Un corpo senza vita… tra bagnanti spensierati. Attraverso Vittorini una riflessione sulla “morte della civiltà”

Il corpo di Erica, a cui la comunità guarda con indifferenza, richiama alla mente quello dell’uomo coperto dall’ombrellone, quello dei piccoli profughi inghiottiti dal mare vorace e impietoso. Morti non individuali ma della civiltà, perché solo la percezione della disperazione altrui e l’istinto di solidarietà possono garantire la conservazione della specie. E della nostra stessa umanità.

Chi non ricorda l’immagine raccapricciante del “compagno massacrato, con la bocca digrignata volta al plenilunio” che Giuseppe Ungaretti, isolando espressionisticamente i sintagmi nello spazio bianco e caricandoli di pregnante allusività, ha descritto nei versi Veglia? Un corpo inerme accanto al quale il poeta, soldato in trincea durante la Grande Guerra, ha trascorso un’intera nottata, percependone per empatia la “congestione” della morte. Umana condivisione, anzi umanissima.

 

La scena si ripete in un contesto che però appare più straniante di quello della stessa guerra e, questa volta, la reazione di chi assiste alla fine di una vita non ha niente di umano.

Due ombrelloni nascondono una salma alla vista dei bagnanti, che, rimuovendo da sé la visione della morte in diretta, separano le emozioni dalle azioni, perché le prime non interferiscano con le seconde e non turbino la spensieratezza del clima vacanziero.

Immagini mandate in onda dai telegiornali nazionali, che sembrano quelle di un film horror e invece sono la fotografia di un’umanità alla deriva, affetta da una diffuso male sociale che gli studiosi delle neuroscienze chiamano deserto emotivo.

 

Quando l’uomo, ci chiediamo, dalla condizione di primitiva barbarie è passato a quella di civiltà?

Ci fornisce la risposta un testo caduto nell’oblio di Melchiorre Missirini del 1837, Pericolo di seppellire gli uomini vivi creduti morti, in cui l’inizio della civiltà coincide con l’affermarsi del culto dei morti. “Una religione di carità universale si diffuse tra gli uomini che presero a confortare gli estinti con le preghiere, li bagnavano con le loro lacrime; lungamente li custodivano se mai indizio di vita in essi si manifestasse; finalmente con le loro mani li seppellivano”. Un istinto di solidarietà,  che contrasta con l’istinto della sopravvivenza individuale e contribuisce a preservare la specie.

 

Quando l’umanità, ci chiediamo ancora, ha rinunciato a questo istinto di solidarietà per cedere a quello dell’indifferenza, che ci fa chiudere gli occhi davanti alla tragedia dei tanti migranti, all’aggressione omofoba di un uomo ridotto in fin di vita, all’interno di un bus, dalla cieca violenza del branco, alla richiesta di aiuto che proviene dall’abitazione attigua alla nostra, come esile eco di una voce lontanissima?

 

L’inumano desiderio di immunizzarci dal dolore del mondo ci spinge a proiettare le nostre vite nella dimensione onirica di un’isola di felicità. Ma se anche riuscissimo a fare sprofondare nell’oblio e nel nulla il mare d’infelicità che ci attornia “come potrebbe – sostiene il filosofo Severino – questa infinita e atroce spensieratezza essere immune dal tarlo altrettanto infinito del dubbio che quel mare non solo riappaia, ma risucchi l’sola felice?”.

 

Ce lo ricorda il nostro Elio Vittorini in uno dei suoi romanzi meno noti al grande pubblico, Erica e i suoi fratelli, iniziato nel ’36 e rimasto incompiuto in seguito allo scoppio della guerra civile spagnola. Storia di un viaggio iniziatico dalla puerizia all’adolescenza scoperta dolorosamente, fiaba per eccellenza della stagione infantile in cui, come chiosa il critico Amoroso, “si vedono miracoli in tutte le cose e si ha solo bisogno di lanciare un aquilone”. Una fiaba, però, dai significati allusivi e metaforici che diviene, attraverso la rappresentazione della tragedia umana di una donna-bambina, vittima immolata sull’altare della perdizione dall’indifferenza del mondo, strumento di denuncia sociale.

 

Costretta a prendersi cura dei suoi fratelli dopo l’emigrazione del padre e la conseguente fuga della madre (figure genitoriali che nella sua mente infantile subiscono la metamorfosi in zingaro e lepre), Erica si rivolge ai “geni” delle provviste e del carbone nell’illusione che essi possano durare per sempre. Ma, quando il denaro finisce, la bambina si ritrova a dover affrontare gli sguardi e le voci della gente che diventano ora occhi e voci che giudicano e condannano: “calpestii di sguardi e di voci su di lei”.

Inizia il suo bildungsroman, il suo viaggio dalla condizione di innocenza all’esperienza della società, in un mondo in cui, come afferma il critico Di Grado, governano rapporti non più umani, imprigionati nell’oscuro carcere del bisogno e della più grigia reificazione.

 

Il naufragio è nel romanzo scontato ed esclude ogni possibilità di comunione umana (la dimensione corale si rivela solo nei commenti egoistici e maligni), anche se la pietà del narratore rende estraneo il personaggio alla crudezza della sua stessa vicenda. La donna-bambina considera la sua scelta di prostituirsi come altro da sé e il lavoro come una merce da scambiare con i mezzi di sussistenza: l’abulia con cui Erica subisce il suo dramma si riversa su una “desoggettivizzazione, a vantaggio di un’operosità subalterna e cieca”.

 

Intorno a lei un vuoto assoluto che paralizza e raggela. Personaggio robinsoniano quello di Vittorini, che regredisce a un livello monologico, rifiutando il dialogo e la convivenza con “l’incattivita e malvagia umanità del suo orrendo cortile”: gli eroi positivi di Vittorini, donne, bambini o vecchi di inconsueta e paradossale saggezza, sono estranei alla vita e questa distanza diviene un modo per superare l’avvilente dimensione del reale.

 

La prostituzione annullerebbe però l’umanità di Erica e la porterebbe ad assumere la natura di cosa se la donna-bambina, come l’indimenticabile Teresa Batista di Jeorge Amado, non preservasse il suo modo tutto infantile di vedere le cose, il suo idillio con gli oggetti. Dunque, la denuncia dello scrittore contro le offese del mondo si risolve nell’aspirazione a una condizione umana diversa, che restituisca la dignità annullando l’indifferenza e la solitudine. Il bene, sostiene il De Michelis, si trasforma in un “progetto del quale l’intellettuale diventa il profeta, perché attraverso la conoscenza del mondo conquista la forza della speranza”.

 

Ecco l’enorme zona d’ombra su cui Vittorini ha acceso una debole fiammella che ci consente di vedere che quella zona è lì, e di non dimenticarlo. Quell’enorme zona d’ombra in cui, come afferma lo scrittore Javier Marias “solo la letteratura e le arti in genere possono penetrare, non per illuminarla o rischiararla, ma per percepirne l’immensità e la complessità”.

 

Erica e i suoi fratelli  ce ne lascia intuire gli aspetti più aberranti (miseria, dolore, solitudine, indifferenza), con l’intento di scuotere le coscienze e concentrare l’attenzione su una tragedia umana: “Vi era bene qualcosa che, attraverso i secoli ci aveva insegnato a considerare sacra l’esistenza dei bambini. Anche di ogni conquista civile dell’uomo ci aveva insegnato che era sacra. E se ora milioni di bambini sono stati uccisi, se tanto di sacro è stato lo stesso colpito e distrutto, la sconfitta è innanzitutto di questa cosa che ci insegnava l’inviolabilità di loro” (Vittorini, Una nuova cultura, in Il Politecnico).

 

Il corpo di Erica, a cui la comunità guarda con indifferenza, richiama alla mente quello dell’uomo coperto dall’ombrellone, quello dei piccoli profughi inghiottiti dal mare vorace e impietoso.

 

Come Picasso con Guernica, Vittorini ha realizzato una pittura a tinte fosche, prive di colore, la cui assenza evoca la morte. Una morte che non riguarda solo la bambina Erica, ma l’intera civiltà, perché, come si è detto, solo la percezione della disperazione altrui e l’istinto di solidarietà”, che Eugenio Scalfari nel saggio Alla ricerca della morale perduta identifica con la stessa morale, possono garantire la conservazione della specie. E della nostra stessa umanità.

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