambiamento e rompono gli equilibri raggiunti nella melma in cui affoga il nostro paese.
Il Consiglio di stato ha espresso una serie di osservazioni in parte recepiti nel documento definitivo, opportunamente emendato e migliorato. Sarà la svolta giusta per chiudere definitivamente con i lavori pubblici mai finiti, che durano tempi immemorabili? È la scommessa in campo, vedremo, certo è che finalmente si è preso il toro per le corna, dopo decenni di chiacchere…
Piaccia o no, bisogna prendere atto che sulla globalizzazione dell’economia si può disquisire all’infinito, circa i presunti vantaggi o svantaggi. Una cosa però è innegabile: un paese dove i privilegi, le tutele ipergarantiste di pochi, la corruzione, la superficialità, le inefficienze e la rigidità burocratica la fanno da padrone non ha né futuro né speranza di sviluppo. Il Ministro ci sta provando, e già questo è un merito. Da parte di noi cittadini, prima di esprimere giudizi estemporanei e spesso inconcludenti, il compito di seguire i processi in atto con atteggiamento vigile e critico ma non prevenuto né superficiale. E’, quindi, il tempo della responsabilità e della competenza senza atteggiamenti aprioristici o ideologismi a prescindere, altrimenti il declino sarà inevitabile.

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