La Merkel conia la moneta da 5 euro e l’Italia guarda

Come la banconota da 500 lire, biglietto di Stato emesso dalla Zecca, che fruttò all’Italia 500 miliardi. Della nuova moneta, costata 20 centesimi a pezzo, già prenotati dai collezionisti 250 mila pezzi a 15euro (?) l’una

 

La Civetta di Minerva del 29 aprile 2016 

La notizia è clamorosa ma è stata data quasi in sordina. La Germania ha deciso di coniare una moneta metallica da 5 €. Sarà leggermente più grande del pezzo da due euro. Avrà un anello centrale blu, che cingerà l’immagine del pianeta terracqueo e per questo si chiamerà “Blue Planet Earth” (“Pianeta Terra Blu”). Sostiene Repubblica.it che essa avrà corso legale soltanto in Germania. Sarà così, ma sicuramente farà gola ai collezionisti del mondo intero. Dovrebbe essere prodotta in un milione di esemplari e pare che ne siano già state prenotate 250 mila unità, addirittura a 15,50 euro al pezzo (secondo Lucia Bigozzi di intelligonews.it). Sulla attendibilità di questa ultima notizia non scommetteremmo neanche un caffè. Ci piace invece evidenziare che un milione di pezzi da 5 € comporta, per il Tesoro tedesco, un introito netto di 4 milioni di euro, poiché bisogna detrarre il costo della realizzazione: 20 centesimi circa.

Ci sembra interessante anche un altro aspetto della questione. Citiamo un passo tratto dal sito www.bancaditalia.it/compiti/emissione-euro/: « L’emissione delle monete in euro, a differenza delle banconote, è di competenza degli Stati. […] In Italia le monete in euro sono coniate dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato per conto del Ministero dell’Economia e delle Finanze

Si badi: «a differenza delle banconote», che sono emesse dalla BCE e dalle Banche Centrali nazionali (che possiedono la BCE). Citiamo sempre dallo stesso sito: «Dal 1 gennaio 2002 la Banca d’Italia e le altre Banche Centrale Nazionali (BCN) dei Paesi dell’Unione Europea che avevano adottato l’euro, hanno iniziato a emettere, nel quadro dei principi e delle regole che disciplinano la funzione di emissione dell’Eurosistema, banconote denominate in euro. Le banconote in euro hanno corso legale nell’area dell’euro, attualmente costituita da 19 dei 28 Stati membri dell’UE […]. Sia la Banca Centrale Europea (BCE) sia le Banche Centrali Nazionali dei paesi partecipanti all’area dell’euro hanno titolo legale a emettere banconote in euro».

 

  

 

È noto però che le banconote non sono emesse per conto dei Ministeri dell’Economia e delle Finanze degli Stati, ma sono prestate dalla BCE (o dalle Banche Centrali operanti per conto della BCE) alle banche sottostanti, ad un tasso di interesse di favore (detto tasso di sconto), che sino a qualche mese fa era di soli 0,05 centesimi e che ora Draghi ha abbassato addirittura a zero. La BCE non può prestare moneta cartacea direttamente agli Stati, ma solo alle banche. Se lo Stato ha bisogno di moneta in più rispetto a quella che incassa con le tasse, deve rivolgersi alle banche per prenderla in prestito, offrendo ad esse BOT e CCT (titoli di debito pubblico) per un valore pari alle somme che ottiene in prestito. Poi le banche conservano una metà circa di questi titoli e collocano l’altra metà presso risparmiatori privati. Banche e risparmiatori privati percepiscono per questi titoli (cioè per le somme prestate allo Stato) un interesse che risulta mediamente prossimo al 4%. Un bel guadagno. Che fa crescere il debito pubblico di circa 80 miliardi l’anno, perché a tanto ammontano gli interessi annui sui 2.200 miliardi di debito accumulato. E tutto ciò perché non è stato deciso e messo nero su bianco nei trattati e nello statuto della BCE che anche le banconote (che ricevono valore solo dalla legge degli Stati) siano da emettere, come le monete metalliche, per conto dei vari Stati e da consegnare ai rispettivi Ministeri del Tesoro in proporzione alla diversa consistenza demografica.

Un’assurdità! E non è possibile ovviare? Le regole fissate nei trattati e le norme statutarie sono immutabili come la legge di gravitazione universale e le altre leggi della fisica? Cosa impedisce di correggere questo assurdo sistema di emissione che contribuisce ad indebitare pesantemente gli Stati? Si giustifica il pateracchio dicendo che esso serva ad impedire che gli Stati possano decidere, ad libitum dei governanti di turno, la quantità di moneta da emettere. Se questo accadesse, si genererebbe inflazione. E lo si deve evitare. Bene. Ma questo scopo si può raggiungere semplicemente mantenendo e rafforzando l’autonomia decisionale dell’istituto di emissione in merito alla decisione sulla quantità di moneta da creare e da consegnare agli Stati. Non c’è alcun bisogno di ingrassare le banche a danno di questi ultimi, costringendoli a prendere in prestito (ad interesse non certo di favore) quella moneta che riceve valore proprio dalle leggi statali.

Il procedimento non è logico. Siano le banche private a prendere in prestito dagli Stati la moneta che riceve valore solo dalla legge, la quale la impone come mezzo di pagamento e la difende dalle contraffazioni, prevedendo pene per i falsari e gli spacciatori (art. 453 del Codice Penale). Riforma possibile, ma non si vede all’orizzonte un potere politico che sappia vararla o che osi almeno assumerla nel suo programma. Anche i grillini glissano sull’argomento.

Eppure il procedimento di emissione monetaria per conto degli Stati non è affatto impossibile ed ha dei precedenti: in Italia molti ricordiamo la banconota da 500 lire. Essa era un Biglietto di Stato emesso dalla Zecca per conto del Tesoro e non per conto della Banca d’Italia (privata al 95%). Il valore dei biglietti da 500 lire era incamerato direttamente dallo Stato e non doveva essere preso in prestito ad interesse. L’emissione di due serie di tali biglietti (Aretusa e Mercurio) fruttò allo Stato circa 500 miliardi di lire di introito senza provocare indebitamento. Anche in America J.F.Kennedy con l’ordine esecutivo 11110 attribuì al Tesoro il compito di emettere dollari validi come biglietti di Stato. Di conseguenza le entrate risultarono incrementate di una somma pari a 4,3 miliardi di dollari e furono evitati sia un indebitamento di tale importo come anche gli interessi aggiuntivi.

Ma noi non siamo governati da un Kennedy né da politici dalla schiena dritta, ma da qualcuno che si inchina a lobby varie e si limita a balbettare di flessibilità, contendendosi con Juncker la paternità di pallide iniziative volte ad invocarne briciole. Non saranno di certo né Renzi né Juncker ad affrontare il nocciolo della questione. Né ci sorprende: di Junker sono noti i trascorsi di fautore di manovre di elusione e degli interessi dei paradisi fiscali lussemburghesi; di Renzi & co. stiamo scoprendo tresche politiche con lobby e parentele con personaggi di banche varie. Non vogliamo certo far nostre le bislacche teorie del complotto, ma vien fatto di chiederci se non sia tutta la politica (non solo quella italiana) sguattera delle potenti lobby delle banche, che possiedono le banche centrali nazionali, che a loro volta possiedono la BCE.

Cosa c’è da aspettarsi da un sistema bancario fondato su un colossale conflitto di interessi, dove il possessore è controllato dal posseduto? Non sarà certo questo ceto di personaggi, che passano attraverso porte girevoli dalle banche alla politica, a riformare il sistema di monetazione. Non sono complottisti ma servitorelli di un sistema balordo, consolidatosi nel tempo per cedimento della politica di fronte al rampantismo di poteri privati senza inibizioni e senza scrupoli. Non è certo dagli sguatteri delle lobby che ci si possa aspettare una riforma del sistema della monetazione.

 

Ma un provvedimento di buon senso potrebbero vararlo anche loro. Nel quadro delle norme esistenti. Perché spremere gli Stati, costringendoli a sborsare fior di miliardi ogni anno per vent’anni, al fine di ridurre il debito pubblico entro limiti considerati sostenibili dagli economisti Reinhart e Rogoff? Sostennero i due autorevoli luminari che un debito pubblico superiore al 90% del PIL costituirebbe un ostacolo insormontabile per la crescita. E a nulla è valso il fatto che il ventottenne ricercatore Thomas Herndon abbia dimostrato che tale soglia di sostenibilità sia derivata da un errore materiale di calcolo e di imputazione di dati. Le teste d’uovo europee non tengono conto dell’errore rivelato e per il loro fondamentalismo il dogma dell’austerità non ammette deroghe né eresie. Ergo il debito è da ridurre ogni anno di una frazione pari a un ventesimo della parte eccedente il 60% del PIL. A tal fine, la rata che l’Italia deve pagare in base al fiscal compact risulta ammontare a circa 50 miliardi l’anno. Che si aggiungono agli 80 già dovuti per gli interessi annuali sul debito pubblico. Una follia!

Ma una soluzione alternativa ci sarebbe. E nel rispetto delle norme vigenti. Basterebbe che il potere politico ordinasse alle banche di alleggerirsi del loro debito nei confronti della BCE (debito contratto per la moneta presa in prestito nei vari anni), pagandolo con quella metà di BOT che le banche stesse hanno in pancia. La BCE, in base all’art. 123 del Trattato UE, non può concedere moneta in prestito (!) direttamente agli Stati membri; né può dunque acquistare titoli del debito pubblico direttamente da essi. Li può però acquistare sul mercato secondario, ovvero in Borsa. O li potrebbe ricevere come pagamento del debito contratto dalle banche per la moneta presa in prestito. Lodevolmente, la BCE di Draghi sta inoltre acquistando BOT e titoli analoghi per ridurre i rischi attuali di speculazioni minacciose sui debiti sovrani. I politici incrementino questo trasferimento, imponendo alle banche di riscattare i titoli debitori con i quali hanno ottenuto in prestito moneta dalla BCE e di saldare tale loro debito, pagandolo con i BOT e i CCT da esse detenuti.

La conseguenza sarebbe semplice ed interessante: nel bilancio della BCE si verrebbero a trovare, affiancati, valori creditori e debitori cassabili in ugual misura per semplice elisione: BOT, BUND e CCT (debito contratto dagli Stati; credito per la BCE) a fronte di somme indicanti varie emissioni monetarie fornite in prestito alle banche nel tempo. Infatti la moneta creata è allocata convenzionalmente dalla BCE tra i debiti (come se fosse costituita da assegni pagabili in oro al portatore, mentre non ha più alcuna base aurea ma vale solo per legge). La BCE potrebbe (solo applicando la matematica e rispettando le norme vigenti) cassare debito monetario fittizio in misura pari al valore nominale dei BOT trasferiti ad essa. E il debito dei vari stati si ridurrebbe di valori importanti, scendendo verso misure considerate sostenibili.

Ovviamente rimarrebbero da pagare (coi dovuti interessi) i BOT e i CCT detenuti dai privati risparmiatori. La seisàchtheia selettiva da noi ipotizzata non danneggerebbe in nessun modo i cittadini che hanno affidato i loro risparmi allo Stato. Le banche non si priverebbero della liquidità, ma salderebbero il loro debito pagandolo coi titoli del debito pubblico. In tal modo rinuncerebbero solo a percepire la differenza (lucrata parassitariamente) tra gli interessi pagati dallo Stato e quelli dovuti alla BCE (oggi azzerati). L’idea non ci sembra peregrina. Basterebbe un po’ di determinazione. Come quella che consente alla Merkel di realizzare il taglio da 5 euro in moneta metallica e in conto Tesoro Tedesco.

Prima del bail in lo Stato ha salvato banche verso le quali è indebitato. Ora deve preoccuparsi di ideare misure che ne riducano i rischi senza più mettere in atto aiuti di Stato. Ma un minimo di aiuto da esse non può pretenderlo? Non può imporre alle banche di rinunciare alla percezione parassitaria di un differenziale di interessi? Renzi deve permettersi di sfoderare grinta solo a danno della Autonomia siciliana (con le impugnative contro la legge regionale sull’acqua) e a danno delle Regioni che hanno promosso i referendum contro gli interessi dei petrolieri ed hanno perso l’unico sopravvissuto, ma solo perché è stato disinnescato con l’ignobile invito all’astensione?

Noi non siamo fautori dell’uscita dall’euro né dall’Europa, ma vorremmo che il sistema monetario dell’eurozona venisse razionalizzato. O, quanto meno, auspichiamo che il debito sia ridotto con l’operazione sopra descritta, effettuabile nel rispetto delle norme vigenti. Ma non crediamo che la politica voglia muoversi in questo senso. Tuttavia temiamo (!) che la crisi non sia finita e che i fattori traumatici che anche Draghi paventa (brexit, fallimenti di banche, crolli borsistici derivanti dalla colossale bolla dei derivati, ecc.) possano complicare il quadro e comportare uno sconquasso. Sarà opportuno affrontare tali eventi traumatici con un gruzzolo di idee innovative. Ed evitare di perpetuare alcune delle concause che ci hanno portato nel baratro o sull’orlo di esso.

 

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