Devastanti gli effetti dell’inquinamento sull’ambiente e la salute

Il modello di sviluppo neoliberista non è in grado di produrre benessere diffuso e distribuito e diventa artefice di grandi diseguaglianze, sacrificando anche la vivibilità nel territorio e il rispetto per la natura

 

Per l’Italia, i risultati dello Studio Sentieri (Studio Epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento), che riguardano i 44 Siti industriali di interesse nazionale (S.I.N.) per le bonifiche oggetto di studio, confermano che si tratta di una gravissima emergenza sanitaria ed ambientale, per cui è necessaria la presa di coscienza che l’attuale modello di sviluppo non solo ha causato devastazione ambientale e compressione dei diritti del lavoro come contropartita di uno pseudo benessere economico comunque fondato sulla contrapposizione tra enormi ricchezze e diffuse povertà, ma sta mettendo a repentaglio la vita stessa, la salute e la sicurezza di migliaia di persone, tanto che è stato elaborato un nuovo linguaggio a tale insostenibilità che può essere ascritta alla categoria ecologico-politica del “biocidio”.

Nello studio si afferma, inoltre, riguardo allo stato determinante di salute e malattia, che la maggioranza della popolazione che è residente nelle vicinanze di questi  S.I.N., e che è più sottoposta ai rischi sanitari ed ambientali, appartiene alle fasce più svantaggiate, che non riescono a difendersi bene, confermando così la sperequazione, per classe sociale, dei rischi ambientali connessi al modello produttivo. Come ha recentemente affermato Papa Francesco nell’Enciclica: “il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del Pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi…”ed ancora tanto l’esperienza comune della vita ordinaria quanto la ricerca scientifica dimostrano che gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera”. Pertanto, come da sempre da noi sostenuto, la questione ecologica non riguarda solo alcune élites, ma è profondamente sociale e popolare.

L’attuale sistema energetico non solo alimenta un modello estrattivo che come abbiamo detto è un fattore generativo di rischio sanitario ed ambientale, ma aggancia anche la crescita del PIL al depauperamento dell’ambiente ed implica la concentrazione dei profitti connessi al consumo di risorse, contribuendo ad ingiustizia e diseguaglianze sociali, oltre che al radicalizzarsi dei conflitti legati alla corsa all’accaparramento. Si pone, inoltre, in antitesi rispetto all’implementazione della produzione diffusa, oggi tecnologicamente possibile, e in buona sostanza, racchiude in sé gli ostacoli alla giustizia ambientale, sociale ed economica.

A parere di molti autorevoli esperti ed analisti (Rapporto Hirsch, studio del Picco di Hubbert), abbiamo davanti a noi la transizione dal petrolio. Ecco perché in un periodo abbastanza lungo rispetto ai nostri personali tempi fisiologici, ma brevissimo rispetto a quello della società globale, dovremo approdare verso altre fonti di approvvigionamento poiché l’estrazione del petrolio sarà tecnicamente sempre più difficile e sempre meno redditizia, come è ampiamente e scientificamente dimostrato nei rapporti citati con metodologia sistemica. Il tema dell’energia è uno dei gangli principali su cui è organizzata la nostra società e il mutare dei suoi fattori produrrà rivolgimenti importanti ed epocali, ma se la transizione verso nuovi modelli di produzione e approvvigionamento è in atto, sarebbe sbagliato calarci in scenari fantascientifici dall’energia illimitata. Al contrario, dobbiamo indirizzarci verso un uso dell’energia, molto più parsimonioso del passato.

La limitazione degli sprechi non può e non deve venire solo dall’efficientamento delle reti e delle apparecchiature d’uso ma dalla consapevolezza dei consumatori e anche dei produttori (“turare i buchi del secchio” sostiene l’ottimo Maurizio Pallante, mediante la coibentazione degli edifici energivori ed eliminando o contenendo la dispersione di energia, responsabile dello spreco del 30% della stessa).

In questo senso apparve assai stravagante che solo qualche anno fa si pubblicizzasse il passaggio da 3 a 6kw come potenziale di energia fornita, per gli utenti della rete elettrica. Un principio di dissipazione, opposto a quello di risparmio e uso consapevole delle risorse. Una campagna inutile che fu ritirata quasi subito, per non parlare di quella a favore del nucleare, messa in piedi dal Forum Nucleare Italiano, poi bocciata dal Giurì dell’Autodisciplina Pubblicitaria. Una campagna assai sofisticata sul piano comunicativo, costata 6 milioni di €, tesa a convincere gli italiani della necessità del ritorno al nucleare. Un’iniziativa che aveva trovato proseliti, poi spazzata via dallo tsunami che colpì Fukushima.

Per questo, all’ideale tavolo della “conversione ecologica ed energetica”, non si può prescindere dalla partecipazione, informata e attiva dei cittadini, dei produttori e soprattutto di chi governa. Avendo ben chiaro che in Italia l’industria consuma energia quanto terziario e domestico messi insieme, quindi i conti bisogna farli bene. E qui torniamo ai decisori politici.

C’è bisogno quindi di una politica che sappia governare il cambiamento, rivolta al risparmio e all’efficienza energetica, visti come la migliore fonte di energia rinnovabile. Per esempio, in Italia consumiamo un barile di petrolio al mese pro capite ed il modello attuale prevede sviluppo infinito, esclusione e spreco. Ecco perché è necessaria una nuova visione.

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