“Come cavalli che dormono in piedi” di Paolo Rumiz

Amato, presidente di Storia Patria: “Libro dove il mondo di morti e vivi s’intreccia”. La necessità di elaborare una memoria e un’identità condivise per impedire l’offuscamento del passato storico

 

La chiusura dei conti in sospeso, insieme alla necessità di ridurre il male all’impotenza, è una delle tante ragioni, ricorda Zygmunt Bauman, per impedire che la Shoah venga confinata “nell’ambito a cui sembra appartenere: il passato”. Né va trascurata la tendenza di gruppi sociali o ideologici a rimuovere nella memoria storica elementi sgraditi e a costruire una propria verità dei fatti. Tendenza a cui non è immune nessuna commemorazione, come testimonia la giornata nazionale della memoria delle vittime delle foibe, ricorsa il 10 Febbraio, che nella città aretusea è divenuta pretesto per uno scontro ideologico tra Casapound e una trentina di antifascisti siracusani.

L’evento, che ha avuto eco mediatica grazie a un noto quotidiano locale, sarebbe degno solo di oblio se non stimolasse la riflessione su due urgenze morali e civili del nostro tempo: il potere dei mass media di influenzare (se non di formare) l’opinione pubblica e i tortuosi percorsi della memoria collettiva.

Riporta il succitato quotidiano che “per Casapound esiste anche a Siracusa qualche circoscritto gruppetto negazionista che si definisce antifascista e sostiene che le foibe non siano mai esistite”. Chiamati in causa, gli antifascisti in questione hanno sostenuto con una nota che “la delicata questione di questi tragici episodi va vista come il risultato dell’imperialismo fascista in Jugoslavia e non può, pertanto, essere in alcun modo strumentalizzata da organizzazioni neo fasciste, razziste e nazionaliste“.

A chi è avvezzo a una lettura non superficiale dei fatti cronachistici rimangono più dubbi che possibili risposte. Chi sarebbero gli anonimi protagonisti dell’evento? Quali i loro volti e le loro identità? Di quale memoria storica si ritengono depositari?

Il qualunquismo e l’appiattimento in una sorta di presente permanente che colonizza le nostre coscienze, come afferma lo storico Hobsbawn, sono figli di un tempo in cui la crisi dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella della generazioni precedenti ha reso fluida e plasmabile persino la stessa memoria.

Avrebbe meritato, piuttosto, una più significativa risonanza mediatica il ciclo di conferenze promosso, in occasione del centenario della Grande Guerra, dall’associazione Storia patria (la cui pubblicazione degli atti sarà curata dal prof. Salvatore Santuccio), che sì è concluso giovedì 25 febbraio all’Archivio di Stato siracusano, con l’erudita e documentata relazione del professore Sebastiano Amato sul volume di Paolo Rumiz, Come cavalli che dormono in piedi, storia di un viaggio verso la Galizia alla ricerca delle tracce del proprio nonno che insieme agli altri giovani combattenti trentini e giuliani fu dimenticato quando scese il sipario sul fronte orientale.

“Un viaggio a rebours – chiosa Sebastiano Amato – che diviene un pellegrinaggio laico, per ovviare a una lacuna che la storiografia italiana, austriaca e tedesca ci hanno lasciato, alla scoperta di un vissuto collettivo in un fronte di cui nessuno parla. Un libro itinerante che ci trasporta in una terra trapuntata di ombre, in cui il mondo dei morti si intreccia con quello dei vivi e ci dà il senso della storia e della vita stessa”.

La catabasi di Rumiz, immune ad ogni riproposizione mitologica del passato da parte del presente, ricostruisce la “geografia di un mondo scomparso” e l’immagine di quella “gioventù gettata nel tritacarne della guerra” sulle cui fossa “il tripudio di fiori che nascono nel ciclo perenne di rigenerazione della natura è anelito alla vita”.

Al meccanismo della rimozione e della conseguente mistificazione della verità storica lo scrittore reagisce facendo convivere sinesteticamente due tempi lontani, in una sovrapposizione di piani temporali che recupera il rapporto organico con il passato storico, alla ricerca di “un’Europa dalla memoria labile che non riesce ad elaborare di sé un’idea unitaria e plurima”.

Affermava Umberto Eco: “Noi siamo la nostra memoria. Quando morirò ricorderò tutto”. Eredità, quella del sacro culto della Memoria, destinata alle nuove generazioni, a cui spetta l’arduo compito di elaborare, attraverso il ricordo, un’identità condivisa, premessa della libertà individuale e della cittadinanza. E baluardo contro ogni tentativo di relativizzazione e offuscamento della nostra Storia.

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