Uno dei plessi di via Algeri diventerà caserma dei VV.UU.

E’ destituita di ogni fondamento l’ipotesi, prospettata in estate sui social, che alcuni edifici scolastici di Siracusa sarebbero stati presto trasformati in centri di accoglienza per i migranti. Si parlava di quello di via Algeri in particolare e già si immaginava quali sarebbero stati i risultati se alle criticità annose del quartiere se ne fossero aggiunte altre.

 

 

Una struttura che appare emblema del degrado e dell’abbandono circostante, in un contesto di cumuli di spazzatura vicino ai cassonetti, segno del fallimento di un’educazione civica che nessuno è stato in grado di veicolare ai residenti, a partire dai più piccoli e attraverso progetti per adulti, e rotatorie per le quali inutilmente si è cercato di insegnare l’arte del riciclaggio. Pneumatici, colorati vistosamente, circondano piantine ormai asfittiche, bruciate dal sole e inaridite dalla mancanza d’acqua.

Cartoline che dovrebbero essere consegnate al passato, se andranno avanti i progetti dell’Amministrazione. “In realtà solo uno dei due plessi della scuola è più gravemente compromesso da un punto di vista strutturale – spiega l’assessore alla pubblica istruzione Valeria Troia -. Stiamo cercando le risorse per poter intervenire e trasformarlo in caserma per la polizia municipale: un presidio di legalità in un territorio difficile. La volontà è di segnare un cambio di rotta: al secondo piano dell’altro plesso pensiamo di dare spazio a una ventina di associazioni e al comitato dei cittadini per la Mazzarona che partecipano al progetto di riqualificazione del quartiere”.

Si inizia a vedere qualche effetto dei progetti governativi di ristrutturazione e migliorie dopo il ponderoso lavoro di screening che, trascorso quasi un ventennio della legge 23/96, finalmente ha ‘partorito’ la prima anagrafe dell’edilizia scolastica in Italia che fotografa una situazione su cui da tempo si sarebbe dovuto intervenire.

42mila edifici sotto osservazione di cui 8.450 fuori uso per ristrutturazione o dismissione: in pool position la Sicilia con i suoi 2.580 edifici, un quarto in più rispetto alla seconda regione in classifica, il Lazio, con 1.922 edifici (il Veneto ne ha 334, il Piemonte 3, il Friuli Venezia Giulia nessuno).

Una novità a detta degli esperti che non avevano mai rilevato tali numeri nelle dismissioni e se ne chiedono i motivi.

Ma i numeri sconfortano anche se si guarda agli edifici utilizzati. Il 55% è stato costruito prima del 1976 e il 30% non specificatamente per uso scolastico, solo il 49% delle strutture scolastiche in Italia ha il collaudo statico e solo il 39% quello di agibilità e abitabilità.

In positivo si registrano invece gli interventi per eliminare le barriere architettonichee adeguare le strutture alle esigenze dei disabili (nel 71% delle scuole)e quelli per ridurre i consumi energetici – zonizzazione dell’impianto termico (64%), vetri doppi (62%), pannelli solari (46%) – sebbene bisognerebbe poi valutare i veri risultati per non scoprire, come per parte delle scuole siracusane, di aver solo sperperato quattrini (tra tutte la Costanzo con il fotovoltaico che non è effettivamente partito se non forse per qualche dimostrazione in occasione dell’inaugurazione).

A fronte di tali dati è evidente che i 3 mld e mezzo messi a disposizione dal governo Renzi, un sasso nello stagno ma bene che ci sia stato, appaiono ancora insufficienti, ripartiti come sono tra “scuole nuove (122 mln per il 2014 e altrettanti per il 2015), scuole belle (450 mln nel triennio 2014-16), scuole sicure (550 nei due anni) e scuole innovative”.

Nessuna scuola nuova a Siracusa e d’altra parte a beneficiare di stanziamenti ad hoc sono individuate le sole province di Messina ed Enna, mentre ammonterebbero a 730mila euro i fondi “un po’ per tutte le sedi scolastiche del primo ciclo di istruzione (Valeria Troia)” da ‘abbellire’, per recuperarne il decoro! Somme che vanno da poche migliaia di euro (tra 5 e 15mila) a cifre un po’ più consistenti (fino a 28mila ma per pochissime scuole, quelle probabilmente con più plessi e un maggior numero di alunni). Lavori, si dice, di manutenzione ordinaria ma che in realtà, essendo affidati alle cooperative di pulizia, non potranno essere che marginali: il bianco alle pareti ma solo fino ad una certa altezza, senza poter usare impalcature, piccole riparazioni di infissi o degli impianti idrico-sanitari (ma per esempio non delle caldaie), qualche intervento sulle suppellettili scolastiche, manutenzione degli spazi verdi.

Il fatto è che, notoriamente, questo stanziamento, al di là del battage propagandistico del governo, non è nato per far fronte alle effettive esigenze di tipo strutturale, edilizie, bensì per tornare a retribuire i lavoratori socialmente utili, quelli inseriti nelle cooperative che in esternalizzazione hanno ottenuto l’appalto per la pulizia nelle scuole attraverso la convenzione Consip: il tentativo del governo di accentrare la gara in nome di un risparmio e di una razionalizzazione che non ci sono stati ma che hanno invece visto affacciarsi, a quanto dice la cronaca, la mano onnipresente dei maestri della “terra di mezzo”, quelli di Mafia Capitale. Risorse non distribuite tenendo conto solo delle reali necessità delle diverse scuole quanto piuttosto del numero degli lsu, presenti nelle diverse aree del Paese, senza retribuzione da alcuni mesi e a rischio licenziamento. Insomma: un esercito di pulizieri (circa 11mila), per lo più non giovanissimi, trasformati, con corsi di formazione approssimativi, in ‘manutentori’, operai… certo non qualificati.

Un progetto quindi che garantisce sì il lavoro ai tanti dipendenti delle cooperative ma che non consentirà, almeno non come avrebbe potuto essere, di realizzare le opere più necessarie, a volte anche con inutile aggravio di costi come lamentano alcuni dirigenti che avrebbero voluto gestire autonomamente quelle risorse, assegnate tra l’altro a scuole polo come l’Istituto Comprensivo G. Bianca di Avola, o gestite direttamente dal Miur che ha utilizzato la scuola come passa carte.

E non per nulla infatti il M5S si è già rivolto alla Corte dei Conti perché valuti l’eventuale sussistenza di un danno erariale: l’esternalizzazione dei servizi di pulizia – dicono i pentastellati – è risultata più costosa rispetto a una stabilizzazione a tempo indeterminato del personale coinvolto e i bandi al ribasso hanno determinato una maggiore precarietà.

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