ENI ricerca petrolio/gas in una vasta area siciliana

Il colosso energetico chiede un permesso di perforazioni in un territorio racchiuso da quattro province dell’isola, dove si trovano boschi e fiumi, siti e beni culturali tutelati, parchi e riserve, zone archeologiche

La Civetta di Minerva, 2 giugno 2017

Forte preoccupazione è stata espressa dai Coordinamenti No Triv Sez. Sicilia, No Triv Ibleo, No Triv Sicilia sud orientale, dal Forum siciliano dei movimenti per l’acqua e i beni comuni e dal Comitato No Trivellazione nella Valle del Belice per una ulteriore richiesta di permessi di ricerca gas/petrolio in una larga area siciliana che interessa le province di Enna, Caltanissetta, Ragusa e Catania. Presso il Ministero dell’Ambiente, l’8 maggio scorso è stata avviata la procedura integrata di Valutazione di Impatto Ambientale riguardante, appunto, l’iter autorizzativo del progetto di prospezione geofisica (sismica 2D) nell’ambito dei permessi di ricerca denominati “Passo di Piazza” e “Friddani”. Il termine di presentazione delle osservazioni riservate al pubblico scade il 7 luglio.

“Leggendo le conclusioni della sintesi non tecnica dello studio di impatto ambientale (SIA) e valutazione d’incidenza per l’esecuzione di un rilievo sismico 2D nell’area destinata al progetto di esplorazione e ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi che la Società ENI Mediterranea Idrocarburi S.p.A. intende intraprendere nell’ambito dei permessi sopra citati, ciò che maggiormente colpisce – denunciano i Comitati – è il fatto che dall’esame del regime vincolistico sovraordinato risulta che all’interno dell’area interessata sono presenti: tre aree naturali protette (EUAP) ed un IBA (cfr. allegato 5 A/B); sette siti tutelati appartenenti alla Rete Natura 2000 (cfr. Allegato 6 A/B); “Beni culturali tutelati” ai sensi degli artt. 10 e 11 del D.Lgs. 42/2004 e s.m.i. (aree archeologiche); aree di notevole interesse pubblico, tutelate ai sensi degli artt. 136 e 157 del D.Lgs. 42/2004 e s.m.i.; territori costieri compresi in una fascia di profondità di 300 metri dalla linea di battigia; fiumi, torrenti, corsi d’acqua, iscritti negli elenchi previsti dal Testo Unico delle disposizioni di legge sulle acque ed impianti elettrici, approvato con regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775, e  relative sponde o piedi degli argini per una fascia di 150 metri ciascuna; parchi e riserve nazionali o regionali, nonché i territori di protezione esterna dei parchi; territori coperti da foreste e da boschi, ancorché percorsi o danneggiati dal fuoco, compreso quelli sottoposti a vincolo di rimboschimento, come definiti dall’articolo 2, commi 2 e 6, del decreto legislativo 18/05/2001, n. 227; zone umide incluse nell’elenco previsto dal dpr 13/03/1976, n. 448; territori interessati da vincolo idrogeologico.

A tale prospettiva di ulteriore scempio delle matrici ambientali e delle elementari norme precauzionali sancite dal diritto europeo si aggiunge, sconcertante, lo scandalo vero e proprio – del tutto politico – del fatto che ad oggi, in Sicilia, la disciplina della prospezione, della ricerca, della coltivazione, del trasporto e dello stoccaggio di idrocarburi liquidi e gassosi e delle risorse geotermiche, è ancora regolata dalla legge regionale n° 14 del 2000. Legge già dichiarata obsoleta per sopravvenuta incostituzionalità oltre 4 anni fa dal costituzionalista Enzo Di Salvatore nel corso dei lavori di un convegno tenutosi a Gibellina il 24 marzo 2013, in quanto, tra l’altro, nelle disposizioni specifiche dell’art.14 della stessa, al comma 7 è previsto che il permesso di prospezione autorizza il permissionario a condurre l’esplorazione anche in aree protette, nel rispetto delle norme vigenti in materia di tutela dell’ambiente e del paesaggio.

Come purtroppo più volte acclarato nelle regioni che da decenni subiscono gli effetti nefasti della filiera dell’Oil&Gas, la “convivenza” tra attività estrattive e tutela dell’ambiente non è più che una burla propagandistica di Eni e Companies da mettere in bocca ai politici ed agli amministratori locali.

Resta il fatto che, tanto più alla luce della minaccia rappresentata dal rilancio delle attività di esplorazione e ricerca finalizzate a nuove concessioni estrattive, in Sicilia è ancor più urgente e necessario addivenire con efficacia e concretezza alla revisione della Legge 14/2000, attrezzando e rilanciando una campagna capillare dal basso. Dopo la clamorosa vittoria referendaria che lo scorso 4 Dicembre ha sepolto sotto una valanga di NO il progetto accentratore ed autoritario di revisione costituzionale di marca renziana, difendere l’impianto di autonomia statutaria della Sicilia – affermano i comitati – vuol dire accentuarne il percorso di valorizzazione e gestione dei beni comuni.

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