Storia dei monumenti abbandonati di Augusta: il Castello Svevo

Le opere per la salvaguardia del monumento sono imponenti. Il sindaco dovrebbe riprendere la pratica di retrocessione al Comune del maniero e delle sue pertinenze

 

La Civetta di Minerva, 13 maggio 2016

Prima puntata: il castello svevo – Al fine di richiamare l’attenzione e di sollecitare l’intervento di quanti, per compiti istituzionali, hanno in carico l’onere di governare la cosa pubblica e per informare la pubblica opinione sullo stato dell’arte in cui si trovano i quattro principali beni monumentali del territorio augustano, oggi abbandonati al loro destino decadente, in più puntate, racconteremo la storia che ha preceduto lo stato di fatto. Oggi iniziamo con il castello svevo, unico esempio di architettura militare sveva presente in Sicilia.

Come si ricorderà qualche mese addietro fece scalpore una iniziativa clamorosa della procura della repubblica di Siracusa che avviò un’inchiesta, su denuncia di Italia Nostra, sullo stato del castello imponendo il sequestro del bene e affidandolo in custodia… a chi lo aveva già: la soprintendenza di Siracusa. Furono individuati alcuni soggetti quali presunti responsabili dell’incuria: dal presidente della Regione ad alcuni direttori generali e si assistette alla solita pletora di dichiarazioni soddisfatte e scandalizzate sull’incuria che aveva segnato di sé il maniero, associazioni di vario genere espressero soddisfazione (di che? n.d.r.) e si sprecarono espressioni di giubilo per l’evento…

Poi più nulla. Intanto la Regione si prepara a varare il documento che programmerà la spesa nei prossimi anni e non si ha notizia di stanziamenti in merito, né si segnalano iniziative di associazioni pubbliche e/o private che rimettano al centro dell’interesse la questione. Dalla Procura nessuna notizia, dal Comune altrettanto, dalla soprintendenza meno che mai, anche perché questo ente raramente assume iniziative pubbliche confidando della nicchia in cui sopravvive a se stessa e mai degna l’opinione pubblica di acquisire notizie sulle sue iniziative, salvo che servano da corollario a pubblicità.

È bene ricordare la storia delle vicende che hanno segnato il castello partendo da quando, nel 1978, fu dismesso dall’amministrazione carceraria. Dai primi anni ’80 del secolo scorso è stato affidato dal Demanio alla Soprintendenza. Negli anni ’80, la Soprintendenza di Catania, allora competente per territorio, provvide alla realizzazione di alcuni lavori di sgombero e messa in luce di parti antiche.

All’inizio degli anni ’90, il Comune di Augusta, volendo entrare in possesso del bene, diede incarico all’Architetto Salvatore Arturo Alberti di redigere un progetto per la valorizzazione e il restauro del Castello. L’incarico comprendeva, tra gli altri, la redazione di una mappa dei beni culturali del Comune ed in particolare la schedatura dei beni di proprietà del Comune.

Nel corso di quegli anni, vennero eseguiti lavori riguardanti le coperture e la messa a punto di saggi di restauro ed, infine, un intervento limitato alla messa in sicurezza del bastione San Filippo ed alla demolizione del Serbatoio dell’acqua che sopra vi gravava.

In occasione delle celebrazioni federiciane, l’Assessorato, alla luce delle scoperte effettuate nei cantieri di restauro, diede incarico all’Arch. Alberti, alla Prof.ssa Calò Mariani ed al Prof. Vadimir Zoric di approntare un progetto studio per la realizzazione di una “Gipsoteca Federiciana” in un’ala del castello. Successivamente venne redatto il progetto di massima per il consolidamento e restauro dell’intero complesso che fu approvato dalla Soprintendenza di Siracusa. Il progetto era funzionale, oltre che per recuperare il monumento, alla retrocessione, in favore del Comune di Augusta, del Compendio dal Demanio. A firma del Sindaco dell’epoca venne inoltrata, a termini di legge, la domanda al demanio e alla prefettura. Dal demanio venne richiesto il preventivo parere alla locale Soprintendenza che obiettò la genericità sulla destinazione d’uso e la richiesta venne reiterata, nel 2002.

Subentrata la nuova amministrazione tutto restò immobile. Pur non di meno, con finanziamento ex legge 433/91 la Protezione civile effettuò un intervento nelle fondazioni dalla parte più antica del Castello, ma nulla si fece per la cinta bastionata.

La Soprintendenza, affidataria del bene e seppure con ritardo, per decisione del nuovo Soprintendente redasse una scheda in più punti prevedendo una spesa di 25 milioni complessivi. Le opere previste vennero finanziate in parte, poiché fu chiesta dall’Amministrazione centrale la redazione di uno stralcio per interventi urgenti di circa 2 milioni. Il soprintendente non ritenne di approvare il progetto redatto dalla propria sezione interna e quindi non lo inoltrò all’Amministrazione Centrale, con l’ovvia conseguenza di perdita del finanziamento.

La vicenda sembra essersi ripetuta di nuovo a novembre scorso avendo ritenuto l’Amministrazione centrale non ammissibile la scheda presentata dalla Soprintendenza da finanziarsi con le risorse del PON nazionale. Allo stato, però, sembra presente una ipotesi di recupero parziale per il monumento principe della città di Augusta, che risulterebbe ricompreso tra quelli oggetto di possibili finanziamenti nell’ambito del nuovo Pon-Fers per un importo di circa 10 milioni, in due parti di 5 milioni ciascuna, con impegni anche nel redigendo piano per il Sud. L’intervento che si vorrebbe intestare la Soprintendenza avrebbe come primo obiettivo la salvaguardia ed il restauro del nucleo centrale e più antico.

Ora, al di là di una non conosciuta destinazione d’uso attribuita all’edificio, in relazione alla quale gli importi e i costi dell’intervento potrebbero variare sensibilmente, soprattutto in relazione alla dotazione impiantistica, non si risolve il problema della pubblica incolumità e della circolazione ove si dovessero verificare crolli sia nel rivellino che nel muro adiacente la porta ex bastione sant’Anna, piuttosto che nel crollo di uno dei bastioni a mare.

Le opere per la salvaguardia del monumento sono imponenti e attengono al consolidamento al piede della cinta bastionata a mare, al consolidamento e ricostruzione del paramento esterno del rivellino, alla pulizia e dragaggio del canale, alle opere quali barriere soffolte per diminuire la forza battente dei marosi e dei frangenti, al restauro delle superfici e lapidee e ad intonaco della cinta a mare; al consolidamento a tergo del muro del bastione a mare e ripascimento del materiale di costipamento a ridosso del bastione, in parte portato via dal mare, alla sistemazione dell’area compresa tra la prima e la seconda cinta a mare previa eliminazione di tutte le piante di eucalipto, al restauro e parziale raddrizzamento del cavaliere San Carlo, alla realizzazione di un percorso tra le mura a ridosso della cinta a mare e alla sistemazione a verde, con particolare riferimento alla introduzione di piante di palme nella varietà san Pietro e dactilifera.

Tra la prima e la seconda cinta esistono ancora, seppure con funzioni diverse, delle strutture murarie certamente importanti per la storia militare del sito ma soprattutto per la città poiché sorreggono un terrapieno alla cui base è situata la strada che dalla porta urbica induce al centro civico.

Anche la seconda cinta abbisogna di un intervento simile alla prima, seppure in dimensioni più ridotte e che così si possono schematizzare: consolidamento del piede della cinta, restauro del contromuro realizzato dopo il sisma del 1693, copertura totale dei bastioni, realizzazione del camminamento di ronda, restauro dei paramenti esterni, formazione di piani di calpestio e impianti in relazione alla destinazione d’uso, scavo e messa in luce e restauro dei resti della cinta bastionata realizzata (in gran parte sepolta).

La prima necessità sull’Area del Castello Svevo è che non si proceda oltre nella demolizione delle strutture carcerarie mentre si provveda alla liberazione dell’interro realizzato tra la torre bugnata del castello e il rivellino. Dai saggi e dalle fonti si dovrebbe poter mettere in luce il ponte spagnolo che collegava le strutture e tutto il basamento del fronte della cinta sveva occultato per oltre due metri. Per la parte sveva occorre ancora considerare che non è stata messa in luce la cisterna centrale e i saggi relativi alle torri scomparse nel XVI secolo.

Il grosso dell’intervento nella parte sveva, oltre che per il completamento degli interventi nelle strutture, riguarda soprattutto il recupero delle superfici, che assommano ad alcune migliaia di metri quadrati (30.000 circa).

L’amministrazione comunale dovrebbe riprendere la pratica di retrocessione al Comune del compendio per intero, rappresentando, il Castello e le sue pertinenze, il nucleo centrale del centro storico di Augusta. L’ostacolo principale per una ripresa della pratica è rappresentato dalla urgenza degli interventi e dal loro ammontare. In presenza di un impegno a finanziare almeno la messa in sicurezza dei bastioni a mare, in modo da garantire la pubblica incolumità e esorcizzare un eventuale blocco della strada che porta al centro dell’isola, il comune dovrebbe farsi carico di aggiornare rapidamente gli elaborati progettuali e formulare di nuovo una richiesta di retrocessione del compendio. Una sorta di accordo di programma nel quale ognuno precisa cosa fa e di cosa si fa carico in tempi certi. Questa è la situazione e quello che, ragionevolmente, andrebbe fatto. Ma gli attuali amministratori della città saranno in grado di assumersi un onere così impegnativo, attenti come sono a sfuggire da ogni responsabilità rispetto alle grandi questioni che riguardano la città?

Intanto è prossimo alla definizione il programma Sviluppo Sicilia che il premier Renzi dovrà siglare nelle prossime settimane con il Governo Regionale dove potrebbero, almeno per i Bastioni, trovarsi le risorse (nel Por se ne potrebbero attingere ulteriori) e dove, tra le azioni previste, c’è uno spazio per i Beni Culturali

Allo stato attuale, dopo il clamore dell’iniziativa giudiziaria, c’è solo il silenzio

Per San Domenico analogo percorso, ma ne parleremo alla prossima puntata.

 

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