Il prezzo del petrolio è basso perché le rinnovabili sono competitive

Il 28% dell’energia elettrica generata nel 2014 viene dall’eolico e dal fotovoltaico, percentuale raddoppiata in soli dieci anni. Svezia, Danimarca, Uruguay e Costarica la stanno usando già al 100% per il riscaldamento e l’elettricità

 

Molti organi d’informazione diffondono la notizia dell’abbassamento del prezzo del petrolio, adducendo e riportando anche le dichiarazioni di alcuni politici per cui ciò è frutto della concorrenza del petrolio degli Stati Uniti dove, con il metodo del fracking delle rocce bituminose, si produce  greggio che entra in competizione con la produzione dei paesi arabi. Illogicamente dal punto di vista economico, inoltre, si spingono a dichiarare che il basso prezzo di oggi (circa 30 dollari al barile), può causare recessione.

L’Italia importatrice di energia da combustibile fossile arriva a risparmiare ben 16 miliardi di euro; è, pertanto, evidente che il risparmio ottenuto sarebbe utile per gli investimenti necessari al rifacimento delle reti idriche e fognarie obsolete, per ottimizzare il sistema dei trasporti che è una delle cause dell’inquinamento delle grandi città, per tutelare il territorio dalle alluvioni, per mettere in sicurezza scuole ed ospedali, bonificare i siti industriali contaminati come quello di Priolo-Augusta-Melilli, incentivare la ricerca, l’innovazione, l’istruzione, insomma tutti i fattori positivi che possono aiutare il Paese a contrastare la crisi eco-economica e l’inoccupazione, oltre che per migliorare la qualità della vita e dei servizi. 

Ma quello che le grandi testate d’informazione non dicono o diffondono molto poco è un altro aspetto: la Svezia, la Danimarca, l’Uruguay ed il Costarica stanno usando già per il riscaldamento e l’elettricità il 100% di energie rinnovabili (vento nei paesi nordici e maggiormente solare negli altri paesi). In molti altri Stati gli investimenti sulle energie pulite aumentano in percentuali alte. Da un lato scienziati e tecnici hanno già fatto i conti: se l’obiettivo dei 2 gradi di massimo riscaldamento verrà perseguito, come stabilito nella Conferenza Mondiale sul Clima di Parigi, i due terzi delle riserve di carbone, gas e petrolio, non possono essere bruciati per produrre CO2, ma devono rimanere sottoterra. Dall’altro lato, l’impegno degli accordi di Parigi a rendere “i flussi finanziari coerenti con una traiettoria verso basse emissioni” e la creazione di un organismo internazionale, il Financial Stability Board (presieduto dal governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, cioè di una task force sul «riconoscimento dei rischi finanziari legati al clima» affidata all’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, che ha il compito di stabilire gli standard con cui registrare a bilancio, ad esempio, le perdite possibili legate all’innalzamento dei mari), suona chiaro ad orecchie attente come quelle della grande finanza ed a fare i conti, a questo punto, sono gli analisti finanziari.

Quelli di Kepler Chevreux calcolano che, in un mondo che non deve superare i 2 gradi di aumento di temperatura, potrebbero svanire, dai bilanci dei grandi del petrolio, rendimenti per 28 mila miliardi di dollari. Mark Lewis, analista della Barclays, calcola che gli investimenti nel settore dei combustibili fossili sono destinati a crollare da 27 mila a poco più di 20 mila miliardi di euro, da qui al 2040. Gli operatori di Borsa definiscono ciò “un settore in netta involuzione”. In economia, però, come in fisica, vige la legge dei vasi comunicanti: i soldi, se non li guadagna uno, li guadagna un altro.

E’ un epocale trasferimento di potere, influenza, denaro. Mentre precipitano gli investimenti in combustibili fossili, schizzano verso l’alto, nelle simulazioni degli analisti, quelli nell’energia pulita. Oltre 14 mila miliardi in più, convogliati, fra oggi e il 2040, nel settore delle energie a basse emissioni e, in generale, nel comparto dell’efficienza energetica. Bill Gates ha già investito 2,4 miliardi di dollari sulla green economy. La Apple vuole assumere mille ingegneri per lanciare sul mercato un’auto elettrica.

Come afferma la ricercatrice e scienziata italiana (ma opera sopratutto in USA) Maria Rita D’Orsogna, persino in Texas (dove praticamente è nata l’era del petrolio, è oggi il principale generatore di energia eolica negli Usa con circa il 10% dell’elettricità  generato dal vento), l’energia prodotta dal vento è così abbondante che i produttori la danno gratis, perché costerebbe di più accumularla. Secondo il New York Times ci sono in Texas circa cinquanta ditte che gestiscono l’eolico e che in cambio di una piccola tariffa in più sul consumo di energia durante le ore diurne, offrono energia gratis dalle 9 di sera alle 6 del mattino. E così la gente si organizza: caricano le lavastoviglie e le lavatrici in modo da pulire piatti e bucato dopo le nove di sera, o la mattina presto. Questo è un caso in cui vincono tutti, gestore e consumatore. E se tutto questo succede in Texas, e allora è evidente quanto grande sia il potenziale delle rinnovabili, anche da una prospettiva strettamente commerciale per il consumatore, per il produttore e dimostra, ancora una volta, che investire sull’ambiente è anche economicamente conveniente.

Il petrolio e il carbone sono competitivi rispetto alle energie rinnovabili solo perché hanno forti sussidi pubblici (550 miliardi di dollari nel 2014 a livello planetario).Una cifra con troppi zeri per ottenere di avvelenare noi, le nostre democrazie, il pianeta. Inoltre c’è da osservare che, la scorsa estate, sono scomparsi oltre 100.000 posti di lavoro nell’oil and gasin tutto il mondo. Il numero di trivelle continua a calare, nello scorso anno. Solo negli Usa, mille pozzi sono stati chiusi perché non più economicamente fruttuosi. Ci sono ora “solo” 860 trivelle attive nel paese. Per ogni 3 barili di petrolio consumato, se ne trova solo uno. Tutte le principali ditte hanno dovuto rivedere i propri progetti di trivellazione, a breve e a medio termine, con licenziamenti, fusioni, vendite, tagli. E questa ecatombe non riguarda solo gli Usa: si parla di licenziamenti nel Regno Unito, recessione in Canada, problemi di stabilità in Venezuela la cui economia dipende dai petroldollari, mancanza di manutenzione nei pozzi del Brasile.

Questo tempo di cambiamenti così radicali per la geopolitica mondiale e di presa di coscienza porta con sé un’opportunità enorme per la nostra generazione e per quelle che verranno. Si può e si deve avere il coraggio di cambiare il nostro modo di generare e di usare energia. Le rinnovabili corrono, crescono, assieme ai migliori tentativi di ottenere risparmio energetico ed efficienza energetica, nonostante tutti gli ostacoli seminati da petrolieri, lobby e speculatori ciecamente aggrappati allo status quoe nonostante le manipolazioni delle notizie, strumentalmente ed artatamente diffuse, per difendere gli interessi dei produttori di combustibili fossili.

Nonostante ciò, il costo dell’energia sostenibile continua a scendere, ci sono investimenti e progressi nel creare batterie capaci di immagazzinare l’energia in eccesso, i villaggi indiani, dell’Indonesia ed africani, trovano nuova vita con soluzioni dienergia solare low-tech; ogni giorno nei laboratori si fanno nuovi passi verso pannelli solari sempre più efficienti. Non è più una questione di produrre energia, costi quel che costi, quanto invece come fare per perfezionare la nostra transizione verso l’energia sostenibile, per “decidere” di guardare al futuro, perprogrammare oltre le trivelle e non per aggrapparci ai relitti del passato.

Se si togliesse ogni forma di sussidio ai petrolieri e se non ricevessero i soldi delle nostre tasse, il solare e l’eolico costerebbero meno del petrolio e del carbone.

In Italia, secondo Legambiente, regaliamo ogni anno 9 miliardi di dollari ai petrolieri. E nonostante tutto, a livello globale, il 28% dell’energia elettrica generata nel 2014 viene dalle rinnovabili, che sono raddoppiate in soli dieci anni. Gli analisti finanziari ricordano che negli anni a venire i costi delle rinnovabili caleranno ancora, rendendole ancora più accessibili. Specie nei paesi in via di sviluppo il solare e il vento a microscala faranno la parte da leone per quanto riguarda i nuovi investimenti, eclissando quelli nel petrolio, carbone e nucleare. Il momento è il più propizio per cambiare: il supporto pubblico, la tecnologia, i risvolti economici, gli esempi ci sono tutti.

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