Una giovane donna nel centro di accoglienza Don Bosco. Un volto senza tempo e occhi grandi e profondissimi, diffidenti come quelli di chi già nella propria famiglia ha imparato a riconoscere il proprio aguzzino.
Violare, mutilare, offendere un corpo perché in quella violenza porti impresso per sempre il marchio di un’appartenenza. Cicatrici indelebili come emblemi di un dogma, quello di una “cultura” maschilista, di un’atavica tradizione tribale che nega alle donne il diritto all’identità e alla pulsioni sessuali. A Marieme come a tutte quelle bambine, nell’Africa sub-sahariana e più raramente in alcune zone dell’Asia sud-orientale, a cui viene cucita la vulva perché diventi una “merce protetta” fino al matrimonio.
Incontriamo Marieme nel centro di primo soccorso e accoglienza Don Bosco, dove, in un presente sospeso e quasi irreale, attende la sentenza che decreterà la sua condanna o l’inizio di una nuova vita.
Per poter rispondere prontamente ai suoi imprevedibili attacchi, non ci si presenta impreparati all’appuntamento con il dolore. “In molti paesi dell’Africa e del Medio Oriente, le bambine sono rese “pure” asportando parte dei loro organi genitali. Non c’è altro modo di descrivere questa procedura, che in genere si esegue verso i cinque anni. Dopo che clitoride e piccole labbra sono stati letteralmente raschiati via, nei casi più compassionevoli tagliati, gli organi genitali vengono ricuciti in modo che una spessa fascia di tessuto formi una cintura di castità costituita dalla carne cicatrizzata. Viene lasciata una minuscola apertura, opportunamente posizionata, per la fuoriuscita di un sottilissimo flusso di orina Solo con grande forza e sofferenza si potrà in seguito allargare l’apertura, lacerando il tessuto cicatriziale e permettendo così di avere rapporti sessuali”.
La lettura de L’infedele della scrittrice somala AyaanHirsi Ali, infibulata a cinque anni, costringe più di una volta a chiudere le pagine del libro, a rimuovere dalla nostra mente immagini orrorifiche prima che vi rimangano impresse per sempre, a restituirle a quel mondo primitivo e barbarico che le ha mostruosamente partorite come dal sonno della ragione gli inquietanti e sinistri uccelli notturni del celebre dipinto di Goya. E invece resistiamo alla tentazione, per dovere di cronaca o perché la sentenza di Terenzio ci inchioda alla nostra umanità: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”.
“Poi toccò a me. Ormai ero terrorizzata. – Quando avremo tolto questo “kintir” (clitoride) tu e tua sorella sarete pure. Dalle parole della nonna e degli strani gesti che faceva con la mano, sembrava che quell’orribile kintir, il mio clitoride, dovesse un giorno crescere fino a penzolarmi tra le gambe. Mi afferrò e mi bloccò la parte superiore del corpo. Altre due donne mi tennero le gambe divaricate. L’uomo, che era un circoncisore tradizionale appartenente al clan dei fabbri, prese un paio di forbici. Con l’altra mano afferrò quel punto misterioso e cominciò a tirare. Vidi le forbici scendere tra le mie gambe e l’uomo tagliò piccole labbra e clitoride. Sentii il rumore, come un macellaio che rifila il grasso da un pezzo di carne. Un dolore lancinante, indescrivibile e urlai in maniera quasi disumana. Poi vennero i punti: il lungo ago spuntato spinto goffamente nelle mie grandi labbra sanguinanti, le mie grida piene di orrore. Terminata la sutura, l’uomo spezzò il filo con i denti”.
Ayaan, Marieme… Cosa avranno provato al risveglio, accorgendosi che “le loro gambe erano state legate insieme per impedire i movimenti e facilitare la cicatrizzazione?” Potranno mai danzare, ci chiediamo, simulando un arabesque o un assemblè pas? Più prosaicamente, potranno dare un calcio a un pallone o andare a cavallo? Potranno mai sentirsi donne in un amplesso?
Ecco Marieme, accompagnata dal giovane marito. Un’età indefinibile, con quel volto senza tempo e gli occhi grandi e profondissimi, diffidenti come quelli di chi già nella propria famiglia ha imparato a riconoscere il proprio aguzzino.
Le chiediamo se è ancora certa di volere testimoniare la propria storia, se non abbia subito condizionamenti esterni. La comunicazione avviene attraverso una doppia mediazione linguistica. Il direttore del centro traduce in inglese, l’intuitivo e poliglotta consorte nella lingua d’origine. Lingue che alzano muri, barriere insormontabili, che creano distanze. E, questa volta, il naufragio è nostro e si manifesta nell’improvviso silenzio di Marieme. Incrocia le braccia e vi nasconde la testa, quasi a impedire quella pubblicizzazione dell’interiorità a cui sembrava preparata.
Vorremmo penetrare in quel silenzio, spingerci oltre, osare. Ma siamo estranei a certo giornalismo antropofago che subordina le storie degli uomini al sensazionalismo mediatico. E, a differenza delle nostre false certezze, prendiamo atto del fatto che non si è mai veramente preparati ad incontrare il dolore degli altri.
La storia di Marieme non è dissimile da quella di milioni di bambine fra i 4 e 12 anni (in Nigeria la mutilazione genitale è praticata sulle neonate) che vengono mutilate ogni anno.
Si tratta di un rito di iniziazione al dolore, le cui Vestali sono spesso le stesse madri e le stesse nonne. Una pratica a cui non ci si può sottrarre se non si vuole essere stigmatizzate: ”Le donne infibulate riconoscono subito la non infibulata, la donnaccia perché orina con un getto forte, cioè “come un uomo” (L’infedele).
Un problema, quello dell’infibulazione, solo africano, o delle coscienze di tutti? Giustificare la pratica dell’infibulazione attraverso la prospettiva del relativismo culturale equivale a sostenere che l’universalità dei diritti deve tenere conto delle diverse latitudini e delle differenti tradizioni antropologiche.
Dal momento che la si può identificare in alcuni atti incriminati elencati dallo Statuto della Corte penale internazionale (gravi forme di privazione della libertà personale in violazione di norme fondamentali di diritto internazionale; tortura; sterilizzazione forzata e altre forme di violenza sessuale di analoga gravità; altri atti inumani di analogo carattere diretti a provocare intenzionalmente grandi sofferenze o gravi danni all’integrità fisica o alla salute fisica o mentale” (articolo 7, par. 1)), la mutilazione genitale sarebbe, dunque, ascrivibile tra i reati contro l’umanità.
A meno che il pianto di “quella bambina torturata, che subisce alterazioni devastanti e permanenti a tutta la struttura fisica e psichica” sia un pianto diverso da quello dei nostri figli. Lontano, fioco, impalpabile, incapace di turbare la serenità dei nostri sogni.

Commenti recenti