Arguto e anticonformista, ha attraversato degnamente la storia culturale di Siracusa del secolo scorso lasciando un autentico patrimonio artistico
La Civetta di Minerva, 23 dicembre 2016
Personaggio indimenticabile. Ricco di ironia, di intelligenza, di sorgiva creatività, pittore e poeta di qualificato livello. Capodieci, aspetto scontroso, voce cavernosa, sguardo filtrato da foltissime sopracciglia, naso grifagno; a prima vista non suscitava quella che i perbenisti definiscono un’ottima impressione. La mattina stazionava in piazza Archimede, sottobraccio un quadro appena finito e avvolto da un giornale, in cerca di acquirenti. Appena riscosso il valsente, benché spesso modesto, si avviava al mercato per la “spesa” quotidiana da portare a casa. Noi che abbiamo avuto la ventura di conoscerlo sappiamo che, nonostante le apparenze, non era certo assimilabile ad un accattone. Anzi!
Possedeva una dignità che traspare, spesso con toni decisamente perentori, da alcune sue poesie più vibranti di una personalità magari scomoda ma sicuramente sincera. Piero Fillioley ne ha tracciato un lucido profilo nel suo “I figli di Archimede”.
Era Capodieci a scegliersi la compagnia di amici che fossero capaci di sintonizzarsi sulle eleganze delle sue battute ironiche, sull’arguzia sorridente dei suoi commenti, sull’umorismo spesso sarcastico di cui erano intrisi certi suoi giudizi.
Arguto, sempre. Mai banale, e non poteva esserlo un uomo della sua tempra. Anticonformista per vocazione, non praticava raffinatezze esteriori, conduceva una vita bohemienne senza paludarsi tuttavia in etichette o esibizioni. Incurante delle formalità, pur negli spontanei limiti della buona creanza, si muoveva sempre con un naturale rispetto.
In una fase della sua non facile esistenza corse l’avventura del fascismo, per un romanticismo istintivo che lo portava agli stilemi dannunziani più che alla baldanza revanscista, in certe sue poesie l’estro lo trascinava a una passionalità più ideale che politica di stampo rivoluzionario.
Ma il Capodieci più vero è quello che, pur non cadendo mai nel banale sentimentalismo, visse sentimenti alati e profondamente radicati nell’anima.
Quando col mio “Teatro dì Sicilia” nell’antico dammùso di via Gargallo n. 61 facevo spettacoli e ne preparavo di nuovi, tutte le sere Carlo Capodieci era una presenza assidua. Qualche volta, in certe manifestazioni culturali, lo invitavo in palcoscenico a recitare alcune sue poesie. Era sempre un personaggio, come avesse sempre calcato le scene. Recitava i versi con una espressività esemplare, creando atmosfere di immediata suggestione emozionale.
Merita sicuramente un ricordo, tanto affettuoso quanto doveroso, il prezioso, ancorché non esaustivo, libretto licenziato alle stampe da Dino Cartia e Armando Greco, coordinamento artistico di Giuseppe Aloisio, per il centenario della nascita di Carlo Capodieci: andrebbe ripubblicato, magari con una riedizione anastatica, per una ulteriore diffusione e riproposizione del ricordo di un Artista che ha attraversato degnamente la storia culturale di Siracusa del secolo scorso, lasciando un autentico patrimonio pittorico e poetico. Ma anche, e di questi tempi calamitosi non è poco, il ricordo di una onestà intellettuale, di una dignità incorrotta, di una umana coerenza che era la vera libertà di Carlo Capodieci.
Illuminante è, anche in questo senso, l’intervento di Paolo Giansiracusa che, con la maestria che lo contraddistingue, eccepisce come Capodieci con le proprie opere estrinsecasse “quel bisogno di luce e di verità che la nostra città nel secondo dopoguerra (…) andava cercando per delineare il proprio futuro, per disegnare una prospettiva di rinascita. Carlo Capodieci asseconda e stimola questo risveglio sociale e lo fa decorando di colori felici le sue tele immediate (…) contribuendo così a coltivare nei figli di Aretusa la voglia di bello”.
E vi pare poco? Per intuire l’uomo, infine, bastano alcuni versi di “Avvenire” dove è trasparente in filigrana la maturità artistica e la sensibilità lirica di Capodieci: “Il mio avvenire non l’ho mai pensato / ma lo conosco come il mio dolore: / sarà il dono rimasto non donato /la sete d’un dolcissimo dolore… /Sotto il martello, all’ultima battuta, /il ferro sarà ancora incandescente, / che l’ora del congedo, fatalmente, / mi prenderà sull’opera incompiuta. /Cuore che sai fiorire in un deserto / il tuo avvenire è quello che hai sofferto”.

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