Il 12 marzo la presentazione presso la sala conferenze Vittorini. La difficile indagine di un ingegnere milanese su tre omicidi apparentemente non connessi. L’autore scardina apparenze e verità illusorie rivelandoci il volto grottesco della vita
Tre omicidi senza alcun nesso logico fra loro se non la scomparsa di un oggetto appartenuto alla vittima: un sigillo di Stato, una tegola, un bambolotto di gomma pelata. Un ingegnere milanese trapiantato in Sicilia che, emulando il suo personaggio televisivo preferito, il detective Martin Il Freddo, conduce un’indagine parallela a quella delle autorità competenti, tra disavventure e colpi di scena. Un clochard, dall’ambiguo passato, ritornato in paese dopo una lunga degenza in un ospedale psichiatrico, che vende parole in rima. Una diga che, profanando l’intima sacralità del luogo, diviene nell’immaginario paesano presagio funereo di calamità e mali inesorabili.
Attraverso una trama labirintica, disseminata di indizi inquietanti, e un’abile combinazione di suspence e leggerezza, Antonio Interlandi, ufficiale dell’Aeronautica militare di Siracusa, appassionato di crime story, con il suo nuovo romanzo Riflettori su Marcolle (che sarà presentato il 12 Marzo presso la sala conferenze Vittorini) scardina apparenze e verità illusorie rivelandoci il volto grottesco della vita.
Marcolle, immaginario paese della Sicilia orientale, diviene un dedalo di segreti, situazioni imprevedibili, personaggi sfuggenti, un regno dell’ “ipocrazia”, in cui nessuno è quello che sembra.
La ricorrente espressione “Zoccagghieré” ne rivela il modus vivendi, che è fatalistica accettazione del destino, perpetuazione, malgrado i mutamenti fisiologici determinati dal progresso, di una ritualità di gesti e comportamenti i quali costituiscono l’intima natura della comunità isolana: il mondo è filtrato “dall’occhio del maschio perennemente infoiato”; l’omosessualità viene esorcizzata attraverso formule di liberazione dalla possessione demoniaca; lo “scantu che provoca la fuoriuscita di schifosi vermi intestinali” con la cicaredda unta di aglio e olio; la paura della morte attraverso il “totoepitaffio”, la scommessa quotidiana sul nome del defunto di turno.
Meccanismi sociali che però si inceppano con l’irrompere nella quotidianità del delitto, rivelatore del caos che riemerge improvviso al di là dell’illusorio confine dell’ordinario e fa vacillare ogni vano tentativo di assetto logico del reale. Ed ecco quella stessa comunità trincerarsi dietro la presunta conoscenza di ogni suo membro e puntare il dito contro l’estraneo, il diverso, contro chi “è tornato per sistemare le cose”.
Pirandelliano è nel romanzo l’attacco agli istituti sociali come manifestazioni contingenti della trappola metafisica e la tendenza a caricare fino al parossismo i gesti e i movimenti, portando all’estremo dell’assurdo i casi comuni della vita. Pirandelliani sono “u frusteri” Vittorio, con il suo “terzo occhio per vedere quei dettagli che agli altri sfuggono”, il vagabondo Folco Quindici, “immune al virus della corruzione, del bigottismo, della maldicenza, del servilismo”, che pretende, come per lo jettatore Chiarchiaro, che gli venga riconosciuta una sorte di “patente della follia”, la signora Mignocca, ”una femmina esagerata, con un toupet d’altri tempi e le labbra rosso magenta”.
Così come è evidente, a proposito delle radici identitarie della narrativa di Interlandi, il tributo al maestro Camilleri, da cui è mutuato il personaggio di Santino Bufardeci, l’operaio tuttofare che con le sue frattaglie verbali senza costrutto richiama alla memoria l’eloquio incomprensibile dell’agente Catarella.
Convivono con il leitmotiv dell’inchiesta la dimensione erotica e quella del paranormale: femmine procaci che alimentano desideri reconditi, sedute spiritiche, arcani messaggi dell’aldilà veicolati attraverso la dimensione onirica. Ma se con la prima lo scrittore gioca attraverso un registro comico-caricaturale, velando le situazioni più audaci con sorridenti metafore, proietta invece nella seconda, nel rispetto della matrice positivista del genere, ancestrali paure e irrazionali credenze dell’umanità di Marcolle.
L’attenzione alle questioni sociali emergenti nel corso della vicenda (la connivenza fra potere politico e criminalità organizzata, lo smaltimento dei rifiuti tossici, la crescita esponenziale di morti per cancro, l’omofobia) trasforma il romanzo in un giallo sociale, che, sostituendosi al giornalismo d’inchiesta, denuncia in un paese di luci ed ombre la corruzione e il degrado morale che si insinuano come morbo endemico nelle crepe della società.
L’indagine diviene dunque una lente d’ingrandimento sul mondo e ci mostra in una prospettiva straniante una realtà che ci appartiene, ma non siamo capaci di valutare con obiettività, perché, come afferma David Foster Wallace, “i pesci non sanno cosa diavolo sia l’acqua”.
E nella volontà di non essere complice, incarnata in Vittorio, l’antieroe protagonista di Riflettori su Marcolle, è la portata rivoluzionaria del messaggio che Antonio Interlandi sembra suggerire, con quella pacatezza di linguaggio e di stile propria di un’etica antiretorica che va semplicemente vissuta piuttosto che esibita.

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