Tavolata quarant’anni dopo con pizza e ricordi, poi dopo una settimana nel rettangolo di gioco fischio d’inizio e si torna ragazzi
Metti che una vecchia foto in bianco e nero ti riporta indietro nel tempo, a quando ragazzino giocavi al pallone. Metti che ti viene in mente di creare la pagina facebook per ritrovare i compagni che con te militavano nella stessa squadra. Metti che un altro organizza una rimpatriata in pizzeria e che all’appello rispondano più di 30 persone. Ed è così che quello che a lungo tempo è stato ricordo vago, pensiero ricorrente, desiderio, nostalgia, si traduce in realtà. Diversa, strana, inconsueta, sorprendente. La realtà, come può essere 40 anni dopo.
Al capannello fuori dal locale dove ci si è dati appuntamento, ti avvicini lento, timido, emozionato e imbarazzato. Qualcuno lo riconosci subito, altri sono del tutto estranei ma li individui subito dopo aver sentito la voce, osservato come si muovono. Altri proprio non ti sovvengono.
“Ma come? Sono Luca, Luca Lo Stesso. Non ti ricordi? Mi riconosci?” E certo che lo ricordo, ma riconoscere… per niente. La mente si proietta automaticamente al passato. Un rewind che riavvolge il nastro della memoria indietro di alcuni decenni fa, molti chili fa, numerosi capelli fa. Sì, sono loro. I ragazzi con cui hai cominciato a tirare calci per strada o sul marciapiede di casa. Poi nel campetto della parrocchia, poi nei campionati giovanili.
“Ti ricordi gli allenamenti in terrazza?”, “L’autostop per raggiungere quel campo di periferia?”, “Le macchine stracolme con cui si andava in trasferta?”, “E quel saccone della spazzatura dove dentro si tenevano varie scarpette di seconda, terza mano, spesso spaiate… fortunato chi le afferrava in condizioni quasi decenti…”
A stento avevamo le magliette uguali, granata come quelle del mitico Torino, in onore di Gigi Meroni. Ma non sempre pantaloncini e calzettoni erano abbinati. Alcuni tra noi erano delle vere schiappe, altri dei grandi campioni. In pochi hanno fatto una certa carriera, e avrebbero meritato di più. Ma tutti insieme abbiamo vissuto una straordinaria avventura, un’esperienza indelebile, un pezzo di vita importantissimo che dai 14 ai 20 anni è stato fondamentale nella crescita e nella formazione, non soltanto sportiva.
La pizzeria che ci accoglie deve allungare il tavolo, non si aspettava più di 30 persone. Ci sono pure i vecchi dirigenti e l’allenatore di un tempo. Sul tavolo scorrono le foto che qualcuno ha portato. Ognuno ha i suoi ricordi, i suoi aneddoti, i suoi episodi significativi. Ma tutti insieme abbiamo un pensiero comune: il Mister Fortunato. Verace, sanguigno, duro e tenero nello stesso tempo. Per tutti un fratello maggiore sempre disponibile. Lui non c’è, bloccato in casa solo fisicamente, ma molto presente nei discorsi dei commensali. Quando si arrabbiava, spesso, si toglieva gli occhiali da sole e li scagliava violentemente a terra o sul tavolo. In pratica faceva fuori almeno un paio di occhiali a partita.
Ogni volta che perdevamo”, “Cioè sempre…”, “No, dai. Eravamo una squadra di bassa classifica, ma al primo tempo eravamo competitivi. Poi dopo magari si perdeva ma ci prendevamo le nostre soddisfazioni”, “Vi ricordate come gridava Mister Fortunato? Bravo, Bravo, facci u tunnel, facci u tunnel…”, “Per gridare subito dopo, se non ci riuscivi, Bestia, bbestia. Ma ci voleva un gran bene e spesso, a fine partita, ci portava tutti in pizzeria”
La cena è finita. Cosa abbiamo mangiato forse nessuno se lo ricorda. Ma come eravamo 40 anni fa, adesso è per tutti molto più chiaro. È il momento delle foto di rito. Appuntamento settimana prossima, questa volta in campo. Con tanto di magliette e scarpette da rispazzolare.
Ed eccoci, una settimana dopo, sulle panche degli spogliatoi: canuti, calvi, appanzati ma con lo stesso sguardo, la stessa voce e la stessa luce negli occhi. Ci siamo, i fari sono accesi, le formazioni decise. Si entra in campo, l’arbitro fischia. Si torna ragazzi. O forse lo si è sempre stati. Siamo quelli della Gigi Meroni, 40 anni dopo.

Commenti recenti