Storie, leggende e magia in piazza Università a Catania

Alziamo gli occhi, ammiriamo le nostre meraviglie, in modo che non siano gli stranieri a doverci dire che la nostra è una terra meravigliosa. Perché noi lo sappiamo già (?)

 

Diverse sono le leggende custodite dal perimetro di piazza Università, storico chiostro chiuso sui quattro lati dal palazzo degli Elefanti, sede del comune, dai palazzi Cilestri e Gioieni d’Angiò, dal palazzo dell’Università – che le dà il nome – e dal palazzo San Giuliano, anch’esso ormai di proprietà dell’Ateneo catanese.

È in quest’ultimo edificio dalla facciata barocca che, alla fine del ‘700 venne uccisa dal marito, erede dei marchesi di San Giuliano, la giovane Rosalia Petruso Grimaldi; la furia omicida, scatenata dalla gelosia nei confronti della giovanissima sposa, si riversò pure su una cameriera e su una governante. L’assassino – condannato a morte – fece perdere le sue tracce: si dice che perì in mare, cercando di scappare verso Malta; per altri, aiutato dalla sua potente famiglia, riuscì a raggiungere la Tripolitania, si convertì alla religione islamica, sposò un’altra giovanissima donna e assunse il titolo nobiliare di bey, vassallo del Sultano.

Leggenda vuole, inoltre, che la stanza in cui si compì il misfatto venne murata e tale idea – di per sé improbabile poiché in nessun palazzo nobiliare le camere da letto si trovavano sulla facciata principale – è stata per anni avvalorata dai mattoni, ben visibili dalla piazza, che ostruivano due dei balconi al terzo piano del palazzo.

Il bel volto della giovane sposa assassinata è tuttora visibile nella poco distante chiesa del Carmine, in piazza Carlo Alberto: il viso incorniciato da una cascata di capelli biondi che raffigura l’effigie di Sant’Agata, nell’altare dedicato a Santa Lucia, è in realtà quello della baronessa Petruso Grimaldi; fu la famiglia a volere che il calco della santa, nella chiesa in cui la martire fu inizialmente sepolta, avesse le sembianze della giovane vittima.

Anche le sculture bronzee che sorreggono i quattro candelabri di piazza Università hanno delle storie da raccontare. Fu Domenico Maria Lazzaro – autore, fra l’altro, dell’imponente statua della Giustizia, eretta di fronte al tribunale di Catania – a realizzarli, nella metà del ‘900, rappresentando quattro leggende che affondano le loro radici nella storia siciliana.

Il primo candelabro raffigura Gammazita, una giovane la cui storia ricalca, in parte, quella della patrona catanese, sant’Agata: promessa in sposa e determinata a difendere la sua integrità, Gammazita rifiutò i corteggiamenti di un soldato francese, Drouet (quest’ultimo nome, fra l’altro, è lo stesso attribuito al soldato che, a Palermo, oltraggiò una nobildonna provocando la sommossa dei “vespri siciliani”). La ragazza, inseguita dal francese mentre si recava a prendere l’acqua nei pressi del castello Ursino, preferì buttarsi nel pozzo, piuttosto che cedere alle sue avances. Narra la leggenda che i catanesi, per scovare Drouet, fecero ricorso allo stratagemma di far pronunciare la parola “ciciri”: solo uno straniero, infatti, avrebbe storpiato il dialetto siciliano.

Sono due i soggetti del secondo candelabro: i fratelli Anapia e Anfinomo. Come fece Enea con il padre Anchise, trasportarono sulle spalle gli anziani genitori per scappare da un’eruzione dell’Etna; un intervento degli dei fece sì che il fiume di lava si dividesse in due prima di raggiungerli, lasciandoli incolumi e leggendari esempi di pietas e devozione filiale.

È immortalata nel terzo dei candelabri la storia più particolare, quella del paladino Uzeta; la leggenda di cui è protagonista fu inventata, agli inizi del ventesimo secolo, dal giornalista catanese Giuseppe Malfa e si lega ad un’altra narrazione popolare, quella dell’esistenza degli Ursini, dei giganti saraceni che dimoravano nell’omonimo castello. E a sconfiggere questi ultimi fu proprio Uzeta, giovane di umili origini, che in compenso, e come ogni paladino che si rispetti, ottenne in sposa la figlia del re.

L’ultimo dei candelabri rappresenta la più famosa delle leggende meridionali, quella di Colapesce; esistono diverse versioni di tale racconto, con svariati dettagli e un denominatore comune: Colapesce era un giovane sub, capace di immergersi a lungo nei fondali marini; capace, persino, di recuperare degli oggetti – inclusa la corona del re Federico II di Svevia – nelle profondità degli abissi.

Colapesce, tuttavia, non riemerse dal suo ultimo tuffo: secondo una variante del racconto, fu così affascinato dai fondali siciliani da affogare; secondo un’altra, bruciò nella lava che sobbolliva sotto la Sicilia; secondo altre ancora, al suo posto riemersero un tocco di legno bruciacchiato e una manciata di lenticchie.

La più suggestiva conclusione di questo racconto è quella secondo la quale il giovane si trovi ancora sotto la Sicilia: essendosi accorto, infatti, che una delle tre colonne che sorreggevano l’isola mostrava segni di cedimento, decise di restare, come un Atlante nostrano, a puntello di Capo Peloro; e i terremoti che attraversano la nostra terra non sono altro che i movimenti di Colapesce che, affaticato, cambia spalla.

Un bel po’ di storia, di leggende e di magia per un’unica piazza del centro storico etneo. Ecco, alziamo gli occhi, ammiriamo le nostre meraviglie, poniamoci delle domande e diamoci delle risposte. In modo che, la prossima volta, non siano gli stranieri a doverci dire che la nostra Sicilia è una terra meravigliosa. Perché noi lo sappiamo già (?).

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