L’attrice siracusana Rita Abela, corifea nella tragedia che più di tutte ha appassionato pubblico e critica: “La chiave di volta per l’interpretazione dei brani è l’unione della melopea greca all’ictus percussivo del cunto siciliano. Abbiamo lavorato molto sull’essere queste donne virgini carnivore”
Nella storia del 51° ciclo di rappresentazioni classiche al Teatro Greco, appena conclusosi, “Le Supplici”, tragedia rivisitata da Moni Ovadia, ha suscitato le più intense emozioni: critiche laceranti e ovazioni entusiastiche del pubblico. Particolarmente apprezzato il coro, di cui ha fatto parte Rita Abela, attrice siracusana di grande talento, che ha lavorato con professionisti del calibro di Emma Dante, Walter Pagliaro, Gary Brackett, Giovanni Balzaretti, Leo Gullotta, Khristoff Zanussi, Pietro Carriglio, Roberto Laganà, Galatea Ranzi, Irene Papas e che ne “Le Supplici” ha dimostrato tutte le sue capacità di performer.
Come è stato impostato il lavoro di musicisti coreografi e regista per il coro?
Il lavoro sulle Supplici ha seguito un doppio binario: quello vocale e quello di coreo-regia. Nel primo caso abbiamo studiato a lungo a tavolino non solo le strutture musicali dei brani cantati dell’opera, ma anche la scelta stilistica di Mario, quella, cioè, che unisce la melopea greca all’ictus percussivo del cunto siciliano. Questa è stata la chiave di volta per l’interpretazione dei brani. Dal punto di vista coreografico, Dario è partito da un lavoro di improvvisazione per permetterci di indagare sull’espressione fisica dei sentimenti che animano la tragedia: la preghiera, la supplica, la rabbia, il dolore, la stanchezza, la minaccia, la violenza, la gratitudine, ecc.
Abbiamo lavorato molto sull’essere “animale” di queste donne che appaiono come “amazzoni, virgini carnivore” e che arrivano stremate in una nuova terra alla ricerca della libertà. Moni, poi, ha sapientemente unito il tutto, dando al nostro agire il senso profondo e quanto mai attuale che la tragedia deve avere. Ci ha parlato dei deportati di Auschwitz, ci ha spinte a riflettere sul terrore, sulla sciagura imminente, sul precipitare degli eventi e sull’immobilismo che ti assale quando queste sensazioni hanno il sopravvento ed è impossibile riuscire a ribellarsi. Sia Moni, che Mario, che Dario, hanno dato molta importanza alle interpretazioni personali di ognuna di noi e, per quanto sia protagonista una comunità di donne, abbiamo avuto la possibilità di riempire questa collettività di sentimenti individuali.
Le Supplici ora entra nel repertorio europeo: cosa provi?
Che lo spettacolo dovesse avere una risonanza internazionale l’ho pensato sin dalla prima lettura a tavolino, perché è un’operazione sorprendentemente innovativa in quanto parte dalla tradizione per arrivare alla modernità. Il dialetto siciliano diventa lingua che unisce i popoli del sud ed è, senza troppa sorpresa, comprensibile da tutti, siciliani e non, italiani e non. È la lingua dei popoli che parla, è la lingua della musica.
I tuoi progetti futuri… sappiamo che sei impegnata sia nella didattica che nella pratica teatrale, sei reduce da un bel lavoro allo Stabile di Catania…
La didattica teatrale e l’impegno da attrice camminano di pari passo. Come attrice, terminata questa bellissima esperienza, sarò impegnata su un set cinematografico nei mesi estivi per poi cominciare una nuova avventura teatrale con Leo Gullotta e Fabio Grossi che mi terrà impegnata nella stagione invernale. E poi chissà…

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