“Risentiti isterici professorini quelli che si scandalizzano per la mia scelta”
I critici hanno definito la regia di Moni Ovadia una pietra miliare “nel processo di rivisitazione del teatro antico in direzione dell’adeguamento allo spirito moderno e alla cultura del nostro tempo”. Un musical a lieto fine, tutto cantato in siciliano, e con qualche brano in italiano e neogreco. Una vera e propria rivoluzione. E come ogni rivoluzione, acclamata da molti e deprecata da molti altri. Ma se teniamo in conto tali elementi, quella di Ovadia è piuttosto una restaurazione dell’antico: il greco di Eschilo era infatti una lingua melodica e ritmata, pertanto sia le parti corali che i recitativi risultavano più o meno cantati; inoltre ogni genere assumeva una coloritura dialettale caratteristica, con varianti morfologiche e vocaliche che differivano dal puro attico parlato nell’Atene del V secolo; quanto al lieto fine è dovuto in parte all’incompletezza – Le Supplici è infatti solo la prima parte di una trilogia, comprendente anche Gli Egizi e Le Danaidi.
La storia stessa delle Supplici dà un’impressione di stupefacente modernità. Una storia di donne ribelli e di popoli migranti. Protagonista assoluto del dramma è infatti il coro delle figlie di Danao, rifugiatesi ad Argo per sfuggire le nozze forzate coi violenti cugini egizi. Ma con grande buonsenso è lo stesso Ovadia a ricordarci le radici arcaiche di tutto ciò che reputiamo moderno. “La migrazione è la linfa vitale di ogni comunità” afferma. “La storia dell’umanità è una storia di migranti. E come le Supplici egiziane rivendicano una comune discendenza con gli Argivi cui chiedono ospitalità, così perfino gli uomini che attraversarono lo stretto di Bering ghiacciato e i loro conquistatori europei discendevano dal medesimo homo sapiens sapiens africano. Perfino il mitico Enea era un immigrato turco.”
Di certo lo spettacolo di Moni Ovadia ha avuto un enorme successo. Ha saputo far parlare di sé, destare scalpore. Lo si capisce dal coinvolgimento del pubblico, e dalla calca di ammiratori in fila alla porta del suo camerino. Dove lui, ieratico in vestaglia quanto sul palco nei panni del re Pelasgo, sorride a tutti, parla con tutti, scherza con tutti, abbraccia tutti e perfino li consola. Con la sua stazza imponente e la voce rauca, a volte un po’ burbera, quasi da Beppe Grillo, ma con i modi bonari e dimessi di un padre. Di Grillo, del resto, ha solo la verve e il pizzetto, null’altro.
Abbiamo intervistato il regista, l’attore, il personaggio, per comprendere meglio le ragioni della sua rivoluzionaria restaurazione.
Molti parlano del suo spettacolo come di un’innovazione assoluta. Eppure vi si possono riscontrare molti elementi che potrebbero essere interpretati come un tentativo di resa più vicina all’originale.
Sono d’accordo. La tragedia antica era sicuramente fatta di questo: ritmi, percussioni, canti. Ad ogni modo non sapremo mai con esattezza come venissero messi in scena i drammi in origine, possiamo solo formulare ipotesi. Cionondimeno ho voluto introdurre un elemento di innovazione, una cesura rispetto al canone tradizionale dei cori in prosa e delle declamazioni retoriche e artificiose.
Entriamo nel merito del messaggio politico dell’opera: chi sono oggi gli Egizi?
Tutti coloro che, ovunque si trovino, ritengono l’imposizione il potere e la violenza validi strumenti per relazionarsi con l’altro. Tutti coloro che opprimono i più deboli.
Nessun bersaglio polemico nello specifico?
No, quello contenuto nella tragedia di Eschilo è un messaggio universale. Valido oggi per certe società del mondo orientale quanto per l’occidente. Sono barbari come gli Egizi coloro che intendono imporre la democrazia con le bombe.
A questo proposito vorrei farle una domanda, che temo possa toccare argomenti troppo personali. Ho letto che lei ha preso le distanze dalla sua religione, il giudaismo, per ragioni politiche…
Un momento, vorrei specificare una cosa. Io non sono un uomo religioso. Sono agnostico. La religione mi interessa come fenomeno culturale e cultuale. Quello che è successo è che mi sono allontanato da alcune comunità ebraiche italiane, che ai miei occhi erano diventate ufficio di propaganda per lo stato di Israele. E la cosa non mi piaceva affatto.
Eppure ieri sera nei camerini le ho sentito fare una battuta… su un ebreo che dice a un gobbo: “Sai, una volta ero ebreo”. E il gobbo risponde: “Sai, una volta ero gobbo”.
L’ebreo migrante è senza dubbio la figura paradigmatica della storia dell’occidente, e dell’umanità stessa. I miei antenati erano ebrei turchi e serbi. Io sono nato in Bulgaria, e di lì piccolissimo sono stato portato dalla mia famiglia a Milano. È un’eredità culturale, questa, che non si può cancellare.
E quanta parte ha avuto questa eredità nella regia delle Supplici? Ad esempio, teneva a mente i ricordi di quel primo viaggio?
No, ero decisamente troppo piccolo per potermene ricordare. Quello che invece ricordo alla perfezione è la nostra condizione di esuli a Milano, quando vivevamo in quattro in una stanza della pensioncina che ci ospitava.
Se il re Pelasgo, che nella tragedia chiede al popolo argivo il permesso di accogliere le supplici nella città, proponesse oggi il medesimo referendum agli italiani, secondo lei quale sarebbe il responso?
Negativo. Se chiedesse, come fa nel dramma, di accogliere lo straniero con pieni diritti e libertà, temo che la maggioranza rifiuterebbe. Siamo molto regrediti… lo straniero era sacro per i Greci. Per noi è sporco brutto e cattivo. Le supplici vengono accolte nonostante il loro aspetto diverso – la loro pelle bruciata dal sole – faccia impressione, per il semplice fatto che sono vittime della brutalità degli Egizi. Il modello della città di Pelasgo è quello di una vera democrazia. Perché parlare di libertà tra uomini diseguali è una truffa; parlare di solidarietà tra uomini diseguali è paternalismo. In entrambi i casi non c’è alcuna democrazia.
Come mai Pelasgo, che dialoga in siciliano con le supplici, si rivolge all’araldo egizio in greco moderno?
Non avevo nessuna pretesa di esattezza filologica in questo caso. La mia è stata una scelta politica: ho voluto far riferimento alla Grecia di oggi. Inoltre il siciliano parlato dall’araldo è diverso da quello delle supplici: è il siciliano dei mafiosi. Pelasgo vuol far capire che non c’è posto per l’oppressione nella sua città. Ecco perché si oppone, anche a livello culturale, agli Egizi, sfidandoli e scacciandoli con la lingua della libertà.
Cos’ha da dire ai suoi detrattori in merito alla questione linguistica?
A chi scrive scandalizzato che la tragedia greca in siciliano non è una tragedia greca ma “un’onta e una truffa ai danni del pubblico”, posso replicare soltanto che io non pretendo di possedere la verità in tasca. Io non ero presente quando Eschilo metteva in scena i suoi drammi, proprio come non erano lì presenti questi risentiti isterici professorini che hanno paura di farsi defraudare del loro potere retorico. Peraltro la mia non è neanche un’innovazione, visto che il primo a tradurre un dramma greco in siciliano è stato Pirandello. L’avesse fatta Camilleri la traduzione, lo avrebbero osannato! Poi non è scritto da nessuna parte che una traduzione italiana, retorica, aulica, prosaica sia più vicina al greco di Eschilo di quanto lo siano rime siciliane. Siamo tutti altrettanto lontani dalla verità. Con l’unica differenza, forse, che il siciliano mio e di Mario Incudine è più vicino al pubblico. Almeno questo, la standing ovation che riceviamo a ogni replica lo dovrebbe testimoniare.

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