L’istruzione senza spirito critico: quando la scuola serve solo al mercato

Pensare l’istruzione come un’istituzione autonoma il cui unico compito sia fornire agli individui gli strumenti necessari per sviluppare uno spirito critico, una solida sensibilità morale e un autentico piacere per la conoscenza, appare oggi un progetto difficilmente realizzabile o, per molti, addirittura irrazionale nelle sue premesse. Esiste infatti un legame profondo che connette il percorso formativo di ogni studente alle sue future prospettive professionali, facendo sì che il valore dell’istruzione venga sempre più misurato in funzione della sua spendibilità nel mercato del lavoro. In questa prospettiva, la scuola, e successivamente anche l’università, tendono a essere subordinate alle esigenze della formazione professionale e alla centralità attribuita al lavoro nella società contemporanea. Ne consegue che la funzione educativa, intesa come formazione integrale della persona e come ricerca disinteressata del sapere, finisce per essere progressivamente relegata in secondo piano rispetto agli obiettivi di inserimento in una determinata area professionale. Tuttavia, non c’è da stupirsi del ruolo dell’istruzione meramente in funzione dell’inserimento degli individui in un mercato del lavoro sempre più subordinato alle logiche dell’economia della crescita. In effetti basti pensare che tale centralità del lavoro è così radicata nell’immaginario collettivo che già ai bambini, anche quelli più piccoli, quando si pone la questione “Cosa vuoi fare da grande?” sono improntati a rispondere facendo riferimento a un’occupazione professionale. In ragione di ciò, dunque, è possibile affermare che il percorso educativo si scinde da ciò che è l’apprendimento, trasformandosi, dall’avvento della scolarizzazione di massa in poi, prevalentemente in un sistema di accumulo di anni di studi e titoli accademici che saranno la base per «l’assegnazione dei ruoli» nella società capitalistica, così come ampiamente analizzato già negli anni Settanta da Ivan Illich nella raccolta di saggi tradotta in italiano con il titolo Descolarizzare la società. Per un’alternativa all’istituzione scolastica.

Tale connessione tra il percorso formativo dello studente e la sua futura collocazione professionale ha subito, negli ultimi anni, una trasformazione sempre più radicale, orientandosi con crescente intensità nella direzione imposta dal paradigma neoliberale. La situazione italiana non rappresenta un’eccezione. Al contrario, le proposte avanzate dal ministro Valditara hanno contribuito, nel 2024, a consolidare una concezione dell’istruzione fortemente orientata ai principi neoliberali. Tuttavia, tale indirizzo non costituisce una novità assoluta: esso si inserisce all’interno di un percorso già avviato da diversi decenni, caratterizzato da una progressiva ridefinizione delle finalità educative in funzione delle esigenze economiche e produttive. In questa prospettiva, le recenti riforme appaiono meno come una cesura rispetto al passato e più come l’approfondimento di una tendenza di lungo periodo che ha progressivamente subordinato l’istruzione alle logiche del mercato del lavoro.

Per spiegare bene cosa si intende con «visione neoliberale dell’istruzione» utilizziamo direttamente la definizione che fornisce Mario Pomini nella sua opera intitolata La scuola tradita. Il fallimento neoliberale e come uscirne: «Nella visione neoliberista l’istruzione cessa di essere un bene pubblico, civico e sociale, e diviene semplicemente un bene privato come tutti gli altri che deve rispondere alle semplici leggi della competizione e del mercato, della domanda e dell’offerta. L’istruzione, in questo modo, viene subordinata al ragionamento economico, diventando una forma di capitale con un suo rendimento specifico, con gli studenti imprenditori di sé stessi, con la vita delle scuole decisa dal manager-preside e le scuole stesse paragonate ad aziende in costante competizione tra loro per accaparrarsi gli studenti (Pomini 2025: 9)».

Ora, se il fine dell’istruzione è principalmente la preparazione dell’individuo in prospettiva all’ingresso nel mercato del lavoro, preme sottolineare e aprire un focus su quella che è la condizione stessa del lavoro al giorno d’oggi. Non ci si riferisce qui al mercato del lavoro in quanto tale, bensì al concetto di lavoro nella sua dimensione sociale e culturale. Se, da un lato, il lavoro continua a mantenere una centralità materiale indiscutibile, poiché rappresenta ancora il principale strumento attraverso cui gli individui hanno accesso al reddito, dall’altro, nonostante la perpetua mitizzazione del ruolo del lavoro, sembra aver progressivamente perso parte della sua tradizionale centralità sociale. Questo fenomeno appare particolarmente evidente nell’attuale contesto neoliberale, caratterizzato dalla crescente precarizzazione dei rapporti di lavoro. Tali trasformazioni, legate a nuove modalità di organizzazione flessibile della produzione e dei servizi, hanno contribuito a generare un progressivo disaffezionamento nei confronti del lavoro stesso. La natura temporanea, incerta e frammentata di molte attività lavorative rende infatti sempre più difficile per gli individui costruire attorno al proprio impiego un’identità stabile e duratura. Se nel passato il lavoro costituiva uno dei principali strumenti attraverso cui l’individuo definiva sé stesso e il proprio ruolo nella società, oggi tale funzione tende progressivamente a indebolirsi. Il riconoscimento di sé viene sempre più ricercato in attività autonome e in ambiti esterni alla sfera lavorativa: relazioni sociali, interessi personali, pratiche culturali e forme di autorealizzazione che si sviluppano al di fuori del tempo di lavoro. In questo senso, una delle caratteristiche distintive dell’epoca neoliberale consiste proprio nel mutamento del rapporto tra individuo e lavoro. Mentre nella tradizione industriale e nel pensiero politico moderno l’emancipazione era spesso concepita come un processo che si realizzava attraverso il lavoro, oggi emerge con crescente forza un’aspirazione differente: non più liberarsi attraverso il lavoro, ma liberarsi dal lavoro.

Una conferma di queste trasformazioni può essere individuata nell’esperienza immediatamente successiva alla pandemia da COVID-19. Nel biennio 2020-2022, infatti, si è assistito al fenomeno delle “Grandi Dimissioni”, analizzato in Italia soprattutto dalla sociologa Francesca Coin. Proprio in Italia sono state circa 2,2 milioni le persone che si sono dimesse dal proprio impiego. Sebbene le motivazioni alla base di tale fenomeno siano molteplici e non possano essere ricondotte a un’unica causa, tra esse assume certamente rilievo il desiderio di ridefinire il rapporto tra vita e lavoro. Più in generale, tali dinamiche sembrano confermare una trasformazione culturale più ampia: il tempo non viene più considerato esclusivamente come una risorsa da destinare alla produzione, ma sempre più come uno spazio da dedicare alla realizzazione personale, alle relazioni sociali e al benessere individuale. In altre parole, per molti lavoratori la questione centrale non riguarda soltanto il reddito o la carriera, ma la possibilità di riappropriarsi del proprio tempo e di restituirgli un valore autonomo rispetto alle esigenze del lavoro.

In questa prospettiva, la ricerca di un migliore equilibrio tra vita e lavoro non rappresenta semplicemente una scelta individuale o uno stile di vita alternativo, ma può essere letta come una messa in discussione dei presupposti culturali che, nell’epoca neoliberale, tendono a subordinare ogni dimensione dell’esistenza a criteri di efficienza, competitività e valorizzazione economica. Ne deriva una ridefinizione del rapporto tra istruzione, lavoro e realizzazione personale, nella quale il valore dell’esperienza umana non coincide più esclusivamente con la capacità di produrre reddito o di occupare una posizione nel mercato del lavoro.

Da leggere

UNA DISCARICA A STALLAINI. Trent’anni di lotte a rischio sconfitta, complici il mutato clima e i vincoli sotto attacco

La storia della discarica di contrada Stallaini, nel territorio di Noto, è un interminabile dramma …

COLLABORA CON NOI

SIRACUSA DIFFERENZIA

IL BAR SOTTO IL MARE

Migranti

homepage

Lavoro

I Diari della Quarantena

La Civetta in gabbia

La parola ai lettori

Articoli recenti

VIDEO

Commenti recenti