Incredibile, ma falso: le storie bizzarre raccontate dai mezzi di informazione, ovvero alcuni dei motivi per cui continuare a fidarsi solo de La Civetta e di pochi altri

Qualche tempo fa, un settimanale francese a distribuzione gratuita (una specie di Civetta d’oltralpe, che tratta di tematiche sociali con tono ironico) ha pubblicato un articolo relativo ad un interessante esperimento realizzato dalla redazione.

 

Una delle giornaliste ha contattato un’agenzia di stampa britannica, cercando di vendere una testimonianza di una vicenda assolutamente inverosimile: modificando una fotografia con un comune programma di Photoshop, era stata aggiunta una voglia a forma di drago sulla spalla di una ragazza; la storia che accompagnava la foto era quella di una novella Harry Potter, profondamente legata a questa macchia della pelle, al punto da avvertire un bruciore in quel punto, nei momenti di rabbia.

 

L’agenzia di stampa, specializzata nell’acquisto di “storie vere”, avrebbe pagato per acquistare i diritti di esclusiva e pubblicare la testimonianza sui tabloid britannici, se il settimanale francese non avesse, a quel punto, fatto un passo indietro: l’obiettivo di dimostrare che parecchie testate sorvolano sul basilare principio deontologico della verifica delle fonti era stato raggiunto.

 

E i colleghi britannici in questione sembrano non essere gli unici a privilegiare la ricerca degli scoop, sacrificando la verità giornalistica: il web pullula di citazioni inventate (le tre lettere “cit.” spopolano anche su Facebook per cementare la credibilità di un’affermazione) o di foto scevre da contesto e adattate ad articoli piccanti. Il tutto in una corsa al clic, con i clic che si traducono in visualizzazioni e le visualizzazioni che sono monetizzabili, grazie alla vendita di pubblicità e di pop-up.

 

E il business non riguarda solo le testate giornalistiche, ma anche i fornitori di storie; così come Mediaset ha stipendiato i parenti del povero Loris (il bambino ucciso in provincia di Ragusa, un anno fa) per le comparsate davanti alla D’Urso, l’agenzia di stampa SWNS ha reso note, sul suo sito, le sue tariffe: tra le 200 e le 500 sterline per una storia insolita e interessante; fino a 10.000 sterline per una storia che tocchi temi particolarmente sensibili o che riguardi una celebrità.

 

Altre testate web hanno ammesso candidamente di non verificare la veridicità delle notizie che ricevono: è il caso, ad esempio, del sito francese MinuteBuzz – i cui curatori non si definiscono giornalisti, ma fornitori di sorrisi – che riprende le notizie più divertenti e impressionanti che circolano in rete.

 

Semplici freelance o internauti – che giornalisti, appunto, non sono – possono immettere nel circolo online delle notizie che diventano virali: è stato il caso, un mese fa, in concomitanza con l’inizio dei bombardamenti russi in Siria, di una foto di una bella donna bionda, adagiata su un caccia, in tenuta da pilota. Diversi siti e forum di tutto il mondo hanno ripreso la notizia, inneggiando alla lotta contro l’Isis, gli internauti esaltati dalla bellezza mozzafiato della soldatessa, brandendo a tutto spiano l’hastag #respect, nei confronti di quell’incrocio fra un’eroina e una miss. Peccato che la donna in questione non fosse né russa né, tantomeno, militare: si trattava, in realtà,di una modella brasiliana che si appoggiava in maniera seducente su un aeromobile d’addestramento del suo paese.

 

Oltre alla propaganda politica, le bufale possono (o servono a) creare il panico: l’Osservatorio sul razzismo in Italia ha segnalato delle foto che ritraevano degli uomini molto muscolosi che scendevano da una barca; la didascalia metteva in guardia da questi sedicenti profughi, sbarcati nelle nostre terre non per cercare rifugio, ma addestrati per avviare una guerra santa.

 

Bastava selezionare l’immagine con il tasto destro del mouse e scegliere l’opzione “cerca questa immagine con google” per rendersi conto che gli uomini atletici e pompati non fossero migranti e che lo scatto non era stato fatto sulle coste italiane, ma in quelle australiane.

 

Eppure, la possibile veridicità della notizia e l’ampiezza dello sconcerto che, potenzialmente, provoca (in termini di like, di condivisioni, di commenti di sostegno) induce il popolo del web a bypassare ogni dubbio e cliccare il tasto che permette alla bufala di girare, espandersi, moltiplicarsi. In una parola, divenire virale.

 

E se – vogliamo confidare ancora nel genere umano – vi sarà una buona parte di utenti che comprenderà a prima vista la falsità dell’articoli, esiste anche un’altra parte che, per ignoranza, ingenuità o malafede, si limiterà a leggere i titoli in grassetto, osservare il fotomontaggio e riportare a gran voce quanto appreso.

 

I numeri, in questi casi, sono preoccupanti: la foto degli australiani-profughi è stata condivisa da quasi ottomila persone; la foto della Ministra Boschi (in string e pantaloni a vita bassa al momento della firma di fronte al Presidente Napolitano: un Photoshop di pessima qualità, peraltro) ha avuto un’eco in moltissimi altri stati che hanno colto l’occasione per denigrare l’Italia; notizie di nuove tasse, di provvedimenti votati “in segreto” dal Parlamento, di epidemie di massa e alieni che controllano il mondo hanno una risonanza mediatica inversamente proporzionale alla loro veridicità e direttamente proporzionale alla loro idiozia.

 

Il problema è che internet non ha limiti né controlli e chiunque può diventare un redattore, scriva anche in modo grammaticalmente scorretto o sostanzialmente assurdo; inoltre, la proliferazione delle notizie e la facilità con cui viaggiano da una parte all’altra del mondo, ha abbassato drasticamente il valore dei pezzi giornalistici: questo significa che, per vendere di più, si deve aumentare il numero di scritti (inventandone, magari) o l’attrattiva delle notizie (inventandole, sicuramente).

 

Insomma, prima di cliccare il tasto “condividi” sulla semplice base di un titolo intrigante, aprite l’articolo e leggetelo bene fino all’ultima riga; se, ancora, c’è qualcosa che non vi convince, cercatelo su google, per ritrovarne la fonte; se la notizia non è riportata da autorevoli testate è più probabile sia una bufala, non uno scoop.

 

La regolamentazione giuridica di questa giungla mediatica è in atto – il diritto è necessariamente più lento di un mondo tecnologico in corsa –, ma il web non dimentica: commenti razzisti, frasi che credereste limitate all’“intimità” del vostro profilo internet, incitamenti a “fare girare” (secondo il linguaggio Facebook) una notizia che fa scalpore, senza vagliare la sua fondatezza o confrontare le varie fonti, potrebbero integrare un illecito giuridico.

 

Prima di nasconderci dietro a uno schermo, resi onnipotenti da una connessione veloce e un mouse senza fili, dovremmo accendere il cervello. Altrimenti anche noi, come il tabloid britannico, potremmo finire per credere inopinatamente alla storia di una cicatrice a forma di drago.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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