“L’assistenza ai disabili va fatta in team coi docenti”

Lisa Rubino (Co.pro.dis.): “Nelle scuole si riducono sempre più le ore, da 18 a 10, ma aumentano le richieste, quest’anno 40 in più”. “Un servizio che viene fatto dipendere dai bilanci degli enti ma che invece dovrebbe essere strutturale”

 

La Civetta di Minerva, 24 febbraio 2017

Alla luce dei nuovi decreti delegati e in particolare il numero 377 che riguarda lo schema di decreto legislativo recante norme per la promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità, nel momento di un’ennesima mano ministeriale di turno, siamo alle solite: banner pubblicitari, proclami sonanti che rafforzano lemmi quali inclusione, integrazione, assistenza permanente e strutturale, idiomi  nobili già, ma che trovano spazio solo in categorie astratte di difficile applicabilità. Un’assistenza precaria ai più bisognosi, i più deboli, che sovente si trovano vittime di sistemi e soluzioni avventizie per creare associazioni il cui scopo dovrebbe essere quello nobile di aiutarli, assisterli ma di fatto si trasforma in un “posto di lavoro”, sebbene con personale la maggior parte dei casi competente ma sottopagato.

Sbarcare il lunario è spesso la locuzione che fa da padrone: poche ore, miste a competenze frutto di corsi costosi con la speranza di trovare un lavoro, realizzare magari il sogno di lavorare con i bambini.

Siamo all’interno di una realtà che trova ancora una volta una enorme discrepanza tra l’atto normativo e quello descrittivo.

Non possiamo assistere, e qui tratteniamo il sorriso con forza, all’ennesimo rito ricco di promesse, attese speranzose di un potenziamento delle ore del servizio, le cui espressioni sono mortificate dalla mancanza di risorse economiche. Ogni anno, assistiamo ad una decurtazione delle ore, si è passati da un totale  di 18 ore a un massimo di 10.

Secondo il Presidente della Co.Pro.Dis., Coordinamento Provinciale delle associazioni di volontariato e di tutela delle persone con disabilità, Lisa Rubino, non è indifferente il numero degli alunni nella nostra provincia, che necessitano di assistenza e nella fattispecie: 170 nelle scuole comunali di infanzia e primaria, e 150 nel grado secondario inferiore e superiore, le cui scuole dovrebbero sollecitare una maggiore attenzione al problema, che di solito viene declinato soltanto al solo insegnante di sostegno. Pertanto, continua il Presidente, si dovrebbe cooperare tutti insieme, consiglio di classe in “toto”, alla stipula di un progetto comune.

“La scuola – ribadisce Lisa Rubino – non può e non deve non  poter coinvolgere tutti gli insegnanti curriculari, vige l’obbligo di un lavoro di team. Spesso le istituzioni sono deficitarie anche nell’assistenza di base, che non sempre viene garantita; esiste un obbligo da parte delle istituzioni e degli enti locali che sovente viene dimenticato. C’è a monte un problema di distribuzione di risorse, le quali dovrebbero essere disposte in maniera blindata, non legate ai bilanci provinciali, comunali, ma quasi congelate per lo scopo. Aspetto questo che sarà trattato nel corso della settimana con gli operatori preposti”.

Soprattutto quest’anno si è assistiti a un aumento delle richieste di necessità di assistenza, circa 40 unità dovute, forse, a una diagnosi frutto di una cura diversa, con la speranza che sia cosi, e valorizzando dunque il lavoro dell’assistente alla comunicazione, ma con una particolare attenzione a ciò che sia necessario e non come forma di garanzia per l’insegnante di sostegno.

In conclusione appare ovvio che gli operatori vengano pagati, stimolati, anche se sotto questo aspetto l’intervento degli stessi non è mai venuto a cessare, e dunque esiste ancora una forma di umanità che va al di là dell’aspetto pecuniario.

Certo se Cicerone esaminasse il termine latino “assistentia” il cui significato è ad-sistere, ovvero stare accanto, alla luce di quanto appena descritto, dovrebbe modificarne il significato, invitando gli specialisti del settore assistenza attorno a un tavolo ridefinendolo insieme a loro.

Non possiamo pensare al domani, al forse, all’incertezza, perché i bisogni, le necessità delle persone più svantaggiate non aspettano, sono qui in un presente immediato.

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