INDA, iniziamo a ragionare di proposte di riforma dello Statuto

Si contrasti la nostalgia di voler ripristinare la biennalità delle Rappresentazioni, si tolga nel CdA il membro indicato dalla Conferenza Stato-Regioni, si chiariscano le funzioni del Sovrintendente e del Cons. Delegato, il ministro nomini due membri del Consiglio

 

La Civetta di Minerva, 4 marzo 2016

L’ing. Pinelli si è insediato a Commissario dell’Inda, sicché il confronto sulla riforma dello statuto può lasciarsi alle spalle il cuore della polemica appena trascorsa – i nostri giudizi sono “agli atti” –, prospettando soluzioni efficaci e non pasticciate per provare a uscire dalle pastoie che hanno offuscato l’immagine di una delle più prestigiose Istituzioni culturali del paese: forse, la più prestigiosa, se riusciamo a cogliere che l’Inda esprime e racchiude quel “fondo inesauribile” ed originario che dà vita al “canone occidentale” – per ricorrere alla plastica immagine di Harold Bloom –, da cui tutti noi proveniamo. La grecità rappresenta quel vincolo comunitario che ci lega, proprio perché intreccia indissolubilmente la nostra provenienza e il compito infinito della trasmissione ereditaria dell’Occidente.

Forse, allora, un piccolo preambolo storico consente di capire in che modo il “ritorno all’origine” è, simul, quello stesso “futuro” – e non è un ossimoro – cui dovremmo far approdare l’Inda. Quando nei primi decenni del ‘900 – il 1913-1914 segna la vigilia della “grande guerra” –, l’intera cultura europea è attraversata da una contrapposizione “etico-valoriale” tra Kultur, da una parte, e Zivilisation, dall’altra – semplificando molto: la prima, tesa a uno sguardo ‘nostalgico’ a quei suoi valori spirituali in via di dissolvimento; la seconda, espressiva di quei processi di “razionalizzazione”, in un tempo sempre più esposto all’affermarsi di convenzionalità e formalismo, nella temperie di una radicale e accelerata industrializzazione –, la straordinaria intuizione di Tommaso Gargallo, azzardando un’analogia con l’humus culturale espresso da quel contrasto, fu quella, in un sol colpo, di saper “giocare”, con la creazione dell’IDA (che diventerà INDA: Ist. ‘Nazionale’ del Dramma Antico, sotto il fascismo), il volto più suggestivo e mitico del “genius loci” di Siracusa, ponendo le basi per fare della città il luogo di riproposizione di una creatività culturale che potesse rappresentare un paradigma in grado di uscir fuori dalla schematica contrapposizione tra Kultur e Zivilisation.

Da subito, con la felice e straordinaria intuizione di Tommaso Gargallo, la “grecità” tornava a essere rivisitata nell’epoca moderna, nell’inimitabilità di uno dei suoi luoghi fondativi – Siracusa e il suo teatro greco –, proiettando la città in uno scenario internazionale: riproponendo, con le Rappresentazioni classiche, la domanda permanente sulla condizione umana, che solo il mito, la filosofia e la tragedia potevano esprimere. Questa sorta di “ritorno al futuro”, che lo scavo genealogico permanente sul mito e sul tragico era in grado di offrire, ambiva così a rappresentare sia il “vettore” più espressivo della cultura classica dentro il ‘900, sia una straordinaria opportunità culturale (ed anche turistica: faccio a malavoglia questo accostamento, solo per contrastare la pochezza di un Tremonti, che sprezzantemente offendeva sia la cultura che l’economia, quando dichiarava che “con la cultura non si mangia”), in grado di collocare – in un Sud fortemente arretrato – la città di Siracusa e la Sicilia in un circuito di alto respiro culturale europeo.

Se in questo breve schizzo è sintetizzata la certezza del fatto che le “Rappresentazioni classiche” non possono essere assolutamente “scippate” alla nostra città – per una questione, diciamo così, “archeologica” –, è anche vero purtroppo che, in questi ultimi decenni, con le trasformazioni normative impresse alle principali istituzioni culturali del paese, divenute Fondazioni (dagli Enti lirici ai grandi Teatri: dalla Scala al San Carlo di Napoli, all’Inda), la nostra classe politica (e proiezioni ministeriali), non solo non ha brillato, bensì ha offuscato il senso del “portante passato” custodito dall’Inda, facendo della nuova Inda un serbatoio del suo pressappochismo provincialistico e tornaconto politico-elettorale.

In questi giorni, in attesa dell’insediamento del Commissario, è emersa un’esigenza preliminare, che si traduce in una proposta di merito, relativa alle modifiche statutarie: la prima si compendia – dopo che le colpe dell’epilogo esploso all’Inda sono riconducibili alla “politica” – nel concetto “Liberiamo la Fondazione dalla politica!”. Comprensibile esigenza che andrebbe tuttavia sottratta al suo carattere retorico, dal momento che non può che essere sempre un livello politico-istituzionale a decidere le nomine del C.d.A. Sicché, partendo da questa finalità si è avanzata la proposta che non debba più essere il Sindaco a presiedere la Fondazione. Ora, se consideriamo che a presiedere le Fondazioni “La Scala” di Milano e “San Carlo” di Napoli – solo per citarne due famose –, sono i rispettivi Sindaci, non si può certo accettare la replica “Milano è Milano, mentre qui siamo nel Sud arretrato”, per cui togliamo il sindaco di Siracusa dalla presidenza Inda e così i problemi saranno risolti. Pur se l’idea ha una sua legittimità, a me pare che la sua motivazione abbia più un’insorgenza “reattiva”, per via dell’esito della vicenda davvero surreale, con un Sindaco, al quale va ricondotta l’esclusiva responsabilità attuale – «Ministro sospenda la mia presidenza e nomini un Commissario all’Inda!» –, che un denso fondamento culturale e istituzionale, dovendo inoltre dare rispetto all’origine storica dell’Inda.

A mio avviso, se ci si libera da una sorta di “provincialismo di ritorno”, velato dalla (pur comprensibile) esigenza di ridare prestigio nazionale all’Inda, credo che una soluzione in grado di ridare alla Fondazione il respiro strategico che merita – ferma restando la Presidenza Inda al Sindaco (chiunque esso sia!) –, debba e possa risiedere nel “vincolo” stretto e inequivocabile della nomina/composizione del C.d.A.

Intanto, si contrasti questa “nostalgia” di voler ripristinare la “biennalità” delle Rappresentazioni, anche perché la crisi dell’Inda non dipende dal fatto che gli spettacoli si tengono ogni anno: la cultura può essere anche creatrice di ricchezza, oltre che conferire prestigio alla città. Poi, si tolga da subito dal C.d.A. la nomina di quel membro, indicato dalla Conferenza Stato-Regioni, retaggio patetico d’insipienza burocratico-politica. Si eviti il rischio di confusione e sovrapposizione di funzioni tra Sovrintendente e Cons. delegato – insorgenti in questo statuto, scritto coi piedi –, trasformando il Cons. delegato in un’unica figura di “Sovrintendente/Direttore Artistico” (di nomina diretta del Ministro dei Beni culturali), con competenze in campo teatrale e esperienza manageriale (così come assegnate al Cons. delegato nello statuto attuale). Sarà così questo nuovo “Direttore artistico” a scegliersi eventualmente un collaboratore (non membro del C.d.A.) nell’attuazione “organizzativa” delle Rappresentazioni.

Si preveda che il Ministro dell’Istruzione, Università e ricerca abbia il potere di nominare non uno bensì due membri nel C.d.A., scelti inequivocabilmente tra figure di alto prestigio accademico in ambito di Filologia classica e/o Filosofia, se l’Inda deve poter incrementare l’orizzonte della commistione linguistica di saperi e “specialisti” – scena teatrale e sfondo filologico/filosofico del “tragico”. Infine, la Regione Sicilia nomini, inequivocabilmente, uno studioso dell’ambito accademico-scientifico della filologia classica, scelto tra le Università siciliane o del paese.

A quel punto, tra i cinque del C.d.A. (di durata quadriennale), l’unico ruolo politico-istituzionale sarà riservato al Sindaco della città (il cui ruolo di Presidente sia espressione sobria di “rappresentatività” dell’istituzione Comune, analogamente ai Sindaci de “La Scala”, o del “San Carlo”), mentre gli altri quattro membri “specialisti” non solo saranno in grado di esprimere quella visione strategica per proseguire/migliorare le attività della Fondazione ma potranno far sì che l’Inda possa esprimere cultura a Siracusa per un anno intero (convegni qualificati, “Lectio magistralis” con studiosi di fama mondiale, seminari, incontri con i Licei e Università, ecc.): l’Inda come crogiuolo e lievito della cultura, a Siracusa.

Peraltro, in un’epoca di grandi ristrettezze finanziarie, la collaborazione tra Comune e Inda – auspicando che la politica culturale del Comune sappia relazionarsi al “traditum” che l’Inda evoca incessantemente (altrimenti, il Sindaco che la presiede cosa ci sta a fare?) – potrà innervare una straordinaria opportunità anche nella stagione invernale, immettendo Siracusa in un circuito di promozione culturale notevole. Oltre al legame tra teatro e filologia, studiosi di fama mondiale come Martha Nussbaum, Peter Sloterdijk, Jean-Luc Nancy, Remo Bodei, Massimo Cacciari, Umberto Galimberti, Mario Martone, Salvatore Natoli, Emanuele Severino, Umberto Curi, Carlo Sini – solo per fare alcuni nomi – dovrebbero “sentire” Siracusa come il luogo simbolico di elaborazione di pensiero, in convegni e Lectio magistralis. Possiamo sperarci?

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