“Bar, ristoranti e attività di ristoro in genere pagano il suolo pubblico che utilizzano. Favorevoli o contrari che siate, loro sono in regola. E poi diciamo la verità: a chi non piace star seduto all’aperto a gustarsi una birra, un pasto, una granita? I commercianti invece non possono esporre la propria merce all’esterno. Io personalmente lo trovo corretto, altrimenti il centro storico verrebbe trasformato in un grande bazar anarchico. Ma attenzione: come mai questa regola vale per tutti e non per le oramai numerosissime attività “fotocopia” che vendono da asporto acqua, birra, alcolici, patatine, calamite e souvenir di quart’ordine? Ed alcuni di loro hanno pure sedie e tavolini… Come mai loro non sono soggetti a rispettare le regole? Chi li rende immuni dal prendere sanzioni e ricevere visite da parte delle forze dell’ordine?»
Questo amaro interrogativo, tratto dallo sfogo di un residente, tocca un nervo scoperto della convivenza civile: l’applicazione asimmetrica delle regole all’interno dei nostri centri storici, e non solo.
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Da un lato, bar, ristoranti e botteghe tradizionali affrontano iter burocratici complessi, pagano tasse salate per l’occupazione del suolo pubblico e subiscono controlli serrati. È la città formale, quella che contribuisce al bilancio comunale e che rispetta il perimetro normativo, offrendo al contempo quel piacere tutto ‘mediterraneo’ del vivere la strada.
Dall’altro, assistiamo alla proliferazione incontrollata di attività commerciali seriali – spesso dedite alla vendita mordi e fuggi di souvenir di pessima qualità, alcol a basso costo e cianfrusaglie – che occupano marciapiedi, improvvisano dehors non autorizzati e trasformano i centri storici in suk improvvisati.
Il punto sollevato nello sfogo non è, e non deve diventare, una questione di intolleranza, quanto piuttosto una questione di principio di legalità e di equità. Se le regole sul decoro urbano, sulle licenze e sull’occupazione del suolo valgono per il ristoratore il commerciante locale, devono valere per chiunque. L’impunità percepita di alcune attività genera un profondo senso di ingiustizia nei confronti di chi rispetta la legge e alimenta un degrado che svilisce lo spazio pubblico.
Anche in corso Timoleonte, come di recente segnalatoci, l’apertura di alcune attività di vendita di alcolici ha fatto da calamita per gruppi di nullafacenti rumorosi e spesso poco rassicuranti. C’è chi addirittura pensa di cambiare casa per il frastuono notturno e il degrado non più controllabile o altri di chiudere la propria attività, richiamo soprattutto di adolescenti, che capita abbiano lamentato di essere stati molestati. Situazioni che di certo destano grande preoccupazione.
E non è solo un problema di erosione o assenza di regole e controlli. La questione, come si sa, è più articolata: la trasformazione di alcuni rioni più attrattivi in parchi tematici per flussi turistici disordinati.
Come descritto lucidamente nell’analisi del 10 agosto della testata Domani sul declino di quartieri simbolo come Trastevere – Trastevere park, Roma finita: un quartiere per i turisti di Andrea Strafile -, il delicato equilibrio tra accoglienza e autenticità si è spezzato. Negozi di churros, concerti in piazza pensati unicamente per l’algoritmo di TikTok e trattorie fintamente tipiche hanno progressivamente cannibalizzato il tessuto sociale originario.
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I residenti – i “veri” romani, ma più in generale gli abitanti storici di qualsiasi città d’arte – assistono impotenti alla mutazione genetica dei propri luoghi. Non si tratta di sterile nostalgia, ma della constatazione che un quartiere senza residenti, senza botteghe di vicinato e senza una comunità reale diventa un guscio vuoto, un luogo buono per le cartoline digitali ma incapace di sostenere la vita quotidiana di chi lo abita.
Le due questioni – l’abusivismo commerciale e la turistificazione selvaggia – sono i due lati della stessa medaglia: l’assenza di una visione politica e amministrativa forte sul governo del territorio, come ormai evidenziano molte riflessioni accolte anche dal nostro giornale.
Da un lato servirebbe rigore con controlli delle forze dell’ordine e della polizia locale non episodici o selettivi, ma di routine e con un’applicazione delle regole mai diversificata.
Dall’altro si auspica coraggio urbanistico grazie a iniziative serie delle amministrazioni locali per non farsi ammaliare dai vantaggi del momento e dalle mode imperanti (e devastanti) e insieme per proteggere il piccolo commercio di qualità, la residenzialità e le identità locali attraverso regolamenti più severi.
Difendere le regole non significa trasformare le città in musei intoccabili, o manifestare intolleranza per determinati gruppi della popolazione, bensì pretendere che lo spazio pubblico resti un bene comune, accessibile, ordinato e rispettoso di chi lo vive ogni giorno, anziché una merce di scambio svenduta al miglior offerente o preda del più prepotente.
(foto inviate dal lettore)

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