Pochissime quelle iscritte nell’apposito elenco alla Camera di Commercio. Si spera che Ivan Lo Bello, vice presidente della Confindustria (Education), sappia dare il contributo di cui c’è bisogno
Confindustria e Miur, in occasione di Job&Orienta 2015 svolto a Verona, hanno voluto enfatizzare la sottoscrizione di un protocollo di intesa che vorrebbe sostenere l’attivazione dei percorsi scuola-lavoro introdotti in maniera sistemica dalla legge 107/15.
Come è noto, la Buona Scuola ha reso obbligatoria l’alternanza in azienda per gli studenti delle superiori: a partire dal terzo anno, con un massimo di 400 ore nei tecnici e nei professionali e 200 nei licei.In un paese che “vanta”, da un lato, il 40% di disoccupazione giovanile e, dall’altro, l’impossibilità delle imprese di trovare sul mercato 70 mila profili tecnici (come sottolineato dall’ultima statistica di Union camere e ministero del Lavoro) rafforzare le partnership scuola-impresa e garantire l’effettiva opportunità degli studenti di formarsi sul lavoro sono momenti fondamentali.
Con il protocollo, le parti s’impegnano a potenziare le attività di coprogettazione dei percorsi di alternanza e a diffondere le buone pratiche già esistenti. Si comincia (nel documento) dalla Trainship T-Tep, Technical Program Education, e dalla Desi, Dual education System Italy, presupponendo che la formazione deve essere incentrata sulle competenze: sia trasversali che specifiche.
La scuola, da sola, non può dare tale formazione basandosi su una iniziativa autonoma e volontaria, quindi l’alternanza diventerà sistemica dentro parametri nazionali definiti (coinvolgerà circa un milione e mezzo di studenti); sarà una bella sfida per la scuola, che dovrà confrontarsi con la coprogettazione e l’organizzazione flessibile che tenga conto delle esigenze dell’impresa sia rispetto al numero dei ragazzi da coinvolgere volta per volta che rispetto alle modalità organizzative; l’impresa, di contro, dovrà dimostrare nei fatti, oltre le parole e le affermazioni di principio, di sapersi assumere la responsabilità e l’onere di offrire percorsi realmente professionalizzanti e non “visite agli impianti” o “esperienze” prive di valore formativo, come è stato spesso nel passato.
Il presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria chiosando l’accordo ha dichiarato: «L’alternanza scuola-lavoro è una grande opportunità sia per i ragazzi che apprendono nuove competenze sia per le imprese che possono confrontarsi con giovani menti creative; siamo davanti a «una svolta culturale perché, da domani, le scuole assolveranno la loro funzione educativa non solo trasmettendo sapere ai propri ragazzi ma anche “saper fare”. E un’occasione – spiega – per il nostro Paese; è un cambio di paradigma, perché alla cultura di impresa si somma la pratica di impresa. Come “Giovani Imprenditori” – garantisce – faremo il nostro massimo per contribuire a trasformare l’idea della “buona scuola” in un’ottima pratica e aprire le aziende italiane ai ragazzi».
Molta enfasi nella dichiarazione confindustriale che speriamo trovi riscontro nelle imprese a livello territoriale. Dalle notizie in nostro possesso, in provincia di Siracusa, le imprese che si sono iscritte nell’apposito elenco, presso la Camera di Commercio, si possono contare sulle dita di una mano. Speriamo che la sottoscrizione del protocollo di Verona dia l’impulso necessario per ampliare le disponibilità e la qualità oltre che la varietà di quelle imprese che avvertono la responsabilità sociale assunta.
Ivan lo Bello, vice presidente di Confindustria per l’Education, nostro concittadino, nell’occasione ci ha informati che è stata creata, per sostenere l’accordo, una Task Force del sistema Confindustria dedicata all’alternanza e al ruolo delle imprese in questa fase di progressivo cambiamento della scuola italiana. Speriamo che oltre al ruolo nazionale, egli sappia dare, nella sua provincia di residenza, il contributo di cui, viste le passate esperienze, c’è assoluto bisogno.
Oltre a quest’aspetto, assolutamente positivo della riforma, resta, comunque, irrisolta la questione di sistema relativa alla certificazione delle competenze acquisite e degli indirizzi in cui è organizzata la scuola italiana.
L’Unione europea ha dato indicazioni precise circa le finalità che ogni scuola nazionale deve perseguire ed ha indicato, inoltre, le competenze di cittadinanza attiva che garantiscono a ciascun cittadino dell’Unione l’accesso a quell’apprendimento che deve essere permanente; l’Unione ha indicato otto livelli di competenze, dai minimi ai massimi, ai quali ogni sistema scolastico europeo deve attenersi per organizzare sempre al meglio il suo sistema di istruzione generalista e di formazione professionale.
In ordine a queste indicazioni e finalità, la legge 107 dimostra ampi gradi di debolezza tra cui il mantenimento della frammentazione in tre gradi del percorso scolastico obbligatorio decennale; frammentazione che viene da lontano e che di fatto non permette alle competenze terminali degli alunni di essere concretamente certificate alla fine del biennio dell’istruzione secondaria; biennio che poi viene ulteriormente suddiviso e spezzettato nei tre ordini di scuola esistenti; oggi gli indirizzi liceali, tecnici e professionali, sono così connotati da sancire quelle differenze di classe da sempre incombenti nel nostro sistema.
Com’è noto, in Italia si iscrivono ai licei i figli dei “dottori”, ai tecnici gli alunni considerati non portati per studi impegnativi, quali si postula debbano qualificarsi i licei, e ai professionali i cosiddetti “meno portati”. Abbiamo così, ancora, in pieno Terzo millennio, un’istruzione secondaria che potremmo definire, con un’espressione un po’novecentesca, “di classe”; in questo oggettivo contesto la 107 lascia le cose come stanno anche se in nessun paese europeo è concepita una connotazione degli studi così drastica; infine ancora, nonostante la nuova legge, non si riesce a certificare quelle competenze di uscita assolutamente necessarie perché il titolo di studio abbia un vero valore reale oltre a quello legale; va dato atto, comunque, che nella 107, all’articolo 1, comma 181, si preveda il varo di un successivo decreto legislativo relativo all’“adeguamento della normativa in materia di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti e degli esami di Stato” il che fa sperare in un intervento chiarificatore.
Come abbiamo spesso ripetuto: la “buona Scuola”, comunque la si giudichi, ha aperto un “cantiere”…
Pochissime quelle iscritte nell’apposito elenco alla Camera di Commercio. Si spera che Ivan Lo Bello, vice presidente di Confindustria (Education), sappia dare il contributo di cui c’è bisogno

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