L’intervista rilasciata dal premio Nobel al nostro collaboratore nel 1999, quando a Franca Rame fu assegnato il Premio Vittorini. “Milano ha ignorato Elio Vittorini, che a questa città ha dato molto”
La Civetta di Minerva, 28 ottobre 2016
Il premio intitolato a Vittorini, organizzato dalla Provincia Regionale di Siracusa, si era ritagliato uno spazio nel panorama letterario italiano ma, purtroppo, è cessato da anni nell’indifferenza quasi generale. La quarta edizione della manifestazione si tenne il 16 settembre del 1999 e uno dei premi speciali venne assegnato all’indimenticabile Franca Rame per il suo ruolo nella cultura e nel teatro. Lei, nel riceverlo, disse: “Divido il premio con mio marito Dario Fo, così come ha fatto lui con me per il Nobel”. L’Accademia svedese il Nobel per la letteratura a Fo lo aveva attribuito due anni prima, nel 1997, definendolo “Figura preminente del teatro politico europeo, che ha fustigato il potere e ridato dignità agli umili”. Dario Fo, recentemente scomparso, era e continua ad essere l’autore italiano di teatro più conosciuto, più tradotto e più rappresentato al mondo. Ecco l’intervista che mi rilasciò quel giorno di 17 anni fa.
Lei ha conosciuto Elio Vittorini a Milano, dove lo scrittore visse molti anni. Quale ricordo ne conserva?
“Vittorini era un uomo con uno spirito incredibile. Era dotato di un grande senso dell’umorismo e riusciva a capovolgere delle situazioni tragiche, facendole diventare grottesche, scoprendo la trappola della banalità e della menzogna. Pur di difendere la propria autonomia culturale ed intellettuale non esitò a chiudere Il Politecnico, la rivista prestigiosa che dirigeva, rompendo col Pci su posizioni di sinistra. Il suo fu uno scontro anche con una concezione sacrale della politica, alla quale dava fastidio il lazzo e l’ironia. Una battuta che allora divenne famosa ‘Vieni che ti faccio l’autocritica’ è di Vittorini, ed è una battura bellissima”.
Nella Milano di quegli anni c’erano ambiti, frequentazioni comuni a lei e a Vittorini?
“La vita che si conduceva allora a Milano era basata su un rapporto fisico, diretto con la popolazione attiva, produttiva. Il cuore di quella città erano le zone di Brera, Garibaldi, quartieri operai e di artigiani. Una società che è stata sradicata. Oggi Brera è un luogo di bei negozi, di boutique, frequentato da perditempo. Noi andavamo a pranzare in posti nei quali davvero si rischiava di farsi venire l’ulcera duodenale per quello che si mangiava; non per essere a tutti i costi bohémienne ma perché avevamo pochi soldi. Ristoranti alla moda non ne esistevano, sono venuti dopo, mentre adesso è pieno di locali dove non puoi spendere meno di centomila lire per un pasto. A quel tempo Brera era un altro mondo, un mondo milanese dove c’era la lotta di classe con la partecipazione, con le occupazioni, con le manifestazioni. Insomma, con un’attività culturale e politica altissima”.
Tra i molti interessi di Vittorini c’erano i fumetti. Sul primo numero del mensile Linus, era il 1965, intervistato da Umberto Eco affermò tra l’altro che uno ‘spirito di fumetto” c’era nel tipo d’impaginazione usato per Il Politecnico. Che ne pensa?
“Anche in ciò è stato di una modernità enorme. Era fra quelli che spingevano per inserire le illustrazioni nei libri, convincendo poi Einaudi a farlo. Vittorini è stato il protagonista di tante situazioni creative, di fermento. La stessa nascita del neorealismo, con tutta la sua carica d’ironia e sottigliezza, ebbe pure il contributo dell’opera di Vittorini, del suo linguaggio. Devo dire che purtroppo Milano, finora, non gli ha riconosciuto spazio, valore e gloria come ci si aspetterebbe da una città alla quale egli ha dato molto”.
Scrittori come Vittorini, Pasolini, Sciascia, in misura e in modi diversi hanno avuto anche un ruolo di critica e di pungolo nei confronti della politica, della cultura e della società italiana. E’ giusto sostenere che oggi si avverte l’assenza di figure di intellettuali autorevoli di quel livello?
“Io ritengo che l’importante non sia esprimere soltanto dei discorsi. Non ci si può chiudere nella propria stanza da cui sparare a zero e poi sparire davanti ai grandi momenti di reale adesione. Voglio dire che ci sono stati anni in cui pure dei grandi autori si esponevano dando il loro contributo a determinate cause, come poteva essere la difesa dei posti di lavoro degli operai o la denuncia di certe vicende giudiziarie. Lo facevano mettendoci la faccia senza preoccuparsi di pagare di persona, come a volte succedeva. Oggi questo tipo di presenza non c’è. Seppure ci sono dei buoni scrittori che esprimono delle sollecitazioni sociali e l’idea di un mondo diverso; ad esempio intervenendo nell’analisi della situazione internazionale, sulle guerre, i massacri e via dicendo”.
“La satira è sempre stata uno degli elementi principale dei suoi lavori teatrali. A tal riguardo, l’attuale situazione politica italiana continua a offrirle degli spunti, per così dire a ispirarla?
“All’incirca sino alla fine degli anni Settanta, la satira politica dei nostri spettacoli, miei e di Franca, teneva conto del nostro pubblico, della gente che veniva appositamente per ascoltare discorsi rivolti a una determinata classe sociale. L’impegno era pertanto di fare il draghinasso, di dare frappate, di accusare, mettere in ridicolo e fare emergere il lato grottesco del potere. Oggi molto è cambiato, non c’è più quella situazione facilmente leggibile data dalla macchina del potere, da una parte, e dalla classe politica minore che deve lottare, dall’altra. La classe operaia non esiste più; o meglio, esiste ma non la si vuole mettere in primo piano, in evidenza. Di certo quel partito dei lavoratori che la rappresentava si è trasformato, nel senso che l’ex Pci è diventato largo, si sbrodola in tante direzioni e non si capiscono i suoi intenti”.
Lei ha affermato che il terreno della comicità per essere oggi “rivoluzionario” si deve spostare dalle battute sui difetti fisici dei governanti alla satira sui modelli di vita. Cioè una satira di costume più attenta alla società oltre che alla politica?
“Rispondo raccontando una storia. Un poveraccio scopre di avere una malattia abbastanza rara, che però si sta diffondendo. Va in cura da un medico il quale, a un certo punto, si rende conto che senza somministrare medicine (perché per quella malattia non ce ne sono) l’organismo della persona ha prodotto da solo una sorta di antidoto straordinario che lo sta guarendo. Il medico analizza il sangue dell’uomo e avverte una casa farmaceutica, la quale si eccita alla notizia e dice al medico di non mollarlo per nessuna ragione. E per studiare meglio la situazione cominciano a tirargli fuori il sangue in quantità enorme, arrivando a prelevargli 30 litri di sangue facendogli perdere 20 chili di peso. Sembra una farsa è invece è una vicenda vera. Dopo un po’ il paziente viene a sapere da un altro medico la faccenda dell’antidoto che si è autoprodotto, e che tutta la sua famiglia ha la medesima difesa naturale. Ma nel frattempo l’antidoto gli è stato rubato, ricostruito, prodotto in forma industriale e venduto. Il malcapitato scopre che la sua ‘produzione’ è stata sfruttata per miliardi senza che lui sapesse alcunché, e ricorre alla legge perché gli venga riconosciuto quanto gli spetta. Invece perde una prima causa, poi una seconda e una terza, fino a dover pagare sia gli avvocati che le spese processuali. Pensa che satira, che fotografia straordinaria della giustizia, del costume, del mondo è questa storia. Altro che barzellette!”

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