Anche il FMI ammette: il neoliberismo un fallimento

Per tutti tranne che per l’1% della popolazione. I modelli economici finora adottati hanno apportato drammatiche conseguenze per l’intera umanità

 

La Civetta di Minerva, 10 giugno 2016

L’imposizione delle politiche neoliberiste deliberata dai Paesi dalle potenze egemoni ha avuto conseguenze tragiche per milioni e milioni di persone. Il giornalista Benjamin Dangl scrive: “da un dipartimento di ricerca del Fondo Monetario Internazionale (F.M.I.) è uscito un rapporto che ammette che il neoliberismo è stato un fallimento”. Lo studio, intitolato “Neoliberalism: Oversold?” (Neoliberismo: sopravvalutato?) osserva che molte delle scoperte del rapporto che colpiscono il cuore dell’ideologia sono l’eco di quello che i critici e le vittime del neoliberismo dicono da decenni e cioè che “le politiche neoliberiste di austerità e di bassa regolamentazione dei movimenti di capitale hanno di fatto incrementato la diseguaglianza”.

Il F.M.I. dunque dichiara che il neoliberismo è stato un fallimento, ma ha funzionato molto bene per l’1% globale. Come ha riportato, all’inizio di quest’anno, la prestigiosa rivista Oxfam, l’1% più ricco del pianeta adesso detiene più ricchezza di tutto il resto della popolazione mondiale. Pertanto è nella politica economica condotta finora che si deve ricercare non solo la spiegazione, ma la condanna di milioni di esseri umani alla “miseria pianificata”, come dimostra vividamente Naomi Klein nella sua pubblicazione ”Shock Economy”.

ACCENTRAMENTO DEI POTERI.| Vi è un altro metodo per affermare l’egemonia delle politiche neoliberiste: l’accentramento dei poteri. Per il famoso filosofo Zygmunt Baumann “lo spettro dell’uomo forte al potere nasce dall’ansia che di questi tempi sta tormentando la classe media, impaurita dalla crisi, dalla miseria, dagli immigrati”. In un articolo a sua firma, pubblicato di recente dal Corriere della Sera intitolato, appunto, “L’uomo forte e le democrazie”, vi è un’analisi approfondita della questione di così grande attualità in questo particolare momento storico.

Oggi molti cittadini vivono con i soldi contati, con un lavoro precario, incerto, o addirittura senza lavoro. Milioni di persone a rischio di cadere nel baratro da un momento all’altro. Ed ecco che in soccorso degli indifesi, dei deboli, degli insicuri, degli impauriti arriva l’uomo forte con i suoi “trucchi da impostore”. Di fronte alla perdita del lavoro e alle difficoltà economiche, una parte della classe “ansiosa” è pronta a seguire l’ondata della politica razzista e nazionalistica (qui, a nostro parere, è evidente il riferimento a Trump o ad altri nelle varie nazioni, vedi, ad esempio,il tentativo di Hofer in Austria sconfitto per un pelo dai Verdi) che si alimenta con la paura. Ed ancora testualmente: “Come generatori di paura ufficiale, si affannano a ingigantire le incertezze esistenziali che hanno dato forma allo spettro e perennemente lo ricreano;  puntano a fare qualsiasi cosa per rendere quello spettro il più tangibile e credibile — il più «realistico» — possibile; in una società disgregata e ridotta a un ammasso di attori individuali (costretti a fingere la loro autosufficienza), spesso precari, non retribuiti e non tutelati,  la loro vita frammentata è voluta, alimentata e giornalmente riprodotta”.

L’UOMO DELLA PROVVIDENZA – Eric Hobsbawm, uno degli storici più acuti dell’era moderna, nella sua opera cardine «Nazioni e nazionalismi dal 1780», ci insegna che le società in declino puntano tutte le loro speranze su un salvatore, su un uomo (o una donna) della provvidenza, e sono alla ricerca di un nazionalista risoluto, militante e battagliero: qualcuno che promette di spegnere l’interruttore del pianeta globalizzato, di sbarrare quelle porte che già da tanto tempo hanno perso — o a cui sono stati rotti — i cardini, rendendole inutilizzabili. La verità, “è che le scorciatoie suggerite dagli uomini e dalle donne forti che aspirano al governo restano assai seducenti, per quanto fuorvianti”.

RIMEDI E SOLUZIONI PER EVITARE I GUAI FINORA PRODOTTI – Il generale rapporto di predazione e spoliazione delle risorse naturali, caratteristico del sistema economico fondato sul paradigma produzione – consumo, ancor più devastante nella sua attuale fase “iperliberista”, ed i nessi con i danni sociali, economici ed ambientali della crisi economica sono drammaticamente evidenti. I modelli economici finora adottati hanno apportato drammatiche conseguenze continue per l’intera comunità umana. Diventa allora necessario riportare e diffondere i dati globali di questa crisi, nella loro gravità, per le risorse d’acqua dolce, per l’aridificazione, per il preoccupante degrado di molti ecosistemi. A ciò si aggiunge il ritardo della comune consapevolezza riguardo a quella che è stata definita la più grande minaccia di questo secolo: i cambiamenti climatici, o meglio, l’avvenuto passaggio all’instabilità climatica. Il modello di questo fenomeno, alla luce della teoria della stabilità dei sistemi dinamici, apporta un’instabilità climatica che sarà perdurante per i prossimi decenni. La soluzione, più che il rimedio, è la metodologia della sostenibilità, per cui ogni intervento delle attività umane deve essere equilibrato e compatibile con le risorse a disposizione e necessarie per attuarlo, deve essere effettuato in funzione del vantaggio delle future generazioni e deve tener conto del principio eco-economico per cui “si può consumare la rendita, ma non il capitale fisico, umano o ambientale”. 

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