L’articolo sul Castello Eurialo dello scrittore Wladimiro Cajoli

Innamorato di Siracusa, lo pubblicò (1969) sul “Messaggero” e sul “Secolo XIX” di Genova. Cajoli, con l’originale “I figli di Medea”, per la prima volta introdusse la tecnica dello spettacolo nello spettacolo applicata alla TV

 

La Civetta di Minerva, 21 aprile 2017

Sono molti, e la storia lo insegna, gli uomini illustri e gli scrittori famosi che si sono innamorati di Siracusa. Tra gli altri, uno non meno importante: Wladimiro Cajoli. Scrittore e commediografo, venne per la prima volta a Siracusa nel finire degli anni ’60 su mio invito, per assu­mere la presidenza del «Convegno inter­nazionale di studi sulla musica leggera» che avevo organizzato su incarico del­l’avvocato Titta Rizza, presidente del­l’Azienda autonoma turismo.

Fu in quella stessa occasione che un altro grande personaggio, l’autore Carlo Alberto Rossi (anch’egli invitato da me come relatore del convegno) fece la sco­perta di una Siracusa a cui è rimasto le­gato e dove tornava spesso.

Cajoli in quegli anni godeva di una grande notorietà per essere stato, fra l’al­tro, l’autore dell’originale televisivo “I figli di Medea” che attraverso il video aveva suscitato un enorme scalpore tra gli spettatori. Per la prima volta, infatti, si vedeva in Italia la tecnica dello spettacolo nello spettacolo applicata alla TV: Enrico Maria Salerno irrompeva in uno studio televisivo, dove Alida Valli recitava Medea, e bloccava la trasmissio­ne minacciando di uccidersi se la Valli non gli restituiva i figli avuti da una loro relazione. Essendo molto nota la repu­tazione amorosa di Salerno, il meccani­smo della verosimiglianza funzionava alla perfezione. Alla fine i telespettatori, emozionatissimi per il dramma che si consumava sotto i loro occhi, venivano avvertiti che si trattava di una finzione. Ma i centralini della RAI, della Polizia, dei Carabinieri erano stati bombardati di telefonate da ogni parte d’Italia.

Cajoli dunque arrivò a Siracusa, dove si teneva il convegno. E, assetato di ampliare sempre la propria cultura, nelle ore libere andava in giro alla scoperta della città e dei monumenti.

Visitò anche il Castello Eurialo, con la guida del custode, che allora doveva essere il signor Regolo (per­sonaggio dalla colorita umanità, in­dimenticabile per chi l’ha conosciu­to), scrivendo poi l’articolo che ripub­blichiamo oggi e che vide la luce, nel gennaio del 1969, sul “Messaggero” di Roma e sul “Secolo XIX” di Genova.

Sembra passato un secolo. Non c’è più quel custode-guida che sprizzava cordialità per il visitatore e amore viscerale per il monumento. E non c’è nessuno che si occupi di inserire seriamente il Castello Eurialo nei circuiti turistici. Come se si trattasse di un rudere qualunque. Di questa città, ingannata e delusa, si dice spesso che è immemore di se stes­sa. Perché intenta alla quotidianità, che prima era improntata alla goduria furbastra e che ora, smascherata, mo­stra il suo vero volto.

Siracusa forse è davvero in quelle rovine, la Siracusa vera. Questa che viviamo ne è figliastra, chissà.

Le calamitose giornate che ci cor­rono addosso, nel segno del progres­so, non ci guardano nemmeno in fac­cia: corrono via, ansimanti, e minac­ciano di proiettare la nostra proge­nie verso la clonazione. Siracusa, dove sei? E alle volte penso: se il Teatro antico, l’Anfiteatro romano, l’Orecchio di Dionisio, le Catacom­be, le Latomie, il Castello Eurialo, li avessero a Milano?

***

Siracusa: il Castello Eurialo. A chi non conosca, dirò che questa terribile meravi­glia non ha alcun rapporto con l’eroe virgi­liano, simbolo dell’amicizia, caduto insie­me con Niso per la gloria d’Enea. Eurialo potrebbe voler dire: chiodo dalla larga base (ma l’etimo non è accettato da tutti), in­somma un cuneo di quindicimila metri quadrati, più sei chilometri di mura, che Dionisio il Vecchio oppose alla minaccia cartaginese. Non mi basta il coraggio di domandare al Custode, ebbro di tanta po­tenza e bellezza, perché due secoli più tardi il romano Marcello entrò senza servirsi né di scale né di arieti.

Il Custode, pezzo d’uo­mo, gran voce, parlata mista, greco-arabo-normanna-siracusano-italica, e parole, cre­do, fatte in casa da lui, spiega estasiato pie­tra dopo pietra, fossati, pozzi, corridoi, cor­tili di adunata, trabocchetti e tranelli, con lo spirito di una sentinella rimasta qui dal V-VI secolo avanti Cristo, a vigilare che nessuno metta in dubbio codesta sicurezza. Lui sa tutto, e dimostra. Di qui, l’arciere può difendere tranquillo tanti metri in lar­go, in lungo e in alto, e nessuno lo colpi­rebbe mai. Non ci credi? Ti affacci e ti con­vinci: questione di traiettorie, calcoli fisi­co-matematici fatti bene da qualcuno che fu maestro dei maestri d’Archimede. Laggiù, dietro l’angolo, un manipolo apposta­to inchioderebbe legioni d’incursori: che poi, come ci arrivano a quel punto, con quelle mura, tre fossati, scivoli per l’acqua e docce per l’olio bollente? Qui, il pane, il vino, la carne e gli ortaggi da bastare per anni, col fresco che ci fa; e ti figuri che d’esta­te ci venga anche lui con la branda, se vive così ben conservato, dal tempo di Dioni­sio.

La sua stessa cagnetta, una bastarda brutta e intelligente, potrebb’essergli coe­va: «Vede! Conosce il giro e mi precede. Lo conosce come me». E su tre zampe la ca­gnetta caracolla, si arresta quasi in ferma di consenso, quando c’è da stanare chiari­menti od aneddoti. Poi, Dio sa come, dal ritmo della voce o da un arcano senso di quanto dureranno la lezione e la tappa, una parola prima della fine, la cagnetta capi­sce e si muove. «Perché è zoppa?», doman­do. Amaro e laconico risponde: «Sassate», e lo dice come se la povera bastarda fosse l’ultima, anzi l’unica vittima dei Cartagi­nesi. Dei Romani, non parla. Avrà visto la targa della nostra macchina. Forse ci giu­dica sporchi corruttori discendenti di Marcello. Io mestamente penso che, se colpa ci fu, intanto era maggiore quella dei sira­cusani che aprirono le porte; e colpa di altre cose che egli non capirebbe fermo com’è rimasto alle giornate in cui sessantamila schiavi, forse da lui medesimo nu­triti a pane e aglio (e frustati, se li vide illanguidire allo scirocco), costruivano la fortezza. Ma per chi? per che cosa, se ba­stò ad annullarla il malumore di pochi?

«Non viene più nessuno», si lamenta. Anzi supplica: «Dite in giro com’è bello! Mandate gente. Una volta… », e giù l’elen­co dei visitatori illustri, dal Kaiser Guglielmone ai generali, gli ingegneri, gli studenti che meditavano a lungo, misuravano, prendevano appunti. Per che cosa? Per chi? Non gli dico: anche la Maginot, la Sigfrido… Non gli dico: ma non dispera­re.

Lo spirito che custodisci risorge spes­so dalle rovine dei fortilizi smantellati. Fin­ché ci sarà chi rompe zampe alle cagnette, finché si può temere che qualcuno, irrita­to o impaziente, apra le porte dei castel­li… Ci son flotte che incrociano vicine, e la Storia, checché ne pensino i ragazzi che hanno optato per l’amore, riserva spesso sorprese stomachevoli. Non lo dico per­ché lo sa perfettamente. Anzi è lui che mi ci ha fatto pensare.

Vladimiro Cajoli

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