I figli della terra siracusana che parteciparono alla I Guerra Mondiale

“Una storia personale dei cittadini partiti per il fronte – chiosa lo storico Salvatore Santuccio, che ha collaborato alla realizzazione anche attraverso un ciclo di conferenze tematiche – che prescinde da meri dati statistici, ma rievoca allusivamente affetti, sogni, speranze di  uomini”

 

Fogli matricolari di carta ingiallita, lettere, fotografie, cimeli di guerra, pagine de La Domenica del Corriere, reperti di una memoria collettiva dentro teche di vetro, come flebili voci di un secolo che sanguina ancora di vite imberbi. Voci che pungolano le nostre coscienze fluttuanti  in un presente astorico dalla memoria labile, che irrompono nella nostra quotidianità a ricordarci il monito di Quasimodo: “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, con le ali maligne, le meridiane di morte. T’ho visto: eri tu, con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio”.

La mostra “I figli della terra siracusana che parteciparono alla I Guerra Mondiale (1915-1918)”, allestita dall’Archivio di Stato in collaborazione con la Società Siracusana di Storia Patria, in occasione del progetto nazionale “Domenica di Carta”, è stata un attraversamento delle esistenze dei siracusani chiamati alle armi, dalla partenza al ritorno dei sopravvissuti.

Chi si attendeva una ricostruzione dettagliata di quel periodo della nostra storia è rimasto deluso. La mostra, con i suoi elenchi di nomi senza volti e i frammenti di corrispondenze epistolari, ha richiesto allo spettatore un coinvolgimento che nonattiene semplicemente alla sfera emozionale, ma che lo richiama al dovere della memoria, allo sforzo, più che mai necessario in questo tempo, di ricostruire le proprie radici identitarie.

Come le poesie di Ungaretti al fronte destrutturano disseminandola nei versicoli l’identità smarrita dell’umanità, la cui ricostruzione richiede un assemblaggio di brandelli di muro, di croci, di macerie, di lettere d’amore, così quei frammenti di storia siracusana devono essere ricomposti in una visione d’insieme che necessita di un dialogo continuo con il passato, per dare un volto e un’identità a uomini che abbiamo dimenticato o forse mai conosciuto, alle cui vite si abbevera la libertà che respiriamo e che percepiamo come un diritto più che come una sofferta e tragica conquista.

“Una storia personale dei siracusani partiti per il fronte – chiosa lo storico Salvatore Santuccio, che ha collaborato alla realizzazione ancheattraverso un ciclo di conferenze tematiche – che prescinde da meri dati statistici, ma rievoca allusivamente affetti, sogni, speranze di uomini”, a cui la Patria, come il Dio biblico di Adamo, ha chiesto una prova crudele della loro fedeltà.

“Mia amata sposa Grazia, ti do notizie della mia buona salute, così spero di te insieme alla nostra gioia, affettuosa figlia Lucietta”: una lettera brevissima ma intensa di un padre soldato, che impone la riflessione sulle solitudini delle madri e dei  figli “orbati dal brando”. Madri, come Giuseppina Corso, moglie di un soldato richiamato alle armi, incapaci di provvedere ai propri figli, come documenta la disperata richiesta di aiuto alla presidentessa del comitato siracusano per le famiglie povere di “poter collocare il proprio figlio in un istituto per sordomuti” e di “poter avere per lui un paio di scarpette”.

Figli senza più radici, come il bambino che si aggira per le strade della città, per il quale una lettera del procuratore del re indirizzata al prefetto di Siracusa chiede l’intervento della locale Congregazione di carità; spettrale testimonianza delle lacerazioni esistenziali che ogni guerra provoca, in ogni tempo e ad ogni latitudine, nelle famiglie, nella società, nell’identità stessa di uno Stato.

Mariti che, in una lingua sgrammaticata e ancora disancorata da quella della patria per la quale muoiono, non vogliono abdicare alle loro consuetudini, perché, nell’assoluta precarietà dell’esistenza al fronte, è in esse che ritrovano barlumi di speranza di un ritorno alla normalità: “Lucietta, ti farò sapere che io o ricevuto un paco posta e o trovato tutto quello che cera scrito nel biglieto, meno il salame e la scatola di pipe”.

Ed eroi (sventurata la terra che ne ha ancora bisogno!) come il marinaio scelto Francesco Angelino, che si distinse nell’impresa del porto di Pola dove “con ammirevole freddezza coadiuvava il suo comandante nel forzamento della base nemica, fulgido esempio di virtù militari e di devozione al dovere”. Catturato, subì la carcerazione nella fortezza di Pola e l’internamento in un campo di concentramento in Boemia. Fu rimpatriato il 14 novembre del 1918 con una medaglia d’oro al valore militare, menomato di un braccio, reliquia votiva di carne per la famelica Patria. La madre dell’eroe di guerra fu ricompensata, come attesta uno dei fogli matricolari della mostra, per delibera del consiglio comunale di Siracusa del 20 maggio 1918, con mille lire.

“Un decalogo che disciplina i costumi alimentari dei cittadini durante la guerra, una circolare a stampa del Ministero dell’Interno indirizzata ai prefetti del regno sull’assistenza da garantire ai profughi serbi infermi a carico dello Stato, volumetti di propaganda per il reinserimento sociale degli invalidi di guerra, una delibera del Comune per l’acquisto di 1.635 confezioni di dolci da destinare ai siracusani in partenza per il fronte costituiscono ulteriori possibili percorsi storici – dichiara Concetta Corridore, direttrice dell’Archivio di Stato, appassionata Mnemosine di una storia locale nei cui confronti abbiamo operato una frettolosa rimozione che la rende estranea al nostro presente, in conseguenza di quel fenomeno tipico della contemporaneità che Tony Judt definisce come “ lo sconcertante carattere atipico del passato”: “Il passato non ha una forma narrativa propria. Assume un significato solo in riferimento alle numerose e spesso contrastanti inquietudini del presente”.

“Ares per Irene”: una mostra dedicata alla guerra che richiami l’uomo alla pace. Come il Museo di cimeli e di armi di guerra, che il singolare protagonista del romanzo Non luogo a procedere di Claudio Magris allestisce nel disperato quanto incompreso tentativo di rendere quelle stesse armi inoffensive e inutili: “Bisogna rendere la vita – tutta la vita, ogni cosa – inutile, inusabile. Il valore d’uso è sempre, in qualche modo, il valore dell’assassinio. Spuntare le lance, arrugginire i fucili, ispessire il filo della lama, finché la vita sempre così affilata non tagli più”.

La mostra ha chiuso i battenti il 31 dicembre documentando una guerra invisibile ai nostri occhi, che aveva seminato morte e disperazione tra gli emarginati del pianeta, guerra che, dopo l’eccidio di Parigi del 13 novembre, è inaspettatamente entrata nelle nostre vite, nelle nostre case, minando l’illusoria convinzione che saremmo rimasti spettatori indifferenti dietro il sipario bellico.

Siamo ancora in tempo per spuntare le nostre lance affilatissime contro un nemico che non possiamo combattere con le sue stesse armi dell’odio e dell’intolleranza, un nemico che richiama alla nostra memoria il primitivo uomo di Quasimodo “della pietra e della fionda”.

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