Partigiani meridionali in Piemonte
Partigiani meridionali in Piemonte

I partigiani, al loro rientro, non riebbero il posto di lavoro

Invitiamo i lettori di Siracusa e provincia ad inviare al giornale nomi notizie (e foto) di quelli che militarono nella Resistenza

 

La Civetta di Minerva, 20 ottobre 2017

Una componente non trascurabile di partigiani di origine meridionale è costituita anche da coloro che, essendo nati nelle regioni del sud, erano giunti in Piemonte con i flussi migratori da sud a nord, nonostante la legislazione fascista scoraggiasse gli spostamenti interni di popolazione; essi sono per lo più giovani nati negli anni Venti ed hanno percorsi di entrata nelle formazioni partigiane simili a quelli dei piemontesi.

La provincia di nascita immette questi giovani, di diritto, tra i partigiani del meridione. Altra componente di più difficile individuazione è costituita dagli immigrati di seconda generazione, giovani nati in famiglie di immigrati meridionali, che si sono inserite prima o durante gli anni Venti nel contesto piemontese soprattutto attraverso l’attività lavorativa, con una densità più evidente nelle aree industrializzate, come ad esempio il Torinese o il Biellese per la presenza delle fabbriche tessili. Per costoro l’origine meridionale emerge quando le vicende del singolo, politiche o militari, la rendono visibile; anche in questo caso la scelta della Resistenza avviene con modalità analoghe a quelle dei loro coetanei piemontesi.

Il tema della scelta di entrare a far parte delle formazioni partigiane è centrale e le varianti con cui si concretizza sono molteplici: in qualche caso si tratta di una scelta collettiva per lo più orientata dai propri comandanti; più spesso avviene attraverso percorsi singoli e/o di piccoli gruppi, che in particolare modo nelle fasi iniziali scelgono la montagna perché appare lo spazio più sicuro per sfuggire alla cattura e per attendere l’evolvere degli eventi.

Dopo la fase iniziale, l’entrata nelle formazioni ha un andamento distribuito nel tempo fino al picco del 25 Aprile del 1945. Gianni Oliva sull’argomento scrive: «Quanti erano i militanti partigiani? Una stima generale pubblicata nel 1947, sulla base dei riconoscimenti effettuati dalla Commissione per il riconoscimento delle qualifiche partigiane, indicava un dato complessivo di 223.639 partigiani combattenti (di cui 35.000 donne) e di 122.518 collaboratori accreditati come patrioti. Si trattava tuttavia di una cifra approssimativa, sia perché comprensiva non solo dei riconoscimenti avvenuti ma anche delle domande ancora inevase, sia perché molti partigiani, ritornati nelle regioni di provenienza dopo la liberazione, non avevano presentato domanda. Il numero più accreditato dalla storiografia è quello di 250.000 combattenti, cifra che può essere accolta con l’avvertenza che si tratta di un dato assolutamente relativo, all’interno del quale andrebbero individuati i periodi e i modelli di effettiva militanza.» (Gianni Oliva, I vinti e i liberati: 8 settembre 1943-25 aprile 1945: storia di due anni, Mondadori, 1994, p. 362).

Quanti sono stati i partigiani siracusani nella lotta contro il nazifascismo direttamente impegnati nei luoghi di combattimento, a partire dall’armistizio dell’8 settembre 1943? Tanti e in tantissime aree territoriali nazionali, non solo nel centro-nord, ma anche in tante altre zone fuori dai confini.

Ogni singola storia restituisce a ciascuno il valore di una esperienza che spesso ne segna la vita per sempre, non soltanto per coloro che la vita la perdono (e non sono pochi), ma anche per gli altri che poi debbono costruire un rapporto tra il vissuto, l’eccezionale, e il ritorno alla quotidianità con l’infrangersi spesso di quegli ideali di uguaglianza, giustizia e libertà respirati in montagna.

Spesso si ritrovano i fascisti che, imboscatisi durante la guerra, con la nuova camicia bianca e, talvolta, anche rossa, occupano posti di lavoro e nelle istituzioni. Tanti Partigiani, al loro rientro nelle regioni meridionali, vengono derisi, come avvenne anche per i reduci della prima guerra mondiale, perdono il posto di lavoro dell’anteguerra e, se vogliono lavorare, debbono sottoscrivere la tessera di determinati partiti.

Da molti vengono rifiutati i compromessi, non per questo si era lottato, e si riprende la strada del nord, una emigrazione politico-economica, che meriterebbe di essere studiata e che è prodromica al grande esodo da Sud a Nord del 1955-’63, un flusso che però scorrerà verso le città del centro-nord Italia, in particolare verso le grandi metropoli di Milano, Torino e Genova, ai vertici del cosiddetto “triangolo industriale”.

Sono ancora in vigore le leggi fascistissime per cui “non trovi lavoro se non hai la residenza e non ottieni la residenza se non hai un lavoro”. L’aiuto dei compagni di lotta, che ospitano, o di un prete riesce a far ottenere residenza e lavoro ed anche una catapecchia da affittare perché è difficile anche trovare casa. Il prendere la via della montagna può avere avuto per questi giovani, talvolta, una componente di casualità o di necessità, ma soprattutto è stato un atto di “volontà”. E’ stata la scelta di giovani che venivano da lontano ed agivano in un contesto estraneo, tale da suscitare ancora oggi un potenziale interesse che può anche avvicinare un giovane alle questioni fondamentali che ogni generazione vive e può aiutare a guardare con rinnovato interesse quell’ieri da cui veniamo.

Ad oltre 72 anni da quel 25 Aprile, quando oramai quei partigiani ventenni di allora sono quasi tutti scomparsi, è doveroso farli uscire dall’oblio spostando l’attenzione dalla storia degli eventi di quegli anni, che comunque a scuola non vengono studiati, a favore di quella di uomini e donne comuni che hanno contribuito alla grande Storia della Resistenza.

Dal prossimo numero è prevista la pubblicazione dei comuni della provincia di Siracusa e dei nomi di coloro che parteciparono alla Resistenza. Pertanto si invitano i lettori ad inviare alla redazione del giornale nomi e notizie di partigiani della loro cittadina, ovunque abbiano operato, per allargare la ricerca e non dover riportare soltanto elenchi, in foggia di tabulati.

(II° – continua al prossimo numero)

 

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