La proposta assegna a questi docenti anche il compito di somministrare farmaci agli alunni disabili. Si accentua la funzione di badanti, che li ha nel tempo ghettizzati come insegnanti di serie B. La scuola non è un ospedale diurno o un posteggio per persone con svantaggio
La riforma “la Buona Scuola”, ormai quasi approvata, contiene all’art. 21 l’insidia delle deleghe in bianco con cui il Governo si riserva, in modo dittatoriale, di emanare norme importanti per il futuro della scuola nella quale esse, come un cavallo di Troia, introdurranno “novità” eclatanti e discutibili. Nonostante nel questionario sulla Buona Scuola non ci fosse nessun riferimento alla riforma del sostegno, una di queste deleghe riguarda “l’adeguamento, la semplificazione e il riordino del diritto all’istruzione degli alunni e degli studenti con disabilità e bisogni educativi speciali (BES)”.
Dietro questa delega in bianco esiste già la proposta di legge 2444, depositata in Parlamento più di un anno fa dalle organizzazioni FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), che rappresentano gli “interessi” dei disabili e non solo, e oggi fortemente voluta dai parlamentari firmatari, tra cui il Sottosegretario del MIUR Faraone. Tale legge dovrebbe portare, nelle intenzioni dei proponenti, una vera e propria rivoluzione nella formazione e nel ruolo di quegli insegnanti specializzati che oggi sono definiti “di sostegno”. Essa prevede: la netta distinzione tra docenti curriculari e docenti di sostegno; norme più stringenti per la mobilità (cioè i passaggi dal sostegno a cattedra comune) al fine di garantire la continuità didattica; la specializzazione dei docenti di sostegno nelle singole disabilità, con la possibilità di somministrare farmaci a scuola; la formazione obbligatoria di almeno 20 ore annue per tutti (presidi, docenti curriculari e personale ATA).
In una intervista a Repubblica (lo scorso 8 maggio) il sottosegretario Faraone ha affermato che gli insegnanti di sostegno hanno una formazione generalista che non dà loro competenze adeguate per affrontare le singole disabilità, c’è bisogno che essa sia più specialistica e che ci sia più continuità didattica. Ma una formazione su nozioni eziologiche rischierebbe di confinare ogni insegnante di sostegno a una disabilità e di far fare al sistema dell’inclusione un salto indietro di più di 50 anni, quando gli insegnanti delle scuole speciali avevano una formazione monovalente, per ciechi o sordomuti, o “fanciulli anormali” o “soggetti ipodotati”, ecc. (DR 577/28), prima che fossero istituiti corsi di specializzazione polivalente, ridimensionando le discipline tecnico-sanitarie a favore di quelle pedagogico-didattiche per rispondere a bisogni molteplici e a situazioni differenziate (DPR 970/75) degli alunni disabili inseriti nelle classi comuni delle scuole statali (L.517/77).
La formazione degli insegnanti specializzati, introdotti per garantire “il diritto all’educazione e all’istruzione della persona handicappata (…)” (Legge-quadro 104/92, art.14, comma 1), era affidata alle università, dove ancora oggi si tengono corsi di specializzazione rivolti ad insegnanti già abilitati nella loro disciplina e selezionati su base regionale.
Questa la formazione seria! Ma i vari governi hanno provveduto a trasformare il sostegno in un “ammortizzatore sociale” della scuola. Infatti, per porre rimedio agli esuberi del personale docente, creati dai tagli all’istruzione pubblica, gli insegnanti, volenti o nolenti, furono, e sono ancora oggi (vedi Nota MIUR 11/12/2014, in pieno governo Renzi), riciclati con corsi su sostegno. Una coartazione che ha generato fenomeni di ipocrisia e di falsa inclusione, spesso sfociati in situazioni di comodo, come l’allontanamento del disabile nel corridoio o nell’aula di sostegno, affinché gli insegnanti curriculari e gli studenti “normodotati”, in classi sovraffollate, non fossero infastiditi dalla sua presenza.
Così gli insegnanti specializzati sono stati trasformati in semplici “badanti”, considerati insegnanti di serie B, che i presidi usano per supplire i colleghi assenti, sottraendoli alla classe e al ragazzo di cui si occupano, e colpendo con mobbing coloro che si ribellano. Queste situazioni, lesive del diritto allo studio del disabile, pongono l’esigenza di un cambiamento di mentalità, soprattutto da parte del Governo, e di una formazione anche di presidi, insegnanti curriculari e personale ATA, che sarebbe dovuta iniziare fin dal 1977. Pertanto le 20 ore annue di formazione previste dalla proposta di legge potrebbero non essere sufficienti a modificare una mentalità radicata da decenni di malcostume! Ma sarebbero già un inizio!
E il fenomeno della “discontinuità didattica”! Da dove nasce? Di chi sarà mai la responsabilità? Ancora dei vari governi! Il giro di vite, da essi operato sulle nomine su posti comuni, ha aumentato il numero degli insegnanti precari spingendo molti di loro a conseguire il titolo di sostegno per ottenere un incarico, a tempo determinato o indeterminato, da cui poter transitare su posti comuni. E che dire dei posti in deroga, per i quali si nominano insegnanti precari che, per la loro condizione, non possono garantire la continuità. Questa situazione è aggravata nelle scuole secondarie di secondo grado dalla DOS (Dotazione Organica di Sostegno), una sorta di “albo territoriale” ante litteram, dal quale tutti gli anni gli insegnanti di ruolo chiedono l’utilizzazione nella scuola in cui hanno lavorato, senza comunque la certezza assoluta di ottenerla e con il timore di vedere spezzata la continuità.
Norme più stringenti sulla mobilità con l’obbligo di restare su sostegno per 10 anni non risolveranno queste falle nel sistema inclusione! Inoltre un insegnante specializzato privo di stimoli o in burn-out può risultare addirittura dannoso. Con l’opportunità di transitare su posto comune, invece, egli potrebbe dare un contributo positivo ai consigli di classe, in cui, per pregiudizio, l’insegnante specializzato è di solito poco ascoltato, se non ignorato, sia dai presidi, interessati al disabile solo per la possibilità di formare più classi, che dai colleghi, poco aperti al dialogo e spesso infastiditi dalla compresenza.
Questo ci conduce alla questione del ruolo degli insegnati specializzati. Inizialmente formati come semplici figure assistenziali, essi avevano il compito di ridurre l’handicap, con il quale l’alunno era identificato, per permettere interventi didattici basati su standard usuali. Nel tempo si è capito che, come dice la prof.ssa Daniela Boscolo, “la disabilità non è la persona, un ragazzo con sindrome di down o autistica non è la sindrome stessa”, e così gli insegnanti specializzati sono diventati contitolari, risorsa della classe (DPR 24/94) che progetta, promuove e coordina iniziative ed attività per l’integrazione e partecipa alla programmazione educativa e didattica dell’intera classe. Questo almeno in teoria! Perché nella pratica nulla è cambiato, e l’insegnante è sempre considerato “dell’alunno disabile” del quale deve occuparsi in toto. Adesso la nuova proposta di legge vorrebbe medicalizzarne il ruolo affidandogli anche la somministrazione di farmaci. Il rischio sarebbe quello di emarginare ulteriormente il disabile e il “suo” insegnante specializzato.
L’inclusione non ha certo bisogno di nuove leggi! Infatti tutta la normativa, oggi vigente, pone il sistema italiano all’avanguardia nel mondo in tema di inclusione, ma rimane lettera morta, solo una bella teoria in quanto la realtà è un’altra cosa. Esistono già tante buone leggi, la cui applicazione superficiale e incompleta ha determinato la discriminazione dei disabili integrandoli come non-persone in una scuola che non riesce ad accoglierli dignitosamente (l’inclusione è qualcosa di diverso) e a formarli efficacemente per il futuro, perché in assenza dell’insegnante specializzato o dell’assistente alla comunicazione/autonomia, essi diventano ombre, presenze inopportune, che si preferisce i genitori portino via o tengano a casa. Mentre i genitori degli studenti svantaggiati, etichettati come BES o DSA, ormai privi di insegnante di sostegno e ignorati dagli insegnanti curriculari, sperano nell’inserimento in classi con alunni disabili il cui insegnante specializzato potrà aiutarli.
La scuola non è un ospedale diurno o un posteggio per persone disabili, ma luogo di crescita fisica, mentale e morale in cui gli insegnanti, che vi operano, sono sì docenti di singole discipline, ma anche educatori che cercano di creare sinergie tra loro, con gli studenti, con le famiglie e il territorio, a volte con successo altre no. Questi docenti, e soprattutto quelli specializzati, non hanno certo bisogno di una nuova riforma che li trasformi in personale paramedico o di identità non chiara, che ha poca o nulla utilità nel sistema dell’inclusione, ma hanno bisogno di una formazione e di un’organizzazione efficace derivante dall’effettiva messa in pratica delle belle parole e dei bei propositi contenuti in tutti i decreti, le leggi e le circolari sull’inclusione dei disabili emanate dal 1977 ad oggi.

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