Pietro Valenti smitizza i cavalieri cantati dai pupari

In “Untu ro Signuri – Avventure tragicomiche in versi siculo-cavallereschi di cavalieri, dame e saladini”, destabilizza gli eroi della “tenzone”, colti nella loro umanità spesso miserabile. A corredo i disegni dell’artista pistoiese Paolo Tesi. Le poesie d’amore

La Civetta di Minerva, 16 giugno 2017

Pietro Valenti, che nella vita è un operatore sociosanitario, ha sempre nutrito variegati interessi come la politica e il sindacato, vere e proprie passioni come il teatro, la musica e la poesia (prova ne sono le diverse manifestazioni artistiche che lo hanno visto come organizzatore ad anche come performer).

Si è affacciato sul mondo della poesia, oltre che grazie all’uscita di un suo componimento dedicato a Felicia Bartolotta in un volume, “Peppino è vivo” (pubblicato a cura di Salvo Vitale dell’Associazione culturale “Peppino Impastato”), tramite l’autopubblicazione dei libri “L’amore è magia – Come fu, come non fu, tiritippi tiritappi” e “Untu ro Signuri – Avventure tragicomiche in versi siculo-cavallereschi di cavalieri, dame e saladini” (2011), illustrati dai disegni nervosi, essenziali, perturbanti dell’artista pistoiese Paolo Tesi.

Pietro Valenti nel primo volume (uscito nel 2016), più specificamente lirico, utilizza il dialetto – comunque tradotto a fronte – come mezzo espressivo per raccontare o meglio ancora effondere i propri sentimenti: nelle sue poesie vengono squadernate tutte le sensazioni e le riflessioni suscitate dalle varie stagioni dell’amore, che ora è rosa, “a cchiù bedda cosa”, libertà, gioia, ora è gelosia, sospetto, sofferenza, sfibrarsi del sentimento. Il siciliano è utilizzato in modalità contemporanea, lontana dalla tradizione ma attenta al ritmo, alla musicalità, già pensata per la lettura ad alta voce o alla recitazione: la punteggiatura non segue infatti l’andamento sintattico delle frasi ma le spezzature del pensiero e della voce.

“Untu ro Signuri” destabilizza definitivamente l’immagine tradizionale del cavaliere – già sfranta dall’ironia di Ariosto e Cervantes –, cantata da pupari, cantastorie e cuntisti, con versi scabri, sarcastici, disincantati: oltre la “magarìa”, oltre la “tenzone” volta ad uccidere saracini in una guerra infinita e insensata, c’è l’umanità spesso miserabile del cavaliere, visto nelle sue debolezze e imperfezioni. Le dame della raccolta sono realiste, dure, scavate dall’attesa o dal dolore, quasi mai incantevoli e gentili come accade in “Damigella”. Anche se Valenti forza la mano all’interpretazione della figura del cavaliere medievale, attuale risulta il richiamo all’intolleranza e al razzismo.

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