Eretto sulla terrazza Aretusa, nel Ventennio divenne meta degli antifascisti siracusani. Appello al sindaco Garozzo: “Forse è ancora tra i fondi di qualche magazzino della Soprintendenza”
Anche lui, come un cavaliere errante, con quel suo nome da saga germanica, vive una sua personalissima quête, insegue il suo oggetto del desiderio da 30 anni, e non ha alcuna intenzione di farsi dissuadere dai felloni che lo ostacolano, dagli avversari che pongono mille insidie al suo andare dietro ogni traccia che offra uno spunto, un suggerimento che lo avvicini al suo tesoro.
Anche il suo modo di raccontare, di ripercorrere gli anni del passato con una precisione infallibile, ricordando nomi e circostanze, senza mai incertezze, con quel tono che ti dice: “Fermati, siediti qui, ascolta, non pensare ad altro, dammi il tuo tempo”, è quello delle favole, delle narrazioni intrecciate e intricate, dei tanti fili che si dipanano per essere poi ricongiunti a quello principale, originario.
È un busto quello che cerca da trent’anni Ermanno Adorno, il busto in bronzo di Felice Cavallotti, milanese di origini, deputato, fondatore dell’estrema sinistra storica, anticlericale, patriota, poeta, drammaturgo, vissuto dal 1842 al 1898, morto a Roma a seguito di un duello, lui che di duelli ne aveva fatto trentatré, vincendone la maggioranza, ma senza mai provocare la morte di alcuno.
La sua biografia è densa di avvenimenti e ci riconsegna una personalità di grande levatura e rigore morale, sempre dalla parte dei deboli della società. Per darne qui testimonianza può essere sufficiente uno solo dei suoi pensieri, espresso nel suo primo discorso in Parlamento: “Abbiamo una sola parola d’ordine: onestà; una religione: giustizia ed eguaglianza, libertà e progresso; un’arma: il coraggio delle nostre opinioni”.
Ovvio quindi il motivo per cui, quando si decise anche a Siracusa di rendergli omaggio, dedicandogli un busto in bronzo realizzato dal famoso scultore Ettore Ferrari, Gran maestro della Massoneria (Cavallotti smentì invece di essere anche lui massone, come si diceva, solo per rispetto della verità e non per altro), la cerimonia fu imponente.
“Ho il ritaglio di un articolo che riprende la cronaca del giornale L’ora presente scritta in occasione di quella inaugurazione. Era il 12 febbraio del 1904. Parteciparono tutte le rappresentanze delle tantissime associazioni e circoli dei lavoratori di allora, di tutti i comuni della provincia, studenti e le maggiori autorità cittadine, tra cui in primis sindaco e prefetto. Molti avevano inviato corone e spiccava una bellissima palma del marchese Tommaso Gargallo, come si racconta. Un corteo imponente, come mai si era visto a Siracusa, che tra inni e acclamazioni del popolo percorse le strade da Piazza Duomo alla via Savoia. Il clou fu alla terrazza Aretusa, davanti all’attuale Intendenza di Finanza. Sullo splendido selciato a losanghe che si prolungava su passeggio Adorno, poi coperto da un osceno asfalto (ma lo si può ammirare ancora nel cortile della Finanza), sopra un basamento marmoreo alto più di due metri, riccamente lavorato, c’era un imponente busto di bronzo che raffigurava il Cavallotti.
Un’iniziativa promossa dall’associazione politica Azione Democratica, di cui era segretario e amministratore mio nonno Achille Adorno e che vedeva, tra le altre personalità, Luigi De Caprio e il padre di Salvatore Corallo, Rosario, tutti poi confluiti tra le fila dei socialisti riformisti. Fu grazie alla sottoscrizione popolare da loro voluta che si commissionò tale opera allo scultore Ettore Ferrari di cui restano monumenti in marmo e bronzo di mirabile fattura. Si pensi anche solo alla statua di Giordano Bruno nella piazza di Campo de’ Fiori a Roma”.
Da allora, racconta Ermanno Adorno, fu quello il punto di ritrovo per le manifestazioni della sinistra popolare e degli antifascisti, il luogo simbolo dei momenti più significativi della storia patria, e ciò anche quando il regime eliminò ogni minimo spazio di libertà e di democrazia.
“Il giorno della festa del lavoro, nell’anniversario della breccia di Porta Pia, ci si metteva un garofano rosso all’occhiello e si andava lì con le famiglie al seguito. Un’abitudine che a un certo punto apparve intollerabile agli occhi dei fascisti dell’associazione La Disperata, gente particolarmente violenta, di una brutalità spesso estrema. Furono loro che un giorno staccarono il busto dal basamento e lo gettarono giù, sulla Marina, e poi di lì a mare. Ma il busto fu poi casualmente recuperato da alcuni pescatori e consegnato alla figlia di De Caprio che, a sua volta, lo diede al Museo Bellomo dove venne fotografato e inventariato“.
Poi l’oblio. Ma Ermanno, che nelle carte del nonno ha ritrovato questa storia, vuole recuperarlo e inizia così la sua ricerca. Un primo risultato c’è: quando nell’87, in un appezzamento di terra di proprietà comunale, in una zona periferica della città, abbandonato, tra gli arbusti che ne ricoprono le iscrizioni, ritrova il basamento di marmo. Ci sono anche alcune foto del busto, subito dopo il ripescaggio in mare e successive, come quelle scattate da un dipendente della Regia Sovrintendenza di Catania, inviato a Siracusa proprio per questo scopo, quando già era al Bellomo. E c’è un numero di inventario nei registri del Museo Paolo Orsi che la dottoressa Gioconda Lamagna si è premurata di fargli avere con la nota che ne registra il deposito presso il museo.
“E niente vi è scritto a fianco. Questo significa che nessuno lo ha prelevato o rubato. Che è improbabile che sia stato fuso per riutilizzarne il bronzo come alcuni hanno ritenuto per anni. E quindi è lecito pensare che sia ancora lì, in qualche magazzino. E da lì deve essere riportato alla luce”.
Anni di ricerche condivise con alcuni amici, come per esempio l’avvocato Corrado Piccione, e che solo nella dottoressa Lamagna hanno visto un interessato e fattivo interlocutore, per il resto solo promesse e buone intenzioni.
“Frutto di disinformazione, ignoranza, indifferenza, non so. Ma è grave che si lasci nell’oblio un pezzo della nostra storia, una parte dei nostri ricordi. Forse il busto è lì, tra i fondi di qualche magazzino della Soprintendenza. O qualcuno se ne è illecitamente appropriato, forse sconsideratamente, e potrebbe ora restituirlo. Poiché il busto fu consegnato alla città e il sindaco pro tempore, intervenendo alla cerimonia, si impegnò a custodirlo gelosamente, ritengo di avere titolo per rivolgermi al sindaco Garozzo affinché faccia le sue pressioni sulla Sovrintendenza, essendo il busto di proprietà della città, e allo stesso neo soprintendente perché si attivi per una seria e approfondita ricerca che possa portare alla luce, finalmente, tale opera d’arte, sicuramente anche di pregio come ci dice la valutazione di 30mila lire fatta all’epoca”.
Prima delle “iniziative giudiziarie” possibili se non vi saranno risposte adeguate – così dice Adorno -, sarà forse possibile che, come per Villa Reimann, siano gli stessi cittadini, almeno quelli più attenti al nostro patrimonio storico, a mobilitarsi: tutti alla ricerca del nuovo Graal. Con il cavaliere Ermanno.

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