“Ifigenia è un dramma del ‘900, una famiglia in cui tutti si sbranano”

Sebastiano Lo Monaco, che interpreta Agamennone: “Non abbiamo fatto altro che leggerla con gli occhi volti ad Ibsen, a Strindberg, a Pirandello”. “Dal 13 ottobre sarò Ulisse in uno spettacolo di Valerio Massimo Manfredi, in tour in varie città d’Italia”

 

Rappresentazioni classiche di Siracusa, ancora pochi giorni per la fine di questo cinquantaduesimo ciclo.“Ifigenia in Aulide” di Euripide è come una puntata della saga degli Atridi, una storia infinitamente intrisa di sangue trasposta da Guidorizzi in una lingua – a detta degli interpreti, tra cui le corifee Francesca Ciocchetti e Deborah Zuin – aulica e “bassa” insieme. Sulla scena “disegnata” da Bisleri – pulita, simmetrica, essenziale – i movimenti geometrici e fluidi del coro; notevoli i costumi sontuosi di Giovanna Buzzi.

La Civetta di Minerva ha incontrato per voi Sebastiano Lo Monaco, un Agamennone che – come Filippo Maria Pontani dantescamente lo definiva – continuamente disvuol ciò che volle, ora padre angosciato, ora marito pavido, ora fratello complice ora  nemico, ora condottiero (anti)eroico.

Ma adesso la parola all’attore floridiano, fiero delle proprie radici siciliane, non nuovo alla scena del Teatro greco di Siracusa.

 Come è stato impostato il lavoro sul suo personaggio insieme al regista Tiezzi?

 Agamennone è un uomo contemporaneo, senza centro. Mette in discussione perfino gli dei e il concetto di eroismo, proprio perché rappresenta la crisi dei valori. È una sorta di Amleto che non crede più alla guerra come soluzione ottimale dei conflitti, un uomo colmo di dubbi e incertezze.

Con Tiezzi abbiamo letto il personaggio come portatore di verità non assolute.

 Lucia Lavia ed Elena Ghiaurov sono due splendide, regali, superbe Ifigenia e Clitennestra. È come se il dramma fosse incentrato su un quartetto: due donne e due uomini, Agamennone e Menelao (un convincente, intenso, a tratti ironico, Francesco Colella, mentre il Vecchio è un sempre autorevole Gianni Salvo, Turi Moricca è l’Araldo, un Achille commosso e spavaldo è interpretato da Raffaele Esposito).

 In fondo Ifigenia in Aulide è un dramma del ‘900: vediamo una famiglia disgregata in conflitto perenne, in cui tutti si sbranano.Non abbiamo fatto altro che leggerla con gli occhi volti ad Ibsen, a Strindberg, al nostro Pirandello.

 Questo conferma la perenne attualità dei drammi classici? E a tale proposito, cosa ne pensa degli altri due spettacoli (Medea e Le Supplici) in scena al Teatro greco quest’anno?

 Un classico è tale perché è sempre contemporaneo: parla a noi di noi stessi.I tre spettacoli di quest’anno, molto diversi perché differente è la visione del regista e la sua lettura dell’opera, sono tutti tentativi plausibili di rendere questo concetto.

 Quali sono i suoi progetti lavorativi nell’immediato?

 Da Agamennone passerò ad Ulisse: in tour dal 13 ottobre al Teatro Carcano di Milano, a Genova, Venezia, Firenze, Treviso, Roma, in Sicilia – a Noto, Siracusa, Catania, Carlentini, Messina – e in anteprima l’11 agosto al Festival plautino di Sarsina – proprio la cittadina in cui nacque Tito Maccio Plauto, grande commediografo latino – cinque attori, quattordici sassofonisti, due timpanisti per mettere in scena uno spettacolo in cui Valerio Massimo Manfredi mostra le contraddizioni e le umanità di questo personaggio, dipinto dall’Odissea e dai tragici come furbo, calcolatore…

 Mentre in realtà è dantescamente eroico, versutus, di multiforme ingegno?

 È umano. Manfredi ne mostra le origini e il malessere che in fondo lo pervade.

 

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