Aleandro: un “figlio misterioso” che non abbiamo saputo aiutare a vivere

“Sono come un claustrofobico su un sottomarino che affonda”: così scriveva  del suo personale inferno il sedicenne floridiano morto suicida. Scavare, adesso, nel suo vissuto equivale a tacitare in noi adulti il senso di colpa collettivo

 

Una stanza come penisola dentro una casa, legata per un verso alla terraferma, per l’altro sospesa nel mare dell’esistenza. Un tempio inaccessibile, la “tana” del proprio figlio in cui ricercare disperatamente tracce del suo essere nel mondo, tra i pensieri intrappolati dentro le pagine di un diario, la musica assordante “sparata sempre a palla”, il caotico convivere di oggetti tecnologici e fossili di giochi infantili.

In questo luogo, dall’accesso proibito agli altri inquilini della casa, Giovanni, alter-ego di Moretti nella Stanza del figlio, incapace di rielaborare il più tragico dei lutti, interroga come oracoli quelle tracce di una vita familiare ed estranea al tempo stesso, perché raccontino del figlio perduto, della sua breve storia, del suo silenzio che avrebbe voluto straripare oltre gli argini ed è rimasto intrappolato nel mistero inafferrabile della sua giovinezza. Una stanza che diviene metafora dell’universo incomprensibile dei nostri figli, le cui pareti, come barriere di filo spinato, ci scoraggiano, spesso, dal vederli attraverso tutte le loro possibili ombreggiature.

Ma se quell’inferno che, come sostiene Sartre è l’altro, fosse proprio nostro figlio? Ed ecco l’ennesimo gesto estremo di un altro “figlio misterioso”, che non abbiamo saputo aiutare a vivere in un mondo incomprensibile, a richiamarci al nostro ruolo di genitori e di educatori, a ricordarci che nessuna ragione può giustificare la nostra rinuncia alla catabasi.

“Sono come un claustrofobico su un sottomarino che affonda”: del suo personale inferno Aleandro Rudilosso, il sedicenne floridiano morto suicida il 25 settembre, ha lasciato tracce indelebili tra le pagine del suo Zibaldone virtuale. Tracce in cui oggi in tanti ricercano le scaturigini del suo disagio esistenziale, nel tentativo di approssimarsi ad una verità che l’adolescente si è trascinato con sé, insieme al mistero del suo stesso dolore.

Ma scavare, adesso, nel suo vissuto e spettacolarizzare la sua morte equivale a tacitare il senso di colpa collettivo, a rimuovere da noi adulti la responsabilità del disastro educativo del nostro tempo, la consapevolezza che quello che abbiamo lasciato in eredità ai nostri giovani è il peggiore dei mondi possibili.

E Aleandro aveva scoperto l’inganno attribuendolo a un imperscrutabile disegno divino, forse perché sarebbe stato più doloroso riconoscere in esso la deriva della stessa umanità: Se Dio esiste capirà che c’è un limite alla comprensione umana. È lui che ha determinato questa situazione confusa, in cui regnano miseria, ingiustizia, solitudine. Avrà avuto ottime intenzioni, ma i risultati sono nulli”. Del mondo, Aleandro, “anima fragile” (nella società dell’efficienza è reputato tale chi è dotato di eccessiva sensibilità), avvertiva il disincanto e l’incapacità degli uomini a trovare possibili soluzioni alle disuguaglianze sociali, all’intolleranza, all’egoismo e all’indifferenza, ai problemi inquietanti “che ruotano intorno all’assenza di senso”.

E il disincanto, la perdita di fiducia in se stesso e negli altri si sono tradotti in una indefinibile tristezza, comprensibile in un tempo che Miguel Benasayag etichetta come “l’epoca delle passioni tristi”: “Come l’abbia presa, trovata, assorbita, di che è fatta, da dove venga, vallo a sapere. La malinconia mi rende un tale mentecatto, che stento a riconoscere me stesso”.

Sia, dunque, chiamata in causa, per la fuga di Aleandro da questo mondo, la Politica.

Aleandro non faceva mistero della sua omosessualità, sfidando gli sguardi di riprovazione, i sorrisi ironici, l’ipocrita moralismo dei benpensanti: “Sorridimi pure con malizia quando passo. L’urgenza di classificare, incasellare, la necessità di interpretare, senza lasciare spazio all’idea di possibile, all’idea inaspettata di varianti. Spera sempre che io vada di fretta quando ti passo vicino, perché può darsi che un giorno io abbia il tempo di fermarmi e allora, in quel caso, sarò io a giudicare te”. Ma a chi spetta il compito di contribuire alla costruzione dell’identità di un adolescente, che presuppone necessariamente il riconoscimento dell’altro?

Condividiamo la riflessione, amara e sofferta di Tiziana Biondi, presidente dell’Associazione Stonewall GLBT Siracusa: “Quanti Aleandro dovranno ancora morire uccisi dallo scarso coraggio o dall’indifferenza di certi dirigenti scolastici che rifiutano di attuare qualsiasi tipo di azione preventiva, pur di non avere problemi con certi genitori, figli a loro volta di una cultura catto-bigotta omofoba e patriarcale, i quali vorrebbero imporre i loro diktat pure in ambiti che non gli appartengono?”

Impegnata a promuovere una cultura dell’efficienza e della prestazione, a rispondere alle richieste del mercato, a tradurre in termini di competenze gli apprendimenti dei ragazzi, la Scuola ha delegittimato la sua peculiare funzione educativa che è quella di fare amare la vita comprendendone il senso, di sottrarre alle abitudini mentali promuovendo nuovi modi di pensare, di contrastare quello che Nietzsche definiva “il più inquietante dei nostri ospiti”, il nichilismo del nostro tempo, assicurando “la possibilità dell’erotizzazione del mondo attraverso il linguaggio, del desiderio di conoscenza, del viaggio, dell’avventura, dell’andare al largo, lontano, alla scoperta di altri mondi, verso l’inedito e il non ancora conosciuto” (M. Recalcati).

Sia, dunque, chiamata in causa, per questa latitanza, l’Azienda – Scuola.

Un ultimo grido d’allarme lanciato da Aleandro, come presagio della sua tragica rinuncia: “Sono riuscito a spezzare anche l’ultimo filo che mi teneva appeso a un’idea di affetto”.

Un evidente richiamo all’analfabetismo emotivo del nostro tempo, che, questa volta, chiama in causa Famiglia e Società. “Nell’educazione della prima infanzia – testimonia Umberto Galimberti ne L’ospite inquietante – vedo padri e madri che promuovono un’educazione fisica e intellettuale, ma non un’educazione emotiva. (…) Esiste ancora nella cultura dei giovani e nelle loro pratiche di vita un’educazione emotiva che consenta loro di conoscere i loro sentimenti, le loro pulsioni, di elaborare i conflitti, di trattenersi dal gesto?”.

Prendiamo dunque atto del fatto che il fallimento educativo coinvolge tutti, la Politica, la Famiglia, la Scuola, la Società e che solo uno sforzo comune, senza deroghe di responsabilità, può garantire risposte esaustive. Impariamo ad ascoltare i nostri figli, a leggere il loro dolore tra gli indizi che disseminano nella loro stanza, tra i loro pensieri e i loro selfie postati su Facebook.

In uno di questi Aleandro tiene fra le mani un libro di Margaret Mazzantini. Non è difficile capire le ragioni per cui abbia amato le parole di questa scrittrice. “C’è un luogo al di là del mare. Non è quello che abbiamo sempre sognato? Quello che tutti i ragazzi vorrebbero, prima di corrompersi, prima che il mondo li imprigioni nella sua rete. ”Un luogo in cui ciascuno di noi può essere solo quello che è. Perché il vero splendore, ci ricorda la Mazzantini, “è la nostra singola, sofferta diversità”.

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