Non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. Eppure, in questa vicenda decennale, i segnali non sono mancati: prima sussurri, poi grida sempre più forti, finché qualcuno non ha iniziato ad ascoltarle.
È la storia di un’Europa che ha provato a delineare un piano strategico per il proprio futuro che rischia di naufragare non per colpa della Comunità Europea, che il suo ruolo l’ha giocato, bensì per l’immobilismo di lobby e Stati arroccati sui propri interessi, incapaci di unirsi nella transizione energetica e nell’uscita dai combustibili fossili.
Di questa lunga narrazione toccheremo solo un frammento, quello che ha portato il presidente di Confindustria Siracusa, ingegner Reale, a dichiarare in un’intervista a “Siracusa Press” pubblicata il 1° settembre 2025 (scheda 1): “Il rischio è che per ottenere la decarbonizzazione, la decarbonizzazione avvenga attraverso la deindustrializzazione”.
Confindustria Siracusa ci perdoni, ma con queste parole sembra quasi aver colto con ritardo le grida che da tempo risuonavano nell’aria.
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Il 18 settembre 2015 l’EPA statunitense notificò a Volkswagen la violazione del Clean Air Act per l’uso di software illegale volto a mascherare le reali emissioni di ossidi d’azoto. Quel giorno, il polo petrolchimico di Priolo lavorava a pieno ritmo, ignaro del terremoto normativo che stava per abbattersi sull’intero settore.
Lo scandalo, passato alla storia come Dieselgate, coinvolse altre case automobilistiche, portò ad arresti in USA e in Europa e costò decine di miliardi in multe e risarcimenti.
Per Volkswagen, la più colpita, il rischio era il tracollo: da qui la scelta di puntare tutto sull’elettrico per ricostruire reputazione e futuro. Intanto, nel 2019, la Commissione guidata da Ursula von der Leyen lanciava il Green Deal e il pacchetto Fit for 55, fissando al 2050 l’obiettivo della neutralità carbonica: niente più emissioni di gas serra, quindi niente più combustibili fossili per trasporti, industria e servizi.
Accade l’inimmaginabile: Volkswagen collabora con la Commissione alla stesura del bando sulle auto endotermiche dal 2035 (fonte Quattroruote, settembre 2025). Siamo nel 2021, anche se il Parlamento europeo lo approverà solo nel 2023. Ma il quadro era già chiaro: dopo qualche resistenza, tutte le case presentarono i propri piani di elettrificazione. Dal 2035 non si potranno più immatricolare veicoli leggeri a combustibile fossile; per industria e trasporti pesanti la scadenza sarà il 2050, con uso residuale di fossili usando sistemi mitigazione come la cattura della CO₂, laddove elettricità e carburanti verdi non risultino praticabili. La crisi è quindi imminente: prima per l’auto, poi di conseguenza per la raffinazione. Un problema enorme per tutti, incluso il polo di Priolo.
A maggio 2023 si tiene la consueta assemblea pubblica di Confindustria Siracusa sull’impatto della transizione sul territorio e le opzioni per raggiungere la decarbonizzazione. Tutti riconoscono che “il percorso della decarbonizzazione è ineludibile”, compreso l’allora presidente di Confindustria Siracusa. Ma già allora si sosteneva che la neutralità carbonica dovesse poggiare sul principio della “neutralità tecnologica”, lasciando alle imprese libertà di scelta nei percorsi tecnici. Lo scontro con Bruxelles era già evidente: da un lato regole precise, dall’altro le aziende chiedevano di muoversi senza vincoli, pur mantenendo l’obiettivo finale. Un approccio velleitario: non si decarbonizza un intero continente senza linee guida comuni, per quanto flessibili.
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Si procede così in un clima di attendismo: nel mondo industriale circola l’idea che le elezioni del 2024 porteranno a una nuova Commissione, diversa da quella guidata da von der Leyen, e che del Green Deal resterà solo un canovaccio sbiadito. Ma il 18 luglio 2024 Ursula von der Leyen viene rieletta con 401 voti su 720. L’equilibrio politico, pur con qualche ritocco, resta sostanzialmente quello del 2019, abbastanza solido da garantire continuità al Green Deal.
A questo punto Confindustria si muove e il 7 febbraio 2025 al MIMIT presenta uno studio sulla decarbonizzazione e la competitività del polo di Siracusa, alla presenza del ministro Urso, di Confindustria Siracusa e di Teha Group-Ambrosetti.
Il piano (scheda 2) chiede energia a costi competitivi e propone la cattura della CO₂ dai camini per produrre idrogeno blu, bioraffinerie per vettori sostenibili e riconversione verso l’economia circolare.
Ma lo studio si ferma dichiaratamente al medio termine, mentre il Green Deal vieta i fossili e i biocarburanti nei veicoli leggeri dal 2035 e impone lo stop generalizzato del fossile al 2050: le raffinerie sono dunque destinate a chiudere. L’idrogeno blu, e non quello verde previsto da Bruxelles, appare senza prospettiva a lungo termine; anche le riconversioni verso circolare e bioraffinerie (forse una?) sembrano troppo deboli per salvaguardare l’attuale occupazione. Il piano, pur orientato alla riduzione delle emissioni climalteranti, non sembra pienamente coerente con le regole europee. Eppure Confindustria ci crede, contando sul sostegno del governo, sorretto da forze politiche convinte – o che fingono – di poter far cambiare idea a Bruxelles su scelte apparentemente definitive.
Novità sullo studio non ne abbiamo e il polo è rimasto in un limbo fino al 1° settembre, quando Siracusa Press ha pubblicato un’intervista al presidente di Confindustria Siracusa, ing. Reale che in quell’occasione ha avvertito che una nuova versione del Green Deal, sostanzialmente simile a quella esistente, avrebbe portato al “concreto rischio di una desertificazione industriale” (scheda 1). Un giudizio per l’intero Paese, ma che inevitabilmente si riflette anche sul polo siracusano. Non vogliamo certo contestare le parole dell’ing. Reale, che riteniamo in parte condivisibili: la rivoluzione verde richiede sforzi enormi e impone scelte mirate sulle nuove industrie, dalla manifattura avanzata alle tecnologie digitali, dalla robotica alle rinnovabili e ai trasporti. Ma il contesto e il momento delle sue dichiarazioni non ci sono sembrati i più opportuni.
Ci chiediamo. Perché proporre uno studio per il polo siracusano limitato al medio termine e non pienamente coerente con il Green Deal (pur cogliendone alcuni obiettivi) a un governo che ha come controparte europea una presidente riconfermata, von der Leyen, da tempo in prima linea sulla rivoluzione elettrica? Si pensava davvero che il ministro Urso potesse ottenere modifiche sostanziali delle direttive europee? O che il MIMIT potesse muoversi autonomamente in contrasto con Bruxelles? E, se solo a febbraio lo si riteneva possibile, perché oggi già si parla di rischio deindustrializzazione? Difficile comprendere come la principale confederazione delle imprese italiane, interlocutore privilegiato del governo, non conoscesse informalmente quale sarebbe stata la linea dell’esecutivo. E se invece la conosceva ed era favorevole, perché ora, a distanza di pochi mesi, mostrarsi disillusi e prefigurare scenari di desertificazione industriale?
In realtà crediamo che Confindustria Siracusa si sia mossa per difendere le legittime istanze delle aziende del territorio, ed è comprensibile. Ma puntare a preservare l’industria pesante di raffinerie e petrolchimico, pur trasformata in chiave “verde”, non ci pare davvero nell’interesse dei siracusani, che hanno bisogno di proposte capaci di guardare lontano.![]()
Proprio in questi giorni alcuni eventi gettano nuova luce sulle parole del presidente Reale. Il 10 settembre, nel discorso sullo Stato dell’Unione, Ursula von der Leyen ha ribadito che il cuore del Green Deal non cambierà: elettrico come via maestra, -55% emissioni al 2030, neutralità climatica al 2050, investimenti in batterie, utilitarie elettriche economiche, rinnovabili e tecnologie pulite. Qualche ritocco forse, ma al momento nessun rinvio dello stop al 2035 per i motori endotermici.
Il giorno dopo, incontrando i costruttori, la presidente avrebbe definito la scelta “irreversibile”. L’unico spiraglio riguarda i veicoli commerciali leggeri, per i quali si valuta un rinvio o un uso più ampio dei biocarburanti. Per le automobili nessuna concessione. L’unica apertura concreta è sulla clausola di revisione: prevista per il 2026, si anticiperebbe al 2025. Non una marcia indietro, ma un segnale politico per aprire un nuovo confronto.
Emblematica la posizione di Ola Källenius, CEO Mercedes e presidente ACEA: ha riconosciuto che “il futuro è elettrico”, quasi una resa pragmatica dopo anni di richieste di rinvii. Ha però chiesto aiuti concreti: incentivi all’acquisto, energia meno cara, infrastrutture di ricarica diffuse e regole più flessibili per tecnologie intermedie come ibridi e carburanti decarbonizzati. Ha anche sollecitato strumenti per rendere competitivo il mercato europeo delle batterie e della componentistica.
A rafforzare la linea di Bruxelles è arrivata infine la voce della filiera: circa 150 aziende dell’elettrico hanno inviato una lettera aperta a von der Leyen, chiedendo di non arretrare. Troppi miliardi sono già stati investiti e un passo indietro esporrebbe l’Europa alla concorrenza di Stati Uniti e Cina.
Noi riaffermiamo quanto già sostenuto più volte: la transizione energetica riguarda tutta l’Europa e, di riflesso, l’Italia intera. Cambiando l’intera struttura produttiva ed energetica, serve un piano nazionale che allochi sul territorio nuove tipologie di centri di produzione, nuove industrie avanzate, tecnologie digitali e nuovi sistemi di trasporto, garantendo che l’innovazione non distrugga il tessuto sociale esistente.
Le aree industriali in crisi dovrebbero essere guidate da scelte precise dello Stato, che deve sostenere solo iniziative coerenti con la transizione: cosa fare a Siracusa o a Taranto? In Italia questo non è ancora avvenuto, o è avvenuto solo parzialmente, lasciando agli imprenditori locali l’onere di proporre soluzioni. Ma è naturale che questi difendano i propri interessi, non quelli generali.![]()
Lo Stato non può limitarsi ai finanziamenti: deve compiere scelte strategiche e indicare con chiarezza cosa produrre nei singoli territori in un’ottica di lungo periodo coerente con il Green Deal. In questo percorso Confindustria dovrebbe essere un potente alleato, non il protagonista. Solo così si salveranno posti di lavoro e si attireranno università, ricerca e innovazione, dando un futuro ai giovani.
Siamo consapevoli che le guerre e il nuovo scenario macroeconomico segnato dal riposizionamento degli Stati Uniti, possono mettere in crisi le strategie del Green Deal. Ma questo potrà al massimo portare a ritardi anche consistenti o rimodulazioni (anche secondo i desiderata del mondo industriale), ma non a un abbandono del progetto, necessario non solo per l’ambiente ma anche per ridurre la dipendenza da fornitori di petrolio e gas che oggi operano in regime quasi monopolistico.
Dal 2021 a oggi sono passati quattro anni che potevano essere spesi meglio, non limitandosi ad aspettare la caduta della Commissione von der Leyen! L’unica luce, nel polo industriale siracusano, resta l’impianto per le piattaforme eoliche ad Augusta. Continuare a rinviare le scelte significa restare nelle sabbie mobili: solo un piano di lungo periodo può impedirci di sprofondare.
SCHEDA 1
Stralcio di una parte dell’intervista rilasciata dal Presidente di Confindustria Siracusa Ing. Reale a “Siracusa Press”, pubblicato online il primo settembre 2025:
“Alcuni governi, tra cui il governo italiano, stanno molto spingendo in Europa per la definizione della versione 2 del Green Deal, il cosiddetto Clean Industrial Deal. Le prime notizie non sono state molto confortanti nel senso che si chiedeva la neutralità tecnologica, si chiedeva una svolta e invece questa svolta, anche se è arrivato qualche lieve segnale ma la svolta non c’è stata. Poi il rischio quale può essere? … C’è il rischio di una desertificazione industriale … Il rischio è che altri settori possano seguire, dalla siderurgia all’oil&gas…”.
SCHEDA 2
Il piano presentato al Ministro Urso il 7 Febbraio 2025 e proposto da Teha group – Ambrosetti su incarico di Confindustria per il polo industriale di Priolo contiene dieci proposte articolate in tre fasi:
- Fase 1 – Interventi immediati per garantire continuità produttiva, accelerare gli investimenti e assicurare energia a costi competitivi.
- Fase 2 – Azioni di breve termine con sistemi di decarbonizzazione come CCS e idrogeno blu, e incentivi alla riconversione verso l’economia circolare.
- Fase 3 – Prospettiva di medio termine per trasformare Priolo in un centro di innovazione industriale, puntando su materiali e vettori energetici sostenibili.

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